Tra memoria e couscous

teatrolacucinaUn viaggio tra passato e presente, tra letteratura e cucina, masticando ricordi e granelli dorati al Teatro La Cucina di Milano.

Quando si varca la soglia dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano si passa sotto una scritta: «da vicino nessuno è normale”. Lo diceva Franco Basaglia, scucendo con fatica e pazienza un’etichetta – quella della cosiddetta normalità – che da sempre ci portiamo dietro.
L’associazione Olinda riprende il messaggio basagliano, promuovendo laboratori, rassegne culturali e spettacoli teatrali che continuino a dare voce a chi non ce l’ha – o meglio, a coloro a cui la voce è stata sottratta – e sfumare i confini tra un fantomatico al di qua e al di là della normalità.

Per quanto concerne la parte teatrale, spicca il lavoro messo in scena dal Teatro delle Ariette, nella location che è la vecchia sede della mensa del Pini, ora adibita a teatro e denominata TeatroLaCucina. Un nome che è già progetto, un luogo in cui, insieme al cibo, si cucinano storie, racconti, pezzi di vita.

Così avviene per Teatro Naturale? Io, il couscous e Albert Camus, allestimento dove letteratura e cucina si fondono, dove le pagine dei libri assorbono tutto il profumo delle spezie orientali.
Ad accogliere gli spettatori – dopo averli fatti accomodare ai lati dello spazio scenico, tra tavolini e ciotole di verdure crude – sono le parole di Stefano Pasquini, che parla da regista, attore e uomo. Fuori e dentro il suo personaggio racconta l’esigenza di parlare di oggi, narrando storie di ieri. La necessità di parlare di sé, attraverso le righe di un grande autore come Albert Camus, di narrare la propria storia scritta e ritrovata nelle pagine de Lo straniero. Come se tra i due ci fosse una sorta di passaggio di testimone, un intersecarsi di storie scritte e vite vissute. Il pubblico viene subito coinvolto nel taglio delle verdure, definito da Pasquini un «movimento atletico», ma anche e soprattutto un «movimento dell’anima». I pezzetti ottenuti vengono poi gettati nell’acqua bollente che fuma a lato della scena, mentre si stappano bottiglie di vino e si brinda tutti insieme, perché «il dio del teatro è anche il dio del vino».
Avvolto nell’ebbrezza dionisiaca di questo teatro-vita, Pasquini inizia il racconto della propria storia. Quella di un diciassettenne che, in pieni anni di piombo, lascia il suo paese alla volta di una douce France che ha il sapore dell’amore e della scoperta. Va in Normandia dalla ragazza che ama, o che crede di amare, portandosi dietro tutti i forse dell’amore adolescenziale e viene accolto dalla famiglia, di origini spagnole, di lei, assorbendo ben presto il rito del couscous. La ragazza gli mette in mano Lo straniero di Camus che, da quel momento in poi, diventerà il libro simbolo di Pasquini, una sorta di diario scritto da qualcun altro.
Mentre il cibo cuoce e gli spettatori sorseggiano del vino, i tre protagonisti – Stefano Pasquini, Paola Berselli e Maurizio Ferraresi – si muovono in una via crucis di cartelli che raccolgono le parole del romanzo, oltre che la vita del giovane regista. Si muovono tra profumi e ricordi, tra realtà e finzione, tra romanzo e vita. Masticano le parole del libro come fossero grani di couscous, inscenando parti del romanzo, tra innamoramenti e tuffi in mare – una tinozza posta al centro della scena in cui Paola, con un vestito rosso e una parrucca biondo platino, si immerge.
Particolarmente intensa e interessante la scena in cui Pasquini ritorna, come da ragazzo, a fare il portiere, parando i tiri di Maurizio Ferraresi e ripetendo le parole-chiave del discorso tenuto da Camus alla consegna del Premio Nobel nel 1957. Quest’ultimo, scandito a voce alta da Paola Berselli, ci ricorda l’importanza della cultura, che sia teatro o letteratura, e ce lo ricorda come uno schiaffo, come un urlo liberatorio.
Il finale dello spettacolo è il finale del libro, una lunga e silenziosa lettura dell’ultima pagina. Gli stomaci borbottanti dei presenti si placano e scende il silenzio ad accarezzare la voce rotta di Paola, che racconta l’indifferenza che gravita intorno alle ultime ore di vita del protagonista, Meursault.
Indifferenza alla morte e alla vita, che rispecchia un po’, forse, l’indifferenza di oggi rispetto all’arte sotto tutte le sue forme, perché in un universo capitalistico, in mondo in cui vige una frenetica smania di produzione, non c’è posto per la persona e per l’espressione artistica della sua individualità.
Mentre a fine spettacolo si addentano i granelli dorati con le verdure, sembra di sentire risuonare nella stanza le parole di Basaglia che troneggiano all’ingresso del parco. Come se la memoria, la narrazione teatrale e l’arte culinaria fossero altri modi per aprire altri manicomi, fossero altri piccoli Marco Cavallo che abbattono mura e prigioni.
«Il tempo non passa, siamo noi che passiamo», sostiene Pasquini. E forse è proprio così, ricomponiamo après coup i nostri frammenti, sulla scia di sapori e profumi lontani.

Lo spettacolo continua:
TeatroLaCucina
ex ospedale psichiatrico Paolo Pini
via Ippocrate 45 – Milano
dal 28 al 30 maggio ore 20.30
domenica 1 giugno ore 13.00

Teatro Naturale? Io, il couscous e Albert Camus
di Paola Berselli e Stefano Pasquini
con Paola Berselli, Maurizio Ferrardsi e Stefano Pasquini
regia Stefano Pasquini

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