Dei delitti e delle pene

Al Rifredi di Firenze va in scena l’autofinzione firmata Sergio Blanco. Storia di un parricidio ma anche del fare teatro

Tebas Land è sicuramente uno spettacolo che aiuta a comprendere le scelte stilistiche e drammaturgiche che Sergio Blanco ha portati avanti e perfezionato nel corso degli anni. Un  gioco, quello tra realtà e finzione, tra vero e verisimile, che impone di porre attenzione ai particolari sui quali si sofferma l’autore, e che, però, rischia a tratti di distrarre dal contenuto dello spettacolo.

Si indaga, in primis, il sistema carcere, se debba essere luogo di punizione (visione largamente condivisa, ad esempio, negli Stati Uniti), oppure di possibile recupero attraverso lo studio, l’apprendimento di un mestiere, la responsabilizzazione – per rendere effettivo un rientro nella società civile. Anche le difficoltà che incontrano volontari o professionisti che si rapportano con l’istituzione penale sono parte integrante del discorso e ben evidenziate dalla regia di Savelli e dall’interpretazione di Masella. In terzo luogo, a un livello più profondo, psicologico, i due interpreti si prestano a indagare le vere ragioni dei nostri comportamenti, sia all’interno di una struttura repressiva sia nella nostra apparente libertà. L’approvazione, la compartecipazione, perfino l’innamoramento, sono reali oppure frutto di un calcolo predeterminato e, in questo caso, qual è lo scopo? Come possiamo discernere ciò che è vero da ciò che è falso? Con quali mezzi? A un livello ancora più profondo ancora, il discorso sembra farsi sociale. La condanna è solo verso colui che sta scontando la pena per il proprio delitto oppure è da rivolgersi all’intera società che, stigmatizzando alcuni comportamenti personali, interviene pesantemente nelle scelte e, a volte, può creare essa stessa un clima che genera violenza? E ancora, la violenza è solo quella fisica, o è altrettanto destabilizzante quella psicologica?

Questo il contenuto. Il contenitore è composto da alcuni elementi che andrebbero analizzati con altrettanta cura. Ne segnaliamo solamente alcuni.

Le tre fotografie che rappresentano la scena del delitto, così come alcune informazioni sulla dinamica e sull’uso di ricostruire il fatto per fini d’indagine, arricchiscono il discorso e aiutano lo spettatore a capire ciò che è accaduto e, forse, a provarne orrore, oppure restano a un livello in certo senso superficiale – in quanto ormai abituati ai modellini in studio e alle ricostruzioni dei vari programmi televisivi e dei real crime? La ricostruzione stessa del delitto appare in certo senso posticcia, avulsa da una narrazione già di per sé complessa perché giocata sull’autofinzione e su due piani di racconto ma anche psicologici. Un semplice esempio per spiegare. Lo spettatore deve già districarsi tra l’autore/Masella che detiene il potere di dirigere e che agisce, sicuro del proprio ruolo, con l’attore Samuele; e l’autore/Masella che, pur avendo bisogno di Martino per i propri scopi artistici, muovendosi su un terreno che non è il proprio (ossia quello carcerario), finisce per essere in qualche modo coinvolto dalla situazione a livello affettivo. Ora, pensarlo anche alla regia mentre va in scena la ricostruzione del delitto, pare davvero un po’ eccessivo: il terzo piano di azione si sovrappone troppo artatamente. Da notare infine la cura con la quale Ciro Masella esegue ogni gesto, movimento, tic – come l’attenzione che pone ogni volta nel riporre in tasca la penna. Questa gestualità così precisa è uno strumento attoriale per interpretare il personaggio, aderendovi, o per dimostrare – attraverso quella stessa cura – che si sta rappresentando un personaggio, che è altro da sé? Perché l’autofinzione potrebbe essere meglio in linea con la descrizione brechtiana del personaggio, e una presa di distanza dell’attore dallo stesso (un uscire/entrare nel ruolo), che non con l’immedesimazione à la Stanislavskij. E infine veniamo ai rimandi ai miti greci – tra i temi cari all’autore ma anche fra le più importanti radici antropologiche alla base dei nostri comportamenti. Ci si domanda: sono essi stessi funzionali all’immedesimazione da parte del pubblico o cornici formali per inquadrare la rappresentazione in un discorso più ampio?

Intellettualmente, prodotto molto interessante. Un po’ meno dal punto di vista empatico-emozionale.

Lo spettacolo continua:
Teatro di Rifredi
via Vittorio Emanuele II, 303 – Firenze
fino a domenica 27 ottobre 2019
orari: feriali ore 21.00, domeniche ore 16.30 (lunedì e martedì riposo)

Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi Centro di Produzione Teatrale Firenze presenta:
Tebas Land
di Sergio Blanco
traduzione, scene, costumi e regia Angelo Savelli
con Ciro Masella e Samuele Picchi
assistente e figurante Pietro Grossi
luci Henry Banzi
allestimento scena Lorenzo Belli e Amedeo Borelli
esecutore al pianoforte del brano di Mozart Federico Ciompi
foto Marco Borrelli

www.teatrodirifredi.it

 

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