Sul pelo dell’acqua

Estetizzante, la versione di Aterballetto della Tempesta shakespeariana, di cui coglie solamente la superficie patinata senza penetrare nei marosi psicologici e politici

La versione di quello che è considerato l’ultimo capolavoro del Bardo, andata in scena al Teatro Verdi di Pisa il 21 dicembre, non convince, purtroppo, sotto molti punti di vista.
Partiamo dalle musiche originali composte da Giuliano Sangiorgi (dei Negramaro). Una serie di pezzi con una struttura chiusa che sposano quadri scenografici altrettanto a sé stanti, senza creare un filo unitario, né un susseguirsi conseguente di climax e anticlimax o un crescendo emozionale, con un bombardamento di suoni techno – o vagamente tribali – che non si sposano né ai contenuti psicologici né al susseguirsi dei movimenti nello spazio. I brani, simili a quelli di un cd di musica pop, non appaiono drammaturgicamente legati tra loro e nemmeno espressioni (e questo si sarebbe potuto chiedere a un compositore contemporaneo) di un ipotetico concept album (basti citare alcuni dei tanti esempi nella storia del rock o della musica cantautorale italiana, da The Dark Side of the Moon, Tales of Mystery and Imagination, Edgar Allan Poe, Aqualung a L’infinitamente piccolo).
Il secondo punto che non convince è la sovrabbondanza di significanti. Della serie, quando less is more. Non sempre avere mezzi economici importanti significa creare prodotti convincenti. Al contrario. Spesso, un’economia nei mezzi può incentivare la creatività e contribuire a un’asciuttezza che intensifica il risultato finale, quale unicum efficace e convincente. Facciamo un solo esempio. Il gioco degli specchi della tempesta inziale, che prevede – tra l’altro – grande dispendio di corpi danzanti non è poi ripreso nel prosieguo (e l’ensemble raramente ha uno spazio che giustifichi la sua presenza). Tell me why, verrebbe da chiedersi. Perché, infatti, il significante specchio, che ha efficacemente trasmesso la metafora del pelo dell’acqua riflettente, deve essere sostituito da un veliero in miniatura immerso in un liquido reale galleggiante in un contenitore da acquario (quando sul palco ci sono, tra l’altro, le pedane che fungeranno anche quale veliero per il rientro in Italia)? Sovrapporre i significanti e i segni non sempre chiarifica il contenuto, più spesso lo confonde e lo depotenzia.
E veniamo alle coreografie. Qui siamo molto lontani dal gesto poetico di una Carolyn Carlson (che avevamo applaudito proprio al Verdi di Pisa nel 2017) o all’ascolto interiore dal quale nasceva la filosofia del movimento di una Isadora Duncan. Qui ci ritroviamo nuovamente di fronte a quei passi imposti, schematici, a canoni estetici più che contenutistici, avulsi da una autentica compartecipazione emotiva e che esprimono qualità, anche atletiche, ma non abissi emotivi o tensione psicologica, e nemmeno riescono a seguire un sottotesto interiore o a creare la catarsi finale. Facciamo qualche esempio random. Perché quei movimenti con braccia e mani (che rimandano forse alla break dance) nel finale, in cui Calibano resta solo sull’isola? E perché resta solo e non è circondato da quella folla di ballerini che potevano impersonare le forze della natura e che lo avevano assecondato in altri momenti? Cosa vuole esprimere questo Calibano con tali gesti? Solitudine? O al contrario, un senso di libertà ritrovata? Il riappropriarsi della propria isola o la struggente rassegnazione per l’abbandono del padre/padrone? Non è dato saperlo perché né il gesto né la musica sembrano sposarsi a qualsiasi interpretazione. O ancora, cosa significa sospendere Miranda a testa in giù, al suo primo incontro con Ferdinando? L’idea della conoscenza dell’altro da sé, del rispecchiamento, della scoperta della dualità femminino-mascolino sfugge a questa prova di bravura, o di equilibrio, che regala Martina Forioso. Così come (e qui ci fermiamo per non diventare pedanti) non convincono i movimenti aerei di Ariel (sospesa grazie a specie di kuroko, ossia danzatori che fungono da macchinisti in scena, spostando fondali, creando le onde con gli specchi, o i dirupi rocciosi e le nuvole sulle quali resterebbe sospeso Ariel), i cui inserti coreografici non sono mai in grado di far volare metaforicamente il personaggio che, al contrario, quando posa il piede sul palco, danza a terra, quasi che perdesse – insieme alla servitù verso Prospero – la propria dimensione di spirito dell’aria. Peccato doppio perché le capacità di Serena Vinzio sono indubbie.
E veniamo al côté prettamente drammaturgico. Nessuno pretenderebbe una lettura à la Aimé Césaire del personaggio di Calibano, ma una riproposizione così colonialista con un selvaggio che tenta per l’ennesima volta di violare Miranda (soprattutto in questa temperie socio-culturale e politica) lascia basiti. Basta leggere alcuni dei versi che il Bardo regala a Calibano per rendersi conto della profondità di sentimenti, aspirazioni e della tenerezza che il personaggio può sprigionare se indagato a fondo: “Be not afeard; the isle is full of noises, / Sounds and sweet airs, that give delight and hurt not. / Sometimes a thousand twangling instruments / Will hum about mine ears, and sometime voices / That, if I then had waked after long sleep, / Will make me sleep again…” (“Non temere; l’isola è tutta un rumore, / Suoni e dolci arie, che allietano e non offendono. / A volte, migliaia di strumenti vibranti / ronzano nelle mie orecchie, e altre, voci / che, se allora mi risvegliassi dopo un lungo sonno, / mi farebbero riaddormentare…”, t.d.g.). Nulla di tutto ciò. Purtroppo.
La sensazione finale è di una rilettura abbastanza didascalica concentrata su una serie di quadri che, nel complesso, non riescono comunque a ricucire la storia – a meno che non si conoscano vicende e protagonisti dell’opera originale. La mancanza di approfondimento psicologico, infatti, non solamente priva delle letture metaforiche e metateatrali del masque, ma anche della possibilità dell’immedesimazione nei personaggi e nei grandi temi affrontati, dalle lotte intestine per il potere alla colonizzazione e al razzismo, dal bisogno di un affrancamento reale al desiderio di libertà, dalla molteplicità delle esistenze alla resa dell’arte (o dell’artefice) di fronte alla complessità della vita.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi

via Palestro, 40 – Pisa
venerdì 21 dicembre 2018, ore 21.00

Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto presenta:
Tempesta
coreografia Giuseppe Spota
interpreti Hektor Budlla (Prospero), Damiano Artale (Antonio), Martina Forioso (Miranda), Philippe Kratz (Calibano), Serena Vinzio (Ariel), Saul Daniele Ardillo, Roberto Tedeschi, Giulio Pighini (Ferdinando)
musiche originali Giuliano Sangiorgi
drammaturgia Pasquale Plastino
consulenza critica Antonio Audino
scene Giacomo Andrico
costumi Francesca Messori
luci Carlo Cerri
produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto
in coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile del Veneto
sostegno alla produzione Fondazione I Teatri  Reggio Emilia
in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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