Dalle stelle alle stalle

L’Auditorium Parco della Musica di Roma propone Tempo di Chet – La versione di Chet Baker, una performance ibrida che convince nella parte musicale, ma naufraga in quella teatrale.

Da un lato la musica jazz, quella dell’affiatata combriccola composta da Dino Rubino, Marco Bardoscia e Paolo Fresu, quest’ultimo musicista noto al grande pubblico e in grado di coniugare qualità artistica, divulgazione e promozione commerciale; dall’altro la storia, quella romantica e decadente di Chat Baker, artista maledetto capace di riscattarsi dalle proprie umili origini grazie a un enorme talento, ma non di rialzarsi da un declino solo in parte attribuibile alla dipendenza dalla droga o alla miopia con cui, dopo gli anni del successo, iniziò a esser (mal)trattato dalle case discografiche.

Data la qualità degli elementi di partenza non sorprende che Leo Muscato e Laura Perini abbiano deciso di allestire Tempo di Chet in una forma semplice caratterizzata dalla sovrapposizione di partitura musicale e momento performativo, nonché di accompagnarne lo svolgimento narrativo attraverso un costante sottotesto musicale, esattamente come da habitus jazz. Peccato, allora, che proprio gli interventi specificatamente autoriali dei due deus ex machina abbiano creato una non virtuosa dissonanza rispetto alle alte aspettative.

In primis, dal punto di vista dell’intenzione drammaturgica, non ha convinto la restituzione di un’esistenza complessa e lirica come quella del jazzista bianco attraverso una didascalica e sfiancante alternanza di dialoghi e monologhi tra il pedante e il prolisso.

Ridondante e di conseguenza insignificante è apparsa anche la scelta della mastodontica scenografia, un ambiente bidimensionale in cui Muscato condensando tutti gli ambienti abitati dai vari personaggi (il bar, la casa dei genitori, la strada, ecc) non è riuscito a determinare attraverso di essa alcuna reazione emozionale o visiva, tanto meno a potenziare l’assunzione catartica e/o razionale della narrazione (ci chiediamo perché alcune insegne luminose fossero girate al contrario rispetto alla platea o quale fosse il senso del loro accendersi e spegnersi mai in coerente corrispondenza con il senso drammatico di ciò che stava accadendo).

Last but not least, a pagare pesantemente dazio è stata una recitazione enfatica e ingessata all’inverosimile, incapace di staccarsi, anche per un solo attimo, dai cliché dei personaggi rappresentati e che, nel caso del protagonista, è sprofondata nell’insopportabile interpretazione (si fa per dire) di Averone del musicista bello e dannato, compiaciuto e impossibile.

Dalla debolezza della scrittura alla poca credibilità dei personaggi, nel corso delle due interminabili ore di narrazione (pur ammortizzate dalla pregevole esecuzione di brani storici di Baker e altri propri del trio), Tempo di Chet – La versione di Chet Baker è riuscito nella non invidiabile impresa di disperdere il patrimonio narrativo e musicale originario nella scimmiottante generalizzazione di un arcaico modello di artista dandy. Così connotandosi quale operazione proto-teatrale e atta a far cassa alla quale ci ha sorpreso che un artista riconosciuto come Fresu abbia voluto associare il proprio nome.

Lo spettacolo è andato in scena
Auditorium Parco della Musica

Viale Pietro de Coubertin 10
dal 16 al 21 gennaio, alle ore 21

Tempo di Chet – La versione di Chet Baker
testo Leo Muscato e Laura Perini
regia Leo Muscato
musiche originali Paolo Fresu
con Paolo Fresu, tromba
Dino Rubino, piano
Marco Bardoscia, contrabbasso
e con gli attori Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello, Laura Pozone
produzione Teatro Stabile Di Bolzano
(durata: 120 minuti)

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