Al teatro della Cooperativa, lab 121 mostra i subdoli meccanismi che si possono innestare oggi nel panorama lavorativo. Un ritratto crudele ma veritiero di quelle che sono paure e insicurezze di un’Italia che sta cedendo all’instabilità di una contrattualità sempre più illusoria.

Riuscire a portare argomentazioni nuove a una tematica come quella della precarietà, di questi tempi, può indurre a intraprendere sentieri già battuti e rischia di diventare un tentativo ridondante di sviscerare un argomento che continua a preoccupare non solo il teatro. Da questo spunto prende forma Tempo Indeterminato, uno spettacolo scritto da Elisabetta Bocchino e diretto da Maria Pia Paglierecci.

Le riflessioni indotte dalla rappresentazione sono molteplici, ma emergono tutte quante da un’unica grande analisi che tiene impegnati sociologi e psicologi del lavoro: le tipologie di contratto somministrate ai lavoratori stanno creando una sottoclasse all’interno della stessa classe. Prendiamo il caso di Lella, la protagonista della pièce, interpretata con sottile crudeltà e miseria da Paola Palmieri. Lella ha un ruolo non ben definito all’interno del suo ufficio: una segretaria, una manager, una contabile – l’unica cosa che la distingue è la tipologia del contratto. Una sicurezza che la fa emergere dalla massa, dal popolino dei contratti a progetto o di stage, dei quali ormai ogni società -dalla cooperativa alla grande azienda italiana – abbonda. Questa alcova burocratica fa sentire Lella al riparo da ogni pericolo e le conferisce il diritto di dispensare ordini e consigli da consumata donna di lavoro, che come unico vero amore e referente ha il suo Capo-orco che, in virtù della collaborazione, la tiene nel palmo della propria mano. Il profilo della protagonista non è molto diverso da quello del padrone, ma si evidenzia per una grandissima differenza: l’acidità con la quale Lella tratta i suoi colleghi scaturisce dalla paura che quel suo castello, dalle fondamenta di carta protocollata, possa crollare sotto il peso della presenza di una nuova e insidiosa antagonista.

Sarà Claudia, una biondina timida e impacciata in cerca del suo posto al sole, a rivestire questi panni. La sua ricerca di un dialogo e di una collaborazione con Lella, in tipico stile post-universitario, si rivelerà presto vana e le ballerine della giovane stagista diventeranno scarpe con un tacco vertiginoso, a simboleggiare una battaglia sullo stesso piano. Triste e sommessa, la tempo indeterminato non potrà che arrendersi alla legge del nuovo che avanza e vedrà il suo box – luogo di soprusi e cattiverie – essere gradualmente invaso da un’assunzione scomoda che le toglie respiro. Questa sconfitta porterà Lella a trovare conforto tra le braccia dell’inutile e imbranato collega in contratto di apprendistato – l’ultimo colpo all’orgoglio dimenti
cato di una donna sull’orlo del fallimento.

Il senso di un testo come quello di Tempo Indeterminato non si ferma tuttavia all’analisi delle dinamiche contrattuali, ma varca il confine on the job per rilevare i limiti grotteschi dei personaggi rappresentati: difetti a volte impercettibili, ma che se mostrati lasciano il segno nelle coscienze degli spettatori. Il sorriso è un sorriso quanto mai amaro, anche perché i protagonisti non sono caricature ma, al contrario, sono reali e la preoccupazione maggiore risiede nel fatto che ciò a cui si assiste durante lo spettacolo riproduce in scala 1 a 1 ciò che davvero accade nella maggior parte degli ambienti lavorativi.

Lella, purtroppo, non è uno spauracchio per chi oggi si affaccia al mondo del lavoro, ma un modello al quale tendere. Tutti infatti – anche se in molti non lo ammettono – ambiscono a inchiodarsi a una sedia e, se il prezzo da pagare fosse quello di snaturarsi, gli stessi personaggi sarebbero disposti a farlo senza troppi problemi. L’unico “luogo” in cui queste gerarchie fittizie si possono azzerare è il venerdì sera, e non il sabato, proprio a testimonianza di come anche il modo di svagarsi sia cambiato, diventando il naturale proseguimento della settimana lavorativa.

Ottima rappresentazione dunque in cui gli attori hanno un peso fondamentale: oltre alla già citata Palmieri, un applauso va anche a Ginevra Notarbartolo nel ruolo della stagista Claudia e a Dennis Michallet nei panni dell’insulso apprendista centralinista. Tempo Indeterminato può non essere considerato un lavoro che analizza a tuttotondo le dinamiche nel panorama del lavoro, ma il segmento che prende in considerazione lega contenuti notevoli coi quali, volenti o nolenti, dobbiamo tutti confrontarci e, per questo, merita un occhio di riguardo.

Lo spettacolo è andato in scena:
fino a domenica 30 gennaio
Teatro della Cooperativa
via Hermada, 8 – Milano

Lab 121 presenta:
Tempo Indeterminato
di Elisabetta Bocchino
regia Maria Pia Pagliarecci
con Paola Palmieri, Ginevra Notarbartolo e Denis Michallet
scene Alessandro Aresu
costumi Paola Tintinelli

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