Tra santità e corruzione, l’ultimo capitolo della saga Teresa santa, puttana e sposa – Lo sciopero del canestro ci porta a un matrimonio blasfemo tra una puttana e un marinaio.

Al Teatro Studio Uno si apparecchia il cortile (pioggia permettendo) per l’ultimo capitolo della saga di Teresa. Il Club Tamarindo è un banco per le mescite. Dall’altra parte un altare elevato a Nostra Signora crea il complemento naturale al bordello. Virtù e peccato si scambiano di posto, di fatto denunciando la stessa sostanza, giacché di fronte a una santità – per poterla meglio sostenere – non si può che essere peccatori.

Sono proprio questi peccatori a danzare la giostra che ora è desiderio, ora abbandono al demone della carne. Cosa chiede in fondo un uomo a una puttana? Di permettergli la sconnessione tra desiderio e godimento, sospendendo il primo per gettarsi nel secondo. Tra alcool e carne, al Club Tamarindo si paga per un’anestesia del sentimento, per ricucire la ferita del proprio orgoglio fallico, mortificato da una vita che piuttosto restituisce sempre e solo mancanza.

Teresa si oppone al trasloco dei bordelli dal centro verso la periferia, dietro il quale è celata una speculazione mascherata da pulizia morale. Se una donna di strada è corpo senza parola, lo scandalo di Teresa è quello di avere una voce. Non è un caso a tal proposito che Teresa (e gli uomini con cui stabilisce una calda relazione personale) sia l’unica a non parlare un dialetto aggrovigliato e volgare, simile a uno gnommero gaddiano.

Lo scandalo è quello di poter “dire” questo godimento/fallimento, di creare un ponte tra la carne e la parola. È questa insistente domanda di riconoscimento che causa il desiderio prima di Giano (imbarcato su un bastimento), poi di Ulderico (di cui rifiuta la proposta di matrimonio). Come di fronte a una madonna, questi uomini cercano in lei il segreto di come si può restare un essere umano sotto il peso di una vita invivibile.

Il mestiere infatti diviene per Teresa l’assunzione di un’etica rigorosa. L’amore non è che una necessaria finzione, in cui i corpi – per quanto preghino il compimento del miracolo – piuttosto che fondersi insieme si attraversano, producendo nel cuore e nella carne strappi dolorosi. Se Teresa da donna sa porre da subito la mancanza come fondamento dell’amore, negli uomini insiste una velleità narcisistica irriducibile. In fondo cercano in Teresa la puttana per porsi al riparo di un incontro sterile, sfasato, quindi da surrogare tra una proposta di matrimonio e un attimo di tripudio erettivo.

La realtà è che il rapporto tra uomo e donna non può dirsi. È un circuito che si apre e si chiude, è un’invocazione di carne che marca l’impossibilità di esser felici. Tuttavia l’infelicità di Teresa non è l’alibi per fondersi con la ripetizione di un atto sessuale mercificato. Teresa ci insegna che vivere è accettare di essere tutti – uomini e donne – puttane, in modo da fare nostra quella strana onestà meretricia per cui quello che conta è vivere dell’oggi, senza porci dell’altro nulla di più che la sua mancanza.

La messa in scena è sapida come i piatti del sud Italia, piccanti e carichi di quei frutti selvatici cotti da sole a ridosso delle spiagge. Tra musica popolare, idiomi sonori e movimento coreutico dei corpi, la regia sembra prendere a modello gli antichi cantastorie di piazza. Oltre ovviamente al romanzo di Amado, si colgono echi filmici da Emir Kusturica (dall’esordio di Ti ricordi di Dolly Bell? a Gatto nero, gatto bianco) e da Sam Peckinpah (La ballata di Cable Hogue, Voglio la testa di Garcia, Sfida nell’Alta Sierra), due registi che hanno molto amato le puttane, tanto da averne fatto personaggi intramontabili di quasi tutti i loro lavori.

In conclusione della saga, alla protagonista per essere una e trina manca solo il matrimonio, ma senza che questo rappresenti una soluzione o una via di fuga. Teresa lo sa così bene che il suo vestito bianco è fatto di una crinolina a vista che rivela mutandine ricamate sotto a una guêpière di pizzo. La donna che va a sposarsi, oltre che essere una santa, rimane soprattutto una puttana.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno

via Carlo della Rocca 6, Roma
dal 16 al 17 giugno 2018, ore 21

Teresa Santa Puttana e Sposa – Capitolo 5 – Lo sciopero del canestro
di Marco Bilanzone
con Nadia Rahman-Caretto, Flavia Germana De Lipsis, Alessandro Di Somma, Mattia Giordano, Jessica Granato, Marco Usai, Riccardo Marotta, Giuseppe Mortelliti, Eleonora Turco
regia Lorenzo Montanini
assistente alla regia Alessia Giovanna Matrisciano
foto e grafica Manuela Giusto
costumi Federica Centore, Valentina Cardinali, Serena Furiassi
scene Francesco Felaco
produzione Teatro Studio Uno

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