Altro che vulnerabilità, questa è forza!

Ultima tappa di Terre Vulnerabili: la mostra all’Hangar Bicocca si completa, regalando al visitatore una molteplicità di ambienti in cui poter meditare sull’uomo e il mondo che lo circonda.

Ancora una volta lo spazio dell’Hangar Bicocca si trasforma, modificando la disposizione delle opere esposte nelle tre fasi precedenti del progetto Terre Vulnerabili – curato da Chiara Bertola e Andrea Lissoni – per accoglierne la quarta e ultima.

Se ci si guarda attorno, il primo grande gruppo lo si trova all’interno del Labirinto di Yona Friedman – in cui ora prendono posto anche Movie Skins di Rä di Martino e il video Terra Madre di Ermanno Olmi.

Dall’altra parte Wax, Relax, la scultura in cera di Invernomuto – riproduzione della grotta di Lourdes – si è sciolta, dimezzandosi nell’altezza, mentre Adele Prosdocimi ha integrato il suo percorso di feltro ricamato con filo di cotone raggiungendo i 236 pezzi, per un totale di 150 metri.
Se poi si è così fortunati da alzare la testa proprio nel momento in cui viene sganciato uno dei fogli di Opera dedicata a chi guarda in alto di Alberto Garutti – presente fin dal primo appuntamento della mostra – non si può non rimanere folgorati letteralmente dalla danza leggiadra che il foglio compie svolazzando fino a terra – e che fino ad allora si era potuta solo immaginare.

Quattro invece sono i nuovi artisti che si aggiungono al già nutrito gruppo: Nari Ward – giamaicano, classe 1963 – propone Solu Soil: una palla di vestiti in cui sono incastonate alcune tazze da bagno di ceramica, circondata da terra e cocci abbandonati. Non a caso la mole impressionante di indumenti dà una sensazione di “già visto”: infatti Ward per quest’opera utilizza gli indumenti che Boltanski, in settembre, aveva usato per la sua installazione – Personnes – sempre all’ Hangar Bicocca, e che erano sfuggiti alla dispersione. Certo, l’effetto è diverso: se qualche mese prima il visitatore si trovava davanti a una montagna disordinata e caotica, qui è tutto meticolosamente piegato e allineato e, se il primo sguardo diventa osservazione, si può notare come appaiano in realtà solo singole maniche di camicia o maglione e singole gambe di pantaloni, per un insieme ordinatissimo, ma che ben rappresenta la stessa moltitudine, le stesse innumerevoli vite immaginate anche da Boltanski.

Quasi di fronte a Soul Soil, a mezz’aria, si trova Senza titolo (Adunchi) di Alberto Tadiello, un’opera fatta di ferro, lamiera, dadi e bulloni – tagliente, acuminata, lacerante. Questo suo essere appuntita e affilata risalta ancora di più dopo essere stati catturati dalla morbida rotondità di Nari Ward. Forse si rivela anche un elemento disturbatore nell’economia di tutta l’esposizione, ma non per questo fuori luogo: in ogni caso la vulnerabilità, la precarietà di equilibrio, la sospensione, le si avvertono fortemente.

Singolare è Resistance di Roman Ondak, video in cui sono riprese le scarpe di persona intervenute a un evento pubblico, alcune delle quali hanno le stringhe slacciate. Se l’intento dell’autore è di mettere lo spettatore nella posizione di non riuscire a decifrare una qualsiasi chiave interpretativa, ci è riuscito: otto minuti e venti secondi di incognita.

Apre il cuore, invece, l’enorme e coloratissimo cono di sacchetti di plastica che forma Plastic Bags – di Pascale Martine Tayou – già esposta nel dicembre 2010 alla Queensland Art Gallery di Brisbane in Australia. Osservare da sotto quest’opera fa sorgere molti pensieri sulla quantità di plastica che usiamo ogni giorno, la portata che hanno raggiunto consumismo e globalizzazione – senza però togliere una nota di buonumore che nasce spontaneo alla vista di tanti colori sgargianti.

Infine, quando ormai si pensa di aver visto tutto, si scorge in un angolino buio e isolato un gruppo formato da scope di saggina e bidoni per la spazzatura: è Non c’è pace tra gli ulivi di Bruna Esposito, centrato sul legame strettissimo tra rifiuto e fertilità – ciò che, venendo scartato, imputridisce, dona vita a qualcosa di nascente. Non poteva concludersi con un pensiero migliore questa maratona iniziata a ottobre e che ora, in tutta la sua completezza, rivela un fascino particolare.

L’idea delle mostre che si innestano una nell’altra è stata vincente, dimostrando che anche solo la nuova riorganizzazione dello spazio può contribuire non poco al racconto di un percorso.

Complimenti quindi ai curatori Chiara Bertola e Andrea Lissoni per la lungimiranza dell’idea e per la scelta degli artisti.

La mostra continua:
Hangar Bicocca
via Chiese, 2 – Milano
fino a domenica 17 luglio
orari: dalle ore 11.00 alle ore 19.00 – giovedì dalle ore 14.30 alle ore 22.00 (lunedì riposo)

Terre vulnerabili / 4
un progetto di Chiara Bertola curato con Andrea Lissoni
opere di Ackroyd & Harvey, Mario Airò, Stefano Arienti, Massimo Bartolini, Stefano Boccalini, Ludovica Carbotta, Alice Cattaneo, Elisabetta di Maggio, Rä di Martino, Bruna Esposito, Yona Friedman, Carlos Garaicoa, Alberto Garutti, Gelitin, Nicolò Lombardi, Mona Hatoum, Invernomuto, Kimsooja, Christiane Löhr, Marcellvs L., Margherita Morgantin, Ermanno Olmi, Roman Ondàk, Hans Op De Beeck, Adele Prosdocimi, Remo Salvadori, Alberto Tadiello, Pascale Marthine Tayou, Nico Vascellari, Nari Ward e Franz West.

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