Nel suggestivo spazio dell’Hangar Bicocca si snoda un percorso di tredici opere in cui senso artistico e impegno civile si mescolano per mostrare la fragilità del nostro pianeta.

La Terra è il bene più prezioso che l’uomo ha, pari alla sua stessa vita.

Questa potrebbe essere la sintesi della prima mostra del ciclo Terre vulnerabili – A Growing Exhibition, curata da Chiara Bertola e Andrea Lissoni presso l’Hangar Bicocca. Tredici tappe ideate da altrettanti artisti in cui il visitatore è invitato a soffermarsi non solo per vedere le installazioni, ma anche – e soprattutto – per prendere coscienza dello stato di precarietà e di continuo mutamento dello spazio che lo circonda. Il leitmotiv è trattato da molteplici punti di vista: da creazioni quasi metafisiche come Atlantide di Mario Airò e Web di Mona Hatoum – una grandissima ragnatela sospesa sul soffitto ricoperta di sfere di cristallo simili a bolle di sapone – a video impegnati in un programma prevalentemente ecologista come l’interessante Terra Madr
e di Ermanno Olmi o Guide Book for Visitors from Outer Space di Yona Friedman.

Il filo conduttore di tutto il progetto può sembrare banale: è l’ennesimo tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della fragilità dell’ecosistema, sull’importanza dell’agricoltura biologica e dello sviluppo di energie eco-compatibili. In realtà, il punto di forza sta nella sua eterogeneità. Per ogni opera, infatti, non solo cambia il modo di trattare l’argomento, ma anche il mezzo: da immagini proiettate a crini di cavallo con spilli, da fogli di carta a tubi metallici.

Naturalmente – come spesso accade nell’arte contemporanea – non tutto è sempre facilmente decifrabile o collocabile all’interno del contesto, come ad esempio Senza titolo di Alice Cattaneo: una sequenza di tre forme geometriche bidimensionali formate da linee di metallo bianco che sfuggono qualsiasi tentativo di interpretazione. Altri lavori, invece – come l’illuminante If You See the Object, the Object Sees You di Rä di Martino – arrivano immediatamente allo spettatore, grazie anche alla felice intuizione dei curatori di aprire il percorso con il documentario di Olmi che prepara il visitatore e lo dispone a questa esperienza con la giusta sensibilità.

Ma il vero capolavoro – sia a livello estetico che di realizzazione – è Testament di Ackroyd & Harvey, in cui su un tappeto d’erba posto verticalmente sulla parete è impresso, con una particolare tecnica di fotosintesi, il viso di “un vecchio il cui volto è segnato dal tempo, nello stesso modo in cui un campo di terra è solcato dai segni della semina”. Un parallelismo pieno di poesia, che lascia senza fiato per il perfetto connubio tra sperimentazione, bellezza, realismo e profondità di significato. Senz’altro l’opera che più di tutte porta in sé l’essenza di Terre Vulnerabili, essendo fatta di terra – appunto – e caratterizzata dalla vulnerabilità degli elementi organici che la compongono. Al disseccamento dell’erba, infatti, corrisponderà la fine della creazione e, quindi, dell’uomo rappresentato – che è la proiezione ideale di ognuno di noi, oggi più che mai, travolti dalla tecnologia, ma in realtà ancora indissolubilmente legati alla natura.

La mostra continua:
Hangar Bicocca

via Chiese, 2 – Milano
fino a domenica 12 dicembre
orari: dalle ore 11.00 alle 19.00 – giovedì dalle ore 14.30 alle 22.00 – lunedì chiuso

Terre vulnerabili – A Growing Exhibition
un progetto di Chiara Bertola curato con Andrea Lissoni
opere di Ermanno Olmi, Yona Friedman, Rä di Martino, Christiane Löhr, Alberto Garutti, Stefano Arienti, Hans Op de Beeck, Mona Hatoum, Mario Airò, Alice Cattaneo, Gelitin, Ackroyd & Harvey, Elisabetta Di Maggio

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