La scintilla in fondo al mare

Un testo accuratamente scritto, una scenografia semplice ma originale, due attori che rendono unici i personaggi. Sono gli ingredienti di un piccolo gioiello della scena contemporanea italiana.

Nel grazioso teatro Accento di Testaccio, è in scena uno spettacolo che accompagna il pubblico in atmosfere evocative e fantastiche, ma anche nella memoria storica della città di Livorno. Siamo nel 1945, in una città sventrata dalla guerra, ma forte dei suoi abitanti, gente che decide di affrontare a testa alta la miseria. Tra questa gente ci sono Rosa e Mario Cavicchi, chiamato Scintilla (nella storia capiremo l’origine di questo nome). I due protagonisti dello spettacolo sono realmente esistiti e la loro storia è frutto di narrazioni orali e documenti cartacei. Lo spettacolo ha inizio in fondo al mare, o meglio Scintilla si trova a quaranta metri di profondità, è un palombaro: si immerge con il suo grande scafandro per recuperare materiali e oggetti importanti che altrimenti rimarrebbero immobili nell’oscurità dei fondali. Bisogna muoversi molto piano sotto il mare, altrimenti si rischia l’embolia e poi si sa, «al mare bisogna portargli rispetto». Mario si toglie lentamente lo scafandro, si siede e inizia a raccontare, in un commissariato, ciò che è accaduto quella stessa notte. Accanto a lui, c’è Rosa, sua moglie, non si trovano nello stesso luogo. Lei è su un autobus di ritorno da una festa-danzante. Rosa è energica, passionale e verace oltre che bella; Mario ama il suo mestiere e tutti i pericoli che esso porta con sé.
Con monologhi alternati rivolti a un interlocutore invisibile, Rosa e Mario raccontano come hanno trascorso la notte in cui sembrava che tutto potesse cambiare, e attraverso questi racconti ripercorrono la storia del loro amore e della loro città liberata. La scenografia è essenziale, fatta di grandi scatoloni, che spostati e ricomposti, formano ora una nave, ora una cucina di casa o i vicoli della città. Le scatole creano gli spazi e gli attori li riempiono con il corpo e con le parole. Al pubblico non è difficile immaginare, come quando si legge un bel libro, il paesaggio che li circonda, i compaesani con cui parlano, resi a volte con grotteschi pupazzi. È facile immergersi nella paura e nell’irruenza di Rosa, come è facile abbracciare il coraggio di Mario quando dimentico dell’odio salva la vita a un palombaro tedesco. Come in un film che non inquadra mai i due personaggi in una stessa scena, così raramente li vediamo insieme, ma lo spettatore quasi riesce a toccare quella corda che parola dopo parola ricostruisce il loro legame. I toni sono resi vivaci oltre che dal goliardico dialetto livornese, da un energia spiazzante che pervade anche i momenti di malinconia. È l’energia di un affresco sociale e popolare reso brillante da un azione e da un monologare che non perde mai d’intensità.

Lo spettacolo continua:
Accento teatro
via G. Bianchi, 12/a – Roma
fino a domenica 11 novembre
orari: venerdì e sabato ore 21.00, domenica ore 18.00

Associazioni culturali Orto degli Ananassi e Acab presentano
Teste di Rame
di Gabriele Benucci, Andrea Gambuzza
regia Omar Elerian
con Ilaria Di Luca, Andrea Gambuzza
elementi scenografici Stefano Pilato
ambienti sonori Giorgio De Santis
disegno luci Maria Cristina Fresia
costumi Adelia Apostolico
maschere Emidio Bosco

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