«E se lo sa mio padre dovrò cambiar Paese»

Tre spettacoli sull’identità di genere alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno. Le ridenti colline lucchesi si aprono alla contemporaneità.

C’è qualcosa che è impossibile ignorare, qualcosa che rasenta il sacro.
Errando tra gli alberi della Tenuta, nelle sue stradicciole, viene da ricordarsi delle Corrispondenze baudelairiane: tutto è “un tempio, dove pilastri viventi / ci osservano con sguardo familiare”. E tuttavia, ogni cosa è aperta al mutamento, alla compenetrazione. Alla Tenuta dello Scompiglio lo sguardo non è che il gradino della porta.
Con Assemblaggi Provvisori prosegue la Stagione amorosa inaugurata il 20 marzo, che ci terrà compagnia fino alla primavera prossima. Un progetto che verte a emancipare il desiderio dalle classificazioni sessuali, in un dolce groviglio di androgini, generi che s’invertono, scapigliatura di costumi e corpi essenziali. Si spande in ogni direzione una libertà inusitata. Si porta su di sé un comodo abbigliamento, il piede quasi nudo. Il colore che s’indossa non si accontenta più dell’occhio umano, ma in esso si ricompone. L’anima è ora troppo vasta perché il corpo la contenga. La si effonde dal naso, come un’espirazione di tabacco.

Nel cuore della boscaglia, al termine di un sentiero sterrato, The Love Box – Pink Room è là ad attendere nella sua prima, come uno sposo. La scatola è di compensato, irta di feritoie e finestrelle in plaxiglass. L’arredamento interno, che non si può vedere senza spiare spudoratamente, è composto da oggetti semplici, piccoli, apersonali. Nominabili in un unico lemma: bonsai, specchio, cuscino, bilancia. La scatola è una stanza. Nella stanza si consumano le vite di tre persone. C’è la donna delle pulizie, la mattina, quando tutto è concluso; c’è l’uomo geisha, l’amante della notte, che come i sogni si disperde poco prima dell’alba; e c’è lui, il padrone, l’eterno assente che non vedremo mai, il filo conduttore tra le notti e i giorni.
Le voci delle donne – quella biologica e quella psichica – pervadono la scatola coi loro flussi d’idee. Ogni attitudine immagine espressione si dirama da un oggetto. Ogni oggetto è espressione di due mondi lontani, che dispongono la stanza in schemi diametricamente opposti, l’un per l’altro errati. Alla donna manca suo figlio, la geisha non può ingrassare; la donna ha un posto per ogni cosa, la geisha non è nulla di più per il padrone; la donna è attiva nel suo servire, la geisha subisce un potere che detiene. Lo schema si spezza: la donna decide di rimanere. Le occorre capire chi scompagina il suo ordine ogni notte; capire chi si è fantasticato, giorno dopo giorno. Le due s’incontrano e il pensiero si trasla in dialogo. Qui il testo di Andrea Dellai eccede forse in lirismo, strappando la scena alla realtà, mutandola in un colloquio quasi mistico. La parola, definizione schematica che leggiamo sui vocabolari – quelle definizioni stampate e appese attorno alla scatola-prigione – si declina nella vastità della soggettività umana. “Bilancia” è tormento, vergogna, quotidianità. “Bonsai” è deformità o amore viscerale. Non vi è un ordine che sia prestabilito, ogni accidente è del tutto possibile. L’accettazione è figlia della filosofia orientale – forse a ciò è indirizzato il proliferare di elementi desunti dalla cultura nipponica, tra i quali la geisha medesima, savant della storia, l’epifania negli schemi alteri della donna biologica.

Se The Love Box – Pink Room ha mosso guerra alle parole, Goodnight, Peeping Tom, altra prima, colpisce più a fondo, nella stessa reattività fisica dell’individuo. Prendendo mitico spunto dal fato di Peeping Tom, versione nordica del più conosciuto Atteone – mutato in cervo e sbranato per aver contemplato la nudità di Artemide – la performance risarcisce colui che pagò con la cecità uno sguardo rivolto a Lady Godiva.
Sostenendo la teoria del desiderio che prevarica i sessi e le condizioni, il progetto di e con Chiara Bersani adagia lo spettatore in uno spazio bianco e asettico, vivificato da quattro figure dolci, senza storia né pensiero. Da un’introduzione che rammenta lo stato d’animo de Les Demoisselles d’Avignon picassiano – la tenda scostata, l’io confuso di fronte alle concubine in posa, con la sensazione di essersi spinti troppo oltre, dove non è permesso guardare, dove la scure di Peeping Tom è autorizzata ad abbattersi – si impossessa dello spettatore un progressivo abbandono. Diversi sguardi s’intercettano, si seducono. Ha inizio il gioco delle gestualità ripetute, tipica spia di un’attrazione latente, mentre i quattro feticci del desiderio – due uomini, due donne – avvincono chiunque, indistintamente, scavalcando ogni confine sessuale o morale. Provocatorio il fatto che tutti cedano, forti della giustificazione intrinseca – probabilmente urlata – di stare operando in un ambito performativo, “per finta”. Ciò che accade alla Tenuta, alla Tenuta rimane. E poco importa che sia possibile rivolgersi alla signora in nero, elegantissima rappresentazione forse della mezzana – da alcuni considerata un po’ trita – per domandarle cinque minuti da trascorrere in solitario con uno dei quattro soggetti, in una muta, ma eloquente dichiarazione d’amore. È tutta finzione, no?

Più delicato, ma non meno affettuoso, è iD, prodotto da Dynamis. Condotto a piena parità con il performer, il singolo spettatore gli si pone di fronte. Entrambi riposti in uno spazio d’isolamento, come cavie da proteggere o decontaminare. La plastica avvolge i contatti dei loro sguardi, mentre una voce esterna li interroga. Sboccia un’empatia in questo dialogo mediato, mentre le reciproche nature si svelano, in un crescendo di complicità e intimità. Poco valore ha il tuo pregiudizio, poco la tua morale. Ciò che hai di fronte ti può urtare o meno, poco importa: ti si svelerà sempre troppo tardi. Ben più veloce, pioché innato, è l’istinto dell’interazione. Come dice Platone, siamo animali sociali. Questo conta e poco altro. Scattato il meccanismo, lo stupendo meccanismo, qualunque altra barriera è abbattuta, dacché innaturale. E lo stesso mediatore, così formale, cede progressivamente al richiamo, sin dal primo istante in cui vi appella per nome. Il plauso va a una performance equilibrata tra intensità e delicatezza, il cui pregio principale sta nel suo mantenersi incompleta, elastica. Necessaria è l’interazione con lo spettatore e meravigliosa è la capacità del mediatore di modellare e improvvisare le proprie repliche e domande a quelle che sono le risposte del partecipante.
Giovedì 21 luglio, attorno alle ore 13, sono comparse sulla pagina Facebook di Dynamis le statistiche calcolate. Adesso sappiamo che il 99% di chi si è presentato si è dichiarato ateo; che il 100% di questi ha provato abiti del sesso opposto almeno una volta nella vita; che tutto sommato non siamo poi così lontani. Giusto un paio d’isolati e di cortei arcobaleno.

Le performance hanno avuto luogo:
Tenuta dello Scompiglio

via di Vorno, 67 – Capannori (LU)
sabato 16 luglio

exvUoto teatro presenta:
The Love Box – Pink Room
testo Andrea Dellai
regia Tommaso Franchin
con Antonia Bertagnon e Andrea Dellai

Goodnight, Peeping Tom
Associazione Culturale Dello Scompiglio
ideazione e creazione Chiara Bersani
azione con Chiara Bersani, Marta Ciappina, Marco D’Agostin e Matteo Ramponi
assistente alla creazione Eleonora Cavallo
collaborazione fotografica Giulia Agostini
progettazione ambienti Luca Poncetta
consulenza Lara

iD
ideazione e realizzazione Dynamis
progetto visivo e comunicazione CO-CO

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