Live experience

«Cosa ci aspettiamo dalla democrazia? Cosa ci aspettiamo dalla politica?». Cosa c’entra il teatro con queste domande?

Per chi pensa che la cultura sia non solo per e della comunità, ma comunità essa stessa, la risposta è scontata. L’arte è un vero e proprio linguaggio condiviso, anarchico perché creativo, che, quando non si configura come svago o, peggio, autocompiacimento, vede nella declinazione live experience della drammaturgia la forma più efficace di una sensibilizzazione volta a far vibrare l’anima e ad attivare il pensiero, dunque a indurre il singolo alla continua ricerca del sé e dell’appartenenza sociale.

Potrebbe sembrare quasi magia, ma un allestimento che arriva e spalanca le famose porte della percezione non potrà che essere figlio di studio e lavoro, di concentrazione e sforzo, di consapevolezza e attitudine, di personalità e passione, ma mai della casuale improvvisazione. Ce lo dimostrano due spettacoli radicalmente diversi andati in scena per Inteatro, lo storico festival che da quarant’anni anima ad altissimo livello la regione Marche e che dal 2015 ha esteso la sua programmazione dalla sede storica di Polverigi al centro della città di Ancona.

Il primo è Tijuana_La democrazia in Messico 1965-2015, un monologo di Gabino Rodríguez che «ha assunto per 6 mesi l’identità di Santiago Ramírez, operaio a salario minimo in una fabbrica di Tijuana (bassa California)», città celebre per la presenza di un muro della vergogna (la barriera di separazione al confine con San Diego, Usa) che dagli anni 90 venne sottoposta a quella che Noam Chomsky definì una vera e propria «militarizzazione del confine USA-Messico», perché soggetta a enormi flussi di immigrazione clandestina.

Luogo, allo stesso tempo di speranza e disperazione, scelto esemplarmente per raccontare, attraverso «un teatro documentario vissuto in prima persona», «cosa significhi democrazia in Messico oggi, se 50 milioni di persone vivono con il salario minimo». Salario minimo giustamente introdotto con la Costituzione del 1917, ma da allora mai realmente adeguato al costo della vita e pertanto diventato scudo legale per avere manodopera a basso costo (poco più di 70 pesos, circa 3,5 euro, al giorno), che nella visione della compagnia locale Lagartijas tiradas al sol diventa snodo cruciale per interrogarsi su come la mancanza di diritti in Messico sia diventata una patologia nei confronti della quale l’arte non potrà rimanere silente.

La scenografia – dominata da un vivace disegno della città di Tijuana solcata dal suo piccolo fiume – contrasta con l’asfissiante atmosfera metropolitana che emerge dalle parole del protagonista, mentre le proiezioni dal diario di Santiago/Gabino e la narrazione frontale dei dettagli di una vita quotidiana assillata dal rispetto di un budget impossibile da sforare e da un clima di miseria e violenza ai limiti della sopravvivenza evidenziano l’urgenza di un progetto che Lagartijas intende testimoniare attraverso la fedeltà dell’inchiesta giornalistica e un allestimento che fa del proprio didascalismo una virtù.

Nonostante l’eccessiva lunghezza dell’incipit affatichi il racconto, quello di Gabino Rodríguez è a tutti gli effetti non uno spettacolo, ma la performance di chi, ribaltato il concetto stesso di metateatralità e annullata ogni distanza tra l’arte e la vita, ha dismesso ogni maschera e contrappone tout court l’autenticità (della propria esperienza, dei bisogni umani) alla finzione (del ruolo, dell’economia finanziaria), offrendo una proposta artistica legata alla cronaca di un paese dove i diritti umani essenziali vengono calpestati dalle sue stesse istituzioni, senza che ciò desti l’attenzione internazionale o occidentale, ma in cui scopriamo agire giovani artisti capaci di rischiare la propria vita per questi stessi diritti, così ricordando negli ideali i nostri Instabili Vaganti (Desaparecidos#43)

Non politica, ma altrettanto autentica, si rivela anche la meravigliosa e poetica Room #4 del collettivo torinese Le Stanze Segrete di S., una sublime e immersiva «performance senza parole, ispirate al teatro d’ombre e alle illustrazioni di inizio secolo, tramite un utilizzo della tecnologia limitata al minimo indispensabile» di cui non diremo nulla (in ossequio alla seconda «regola fondamentale: non rivelare mai a nessuno quello che si è visto»), se non in che misura sia risultata capace di spalancare in un percorso di sola visione, tanto semplice nell’ideazione quanto di personalità nella realizzazione, potenzialità immense nel ridare vita a spaccati culturali che il classicismo della nostra tradizione scolastica ha mortificato e reso inerti .

Perché se è vero che l’arte è un’«azione di autoscoperta» (Jackson Pollock) e che «nasce dal sangue del cuore» (Edvard Munch), ancora di più la vitalità del teatro consiste nella sua capacità razionale ed emotiva di veicolare messaggi e creare emozioni, dunque di rispondere affermativamente all’intima messa in crisi di certezze e ovvietà (auto)imposteci in maniera ormai del tutto impersonale dalla comunicazione globale.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Inteatro Festival 2016
location varie, Ancona

Mole Vanvitelliana
9 luglio, ore 19.00
Room #4
ideazione, direzione e performance Le Stanze Segrete di S.

Teatro delle Muse, Sala Melpòmene
9 luglio, ore 21.00
Tijuana_La democrazia in Messico 1965-2015
progetto di Lagartijas tiradas al sol
con Gabino Rodríguez
co-direzione Luisa Pardo
disegno luci Sergio López Vigueras
video Chantal Peñalosa
isadora Carlos Gamboa
consulenza artistica Francisco Barreiro
produzione Lagartijas tiradas al sol, Marche Teatro
in collaborazione con Festival Belluard Bollwerk International
prima nazionale

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