La Diva torna in città

Tosca inaugura la Stagione 2012/2013 del Teatro del Giglio di Lucca. Il tutto esaurito fa sperare in un’ottima annata.

«Uniti ed esultanti, diffonderan pel mondo i nostri amori,/armonie di colori ed armonie di canti…» (Tosca e Cavaradossi). E la profezia si rinnova.

29 Settembre. Tra fumane d’incenso e polvere da sparo Tosca, scritta da G. Giacosa e L. Illica, torna al teatro del Giglio, segnando l’apertura della nuova Stagione. Commentare un’opera musicata da Puccini non è cosa facile: il rischio di scivolare in ragionamenti inutili, ripetuti sino alla noia, è costante. Ma il sipario del Giglio non poteva conoscere inaugurazione più familiare.

Tra storia e dramma umano, Tosca – melodramma strutturato in tre atti – si glorifica quest’anno delle voci di Carmen Solìs, nei panni della Diva, e di Boldizsar Laszlo, interprete di Mario Cavaradossi. Incantati dalle note dell’Orchestra della Toscana, tenore e soprano avvincono gli astanti catapultandoli, con acuti improvvisi, verso vette di climax quasi catartico.

Da segnalare la Solìs, perfetta nell’ugola quanto nella mimica. Impotente e impetuosa, fremente d’arte e sentimento, Tosca ci offre nel modo più limpido e completo lo spettro di colori che arricchisce e compone l’universo femminile: civettuola e gelosa, appassionata e devota, sul palcoscenico perde le fattezze del mero personaggio teatrale, acquisisce corposità, sangue e anima. Incantevole la sua agonia nelle situazioni di massima drammaticità, come quando è costretta ad assistere alla tortura che gli aguzzini perpetrano sull’amato Mario. Prima della Diva è sempre la donna a parlare, a esplodere.

Ed è per brama della donna che Scarpia, anima nera dell’opera, avanti a cui «tremava tutta Roma» (Tosca), mette in moto la macchina del male. Impersonato dal baritono Gabriele Viviani, Scarpia è degnamente interpretato, pur destando l’ammirazione più per gli splendidi costumi e per il trucco caratteristico (di competenza della Casa d’Arte Fiore di Milano). Come altri personaggi cruciali, anche nell’antagonista sono i gesti silenziosi, gli sguardi a conferire all’opera il pathos che la caratterizza. Indimenticabile ad esempio il rito silenzioso che la Diva esegue sul cadavere di Scarpia assassinato. A Viviani vanno i complimenti per l’innegabile efficacia con cui porta in scena un uomo sfibrato dalla passione e dal traviamento.

Ma se di efficacia si vuol parlare, regine indiscusse della serata sono state le bellissime scenografie. Realizzati dai bozzetti del russo Nicola Benois, i fondali irradiano luce e profondità, trascinando lo spettatore oltre l’illusione del palcoscenico. L’atmosfera vibra di intrigo e romanticismo, rischiarata da candelabri e albe artificiali. Così coinvolgente e suggestiva da giustificare gli estenuanti venticinque minuti d’attesa tra un intervallo e l’altro. La musica, orchestrata da Julian Kovatchev, si insinua in ogni attimo, pianto sommesso, cristallizzando tempo, eventi e personaggi. Bellissima e tutto caratteristica è la breve, onirica strofa cantata fuori campo all’inizio del terzo atto, prima della tragedia.

Sul piano tecnico è da segnalare che bassi quali Deyan Vatchkov (Angelotti) e Marco Innamorati (Sciarrone), peraltro ineccepibili, non sono forse stati evidenziati sufficientemente e la preponderanza dell’orchestra ne ha spesso resa ardua la comprensione. Imperfezione cui ha parzialmente supplito il pannello dei sovratitoli.

Oltre al Coro della Toscana calcano la scena le Voci Bianche della Cappella Santa Cecilia. Guidati da Marco Bargagna e Sara Matteucci, entrambi colmano il finale del primo atto intonando l’inno sacro latino. Una nota va ad Angelo Nardinocchi, bravo nell’interpretare il sacrestano, personaggio fresco e burbero, capace di alleggerire momentaneamente l’atmosfera greve del dramma. A rendere indimenticabile la scena è il corteo religioso, numeroso e rievocativo, oltre all’incenso che infrange il velo dell’illusione e raggiunge gli astanti diffondendo un vapore mistico tra pubblico e palcoscenico.

Altrettanto penetrante è l’esecuzione di Cavaradossi, poco prima del tragico epilogo, in cui il frastuono, le scintille, l’acre odore delle polveri dei fucili invade la sala, conferendo al dramma un vago, desolante sentore di realtà. Si passa così, attraverso lampi e odori, dalla religione alla morte, morte lenta e irrevocabile, come lento e irrevocabile è il sorgere del sole oltre i bastioni di Castel Sant’Angelo. In quest’ultimo effluvio di vita Laszlo dà il meglio di sé mentre intona l’ormai celebre E lucean le stelle, passato alla storia tra i migliori pezzi dell’opera pucciniana. E poi l’inganno e l’uccisione. E Tosca, nelle cui mani «giustizia le sue sacre armi depose» (Cavaradossi), Tosca che ha amato e ucciso, si lascia precipitare dai bastioni, maledicendo Scarpia, giurando vendetta.

Il 29 Settembre, a Lucca la morte ha i colori dell’alba.

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Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio
piazza del Giglio, 13/15 – Lucca
sabato 29 settembre, ore 20.30

Tosca
Testi di G. Giacosa e L. Illica.
dal dramma omonimo di Victorien Sardou
musica Giacomo Puccini
direzione d’orchestra Julian Kovatchev
regia e luci Renzo Giacchieri
direttore di palcoscenico Guido Pellegrini
consulenza scenografia e costumi Renzo Giacchieri
Interpreti principali:
Floria Tosca: Carmen Solìs
Mario Cavaradossi: Boldizsar Laszlo
Barone Scarpia: Gabriele Viviani
Cesare Angelotti: Deyan Vatchkov
Il Sagrestano: Angelo Nardicchi
Spoletta: Saverio Bambi
Sciarrone: Marco Innamorati
Carceriere: Alessandro Manghesi
Pastorello: Sara Fanucci

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