«E avanti a Francesco Meli tremava tutto il teatro! »

Debutta al Teatro Carlo Felice, Tosca, il melodramma in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa tratto dal dramma di Victorien Sardou del 1887.

Genova, mercoledì 4 maggio 2016. Sala entusiasta e quasi al completo per uno dei capolavori di Puccini che non stanca mai pubblico e registi come Davide Livermore, sul palco con la sua incredibile regia e scenografia già sperimentata durante la scorsa stagione.

Roma, la città eterna, sabato 14 giugno 1800, giorno della Battaglia di Marengo. La vicenda di Tosca si svolge in 16 ore, dall’Angelus di mezzogiorno sino all’ora quarta dell’alba. Sullo sfondo degli avvenimenti rivoluzionari in Francia e della caduta della prima Repubblica Romana, si susseguono le tragiche vicende della bella cantante Floria Tosca e dell’amato pittore Mario Cavaradossi minacciati dalla figura del Barone Scarpia, il capo della polizia papalina.
Primo atto: siamo nella chiesa di Sant’Andrea della Valle in Roma, messa in scena grazie all’uso di una piattaforma mobile e sopraelevata, e – in particolare – nella Cappella Attavanti, rappresentata attraverso proiezioni di affreschi. Cesare Angelotti (Basso), console della Repubblica Romana e bonapartista, interpretato da un Giovanni Battista Parodi in ottima forma, scappato dalla prigionia in Castel Sant’Angelo, giunge nella chiesa in cui la sorella, la Marchesa Attavanti, ha predisposto per lui un travestimento femminile per la fuga. L’Angelotti è, però, interrotto dall’arrivo del Sagrestano (Baritono) che sta preparando gli attrezzi del pittore protagonista, Mario Cavaradossi (Tenore) interpretato dal genovese Francesco Meli.

Giunge dunque la bella e gelosa Floria Tosca (Soprano), Amarilli Nizza in questa rappresentazione, la quale dopo il duetto amoroso (Non la sospiri la nostra casetta…) e una scenata di gelosia (Qual occhio al mondo…), viene congedata. Mario, sentiti dei rumori, scorge il console amico in fuga e decide di aiutarlo ma devono fare in fretta poiché i cannoni della prigione rimbombano alla scoperta della fuga di un prigioniero e soprattutto il Barone Scarpia (Baritono) sarà già sulle tracce dell’evaso. L’Angelotti fugge e la notizia della vittoria delle truppe austriache su Napoleone a Marengo sfocia in un giubilo comune con il Sagrestano che invita i bambini a prepararsi per il Te Deum. La gioia dura ben poco: è giunto Scarpia (baritono) che, sulle tracce di Angelotti, sospetta di Mario. La complessità e la grandiosità del personaggio malvagio affiora proprio in questo momento: per incastrare Mario, Scarpia coinvolgerà Tosca e la sua gelosia.

Secondo Atto: Palazzo Farnese, con la scenografia che ruota per mettere in evidenza il salotto in cui Scarpia sta cenando. Giunge Spoletta (Tenore), l’agente di polizia che informa il suo superiore dell’avvenuta cattura di Mario. Viene convocata Tosca che sentendo le urla dell’amato non resiste e rivela a Scarpia dove si trovi l’Angelotti. Intanto si apprende che a Marengo ha vinto Napoleone e quando Mario esulta per la vittoria viene condannato a morte. To­sca chiede allora che venga concessa la grazia all’amato e il crudele Barone in tutta la sua crudeltà acconsente solo se la donna gli si concederà. È giunto uno dei momenti più celebri del dramma, Tosca che canta rivolgendosi a Dio il suo Vissi d’arte, vissi d’amore, dunque il suo cedimento. Scarpia fa credere a Tosca che la fucilazione sarà simu­lata, scrive il salvacondotto ma nel momento in cui si avvicina a Tosca questa lo pugnala e scappa.

Atto Terzo e ultimo: Castel Sant’Angelo. Mario scrive una lettera all’amata che interrompe per cantare E lucevan le stelle. La donna arriva spiega a Mario quanto accaduto e come si svolgerà la “falsa” fucilazione. Mario viene però davvero fucilato. Tosca, in fuga dalla polizia che ha scoperto il cadavere del Barone, giunge sugli spalti e al grido “O Scarpia, avanti a Dio!” si getta dalle mura del castello.

Al primo debutto di Tosca, il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, la rappresentazione fu interrotta più volte e, nonostante le numerose critiche, negli anni seguenti si affermò sul panorama musicale. Alla prima genovese l’opera si è interrotta solo per scroscianti applausi per la regia, la scena e l’esecuzione.

Un lavoro quello di Livermore che non ammette obiezioni, con regia, scena e luci in perfetto equilibrio sotto una direzione unica e omogenea. Se la regia risulta precisa e adatta al testo con nessuna esagerazione fuori posto, e se con profonda attenzione ai dettagli, la scenografia mobile, elegante ma soprattutto elevata per proiettare gli spettatori nei palazzi romani, rende l’interpretazione di alcuni cantanti forse più faticosa, ma in ogni caso in grado di materializzare le richieste del libretto, è in particolre l’uso delle luci, azzeccate in ogni momento e situazione in un sapiente uso de contrasto tra il bianco e la scena scura, a dare l’impressione di un maestoso set cinematografico.
Precisa la direzione orchestrale di Dimitri Jurowski, attento al testo e profondo conoscitore della partitura
Se per Angelo Veccia (Scarpia) l’interpretazione riesce a soddisfare per gran parte dello spettacolo (soprattutto nel secondo atto), alcune perplessità emergono per l’interpretazione oscillante del soprano Nizza (Tosca) che nelle sue prime battute appare più debole pur riuscendo a proseguire in salita tanto il primo, quanto il secondo atto, con un Vissi d’arte non totalmente convincente, forse anche per la scelta registica di cantare seduta e leggermente in discesa sulla scenografia.
Il plauso maggiore va, tuttavia, al giovane genovese Francesco Meli, tenore (Cavaradossi) che dimostra la più assoluta precisione vocale dall’inizio alla fine senza destare dubbi. Equilibrato dal primo atto in un climax ascendente di bravura, raggiunge la massima espressione con E lucevan le stelle del quale viene richiesto e concesso addirittura il bis.
Il coro non è protagonista in quest’opera ma Livermore ne valorizza l’importanza soprattutto alla fine della prima parte, quando esso rappresenta la folla che “sorregge” la struttura su cui si svolge la scena, metafora della realtà romana papale ottocentesca forte e potente grazie solo al sostegno obbligato del popolo.

«Diedi gioielli della madonna al manto, e diedi il canto agli astri, al ciel, che ne ridean più belli. ».
Tosca, Atto II

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Carlo Felice

Passo Eugenio Montale 4, Genova
dal 4 al 8 maggio 2016
Mercoledì 4 ore 20.30
Venerdì 6 ore 20.30
Sabato 7 ore 15.30
Domenica 8 ore 15.30

Tosca
melodramma in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
regia, scene e luci Davide Livermore
direttore orchestra Dimitri Jurowski
orchestra e coro Teatro Carlo Felice
con Amarilli Nizza – Floria Tosca
Francesco Meli – Mario Cavaradossi
Angelo Veccia – Scarpia
Giovanni Battista Parodi –Angelotti
Matteo Peirone – Sagrestano
Enrico Salsi – Spoletta
costumi Gianluca Falaschi
assistente alla regia – Alessandra Premoli
assistente ai costumi – Maria Giovanna Farina
Maestro del coro – Pablo Assante
Maestro del coro voci bianche – Gino Tanasini

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