Delizia di applausi

Se il buongiorno si vede dal mattino, il Teatro Carlo Felice dovrebbe poter essere tranquillo per tutta la stagione dopo questa apertura verdiana con Traviata, in scena dal 15 dicembre, per la regia di Giorgio Gallione.

Aprire la stagione portando sul palco Violetta è certamente una decisione oculata e un’ottima intuizione. Nota la storia, direttamente ripresa dal testo di Alexandre Dumas figlio, la Signora delle Camelie, famosi i brindisi e le arie, non è sempre facile azzardare regie nuove per questo spettacolo.
Filo conduttore, il binomio vita e morte, rappresentato, al centro della scena, da principio a conclusione, da un albero bianco, pallido, ma eretto che non rimarrà così nel finale.
Una cupa atmosfera, si apre il tendone del sipario e tutti i presenti sono a lutto, sembra ci sia un funerale, quello della protagonista, ma siamo solo all’inizio. Non è segreta la conclusiva morte della protagonista, ma il volerlo ricordare già dal principio attraverso un momento di cordoglio, è un apprezzata scelta registica: la morte, anche nella gioiosa vita festante di Parigi, è sempre pronta a presentarsi.
Dopo l’articolato Preludio, il maestro Massimo Zanetti, mossa la bacchetta per l’attacco allegro Dell’invito trascorsa è già l’ora ci accoglie nel vivo della narrazione.
Parigi, ottocento, nel frivolo salotto di Violetta (il Soprano Desirée Rancatore) giungono uomini e donne di ogni tipo, Alfredo Germont (il Tenore Giuseppe Filianoti) compreso. Festa, balli, colori, molti dettagli in questa stanza. In particolare ci colpiscono le numerose camelie bianche lanciate dagli ospiti e le luci rosse, colore che accompagna tutta la messinscena, simbolo della passione travolgente nonché colore di quel sangue che Violetta nasconde, nel suo fazzoletto, dopo aver tossito.
E continua la musica, con un andamento vivace, come del resto è l’opera nel primo atto, sino al noto Brindisi: vitalità, allegria, champagne, coppe piene di vino e balli. Le masse sanno muoversi e ballare, il coro è profondo interprete dello spirito allegro della scena, la scenografia è semplice e sono numerosi i flûte che dal soffitto, come una tenda, scendono sino quasi al pavimento. Tripudio di balli eleganti, quasi uno spettacolo del vaudeville berlinese degli anni ’30, ma non per questo fuori luogo.
E al termine del primo atto, durante il secondo, siamo nella casa di campagna di Alfredo. La giovane coppia vive la sua storia di passione, interrotta dall’arrivo del signor Germont (il Baritono Vladimir Stoyanov). Tutto il secondo atto procede all’insegna dell’equilibrio musicale e registico, giungendo all’aria di Violetta Amami Alfredo, diretta con tocco personale del maestro, in una melodia non tradizionale ma assolutamente grandiosa. Una Violetta strepitosa, una voce forse troppo oscillante per il ruolo verdiano, ma sempre attenta e precisa. E dopo incontri diversi tra cui l’acceso scontro tra Alfredo e il padre, l’allontanamento dell’amata annunciato da una lettera, dunque il ritorno ai salotti parigini. E qui nuovamente, balli, festa, alcool e gioco, un mix di frenesia e libertinaggio che il corpo di ballo mette in scena con maschere e colori, forse troppo movimento e colore ma tutto sommato ben inserito nella cornice scenica e contestualizzato rispetto alla regia.
Intanto la malata Violetta si aggrava, e arriviamo all’ultimo atto con un nuovo Alfredo e il maestro Filianoti, per calo di voce, sostituito da William Devenport.
Sulle note di Addio al passato, siamo introdotti nell’ultimo atto. Ma gli spettatori sono distratti da un balletto che su queste note si svolge. È davvero necessario? Perché non lasciare spazio all’orecchio evitando l’immagine, a un suono che, senza essere filtrato, dall’orecchio giunge nell’interiorità di ognuno, senza mediazioni tanto meno di figure?
Ma siamo ormai alla fine, sul palco una Violetta che si spegne accompagnata verso la morte da Alfredo e dal dottor Grenvil (il Basso Manrico Signorini), figura austera, che silenziosamente accompagna la protagonista sin dall’inizio dell’opera, quasi ne fosse la coscienza o il suo angelo della morte.
Si conclude il Finale della partitura, il direttore d’orchestra alza la bacchetta e il direttore di scena abbassa il sipario.
Un’opera godibile sotto tutti i punti di vista, nuova nelle scelte registica e dunque sceniche ma che riesce a convincere l’austero pubblico genovese.
Applausi per tutti i cantanti e le comparse, un elogio particolare per Il Soprano Rancatore da tutto il pubblico non solo per la voce ma anche per la sua eclettica figura di artista, sul palco anche grandiosa attrice. Altrettanto per il Baritono Stoyanov. Al Tenore Filianoti altri immensi applausi per la sua performance da non nascondere dietro due errori che probabilmente hanno fatto più male alla sua salute che alle nostre orecchie. Un’interpretazione vocale di tutto rispetto.

«Godiam, fugace e rapido è il gaudio dell’amore; è un fior che nasce e muore, né più si può goder»
Traviata, atto I

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Carlo Felice

Passo Eugenio Montale 4, Genova
il 15, 21, 27 e 28 dicembre ore 20.30
17, 18, 20, 29 dicembre ore 15.30

Traviata
di Giuseppe Verdi
regia di Giorgio Gallione
direttore Massimo Zanetti
con Desirée Rancatore – Violetta Valery
Marta Leung – Flora
Daniela Mazzucato – Annina
Giuseppe Filianoti – Alfredo
Vladimir Stoyanov – Giorgio Germont
Didier Pieri – Gastone
Paolo Orecchia – Barone
Stefano Marchisio – Marchese
Manrico Signorini – Dottor Grenvill
Maurizio Raffa – Giuseppe
Alessio Bianchini – Domestico di Flora
Matteo Armanino – Commissario
Mimi danzatori DEOS
Scene e Costumi Guido Fiorato
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice
Orchestra e Coro Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro Franco Sebastiani

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