Assaggio cechoviano

Sospese in un non-tempo di rintocchi di campane o in un non-luogo di sedie diverse e tavolini, tre donne evocano il passato, quello di quando ancora speravano nel futuro. Al Teatro Libero: buoni gli ingredienti, insipido il risultato.

«Da domani in città non ci sarà più nessun soldato. Vivremo di ricordi».

Le tre sorelle sono rimaste sole, sole nelle loro gonne nere e nelle loro camicie bianche.

Le tre sorelle sono rimaste sole, e si sono perse, in una continua e immobile rievocazione de i momenti e dei protagonisti del loro passato comune, delle angosce, delle tristezze e delle speranze tradite, così sole e così perse da non riuscire neanche più a vedere la loro grande innocua illusione lontana: Mosca.

Tre sedie, due banchi bassi, pochi oggetti: un libro, una candela, dei fiammiferi. Tre cappelli da ufficiali.

Tre donne con l’assenza degli uomini incrostata addosso, bretelle nere e guanti di pelle come cicatrici di nostalgia, come avanzi maschili rimasti a segnare e indurire i loro corpi, la loro femminilità. E, ad avvolgere tutto, il dramma di Cechov, il racconto inequivocabile della loro disperazione indelebile, trasformato in un labirinto enigmatico. Come? Come in un trailer. Spezzettata in frammenti celebri e ritagli di episodi indispensabili, la storia originale diventa un collage con troppa poca colla, un assaggio, una premessa di qualcosa che però non c’è. Più un invito, un omaggio a Cechov, più un tributo o un aperitivo per gli innamorati del drammaturgo russo piuttosto che uno spettacolo completo e indipendente. Nonostante l’indiscutibile bravura delle attrici, infatti, al progetto manca carattere, chiarezza e sapore. A partire dalla scena: spoglia ma non abbastanza, con dettagli quasi invisibili o confusi – cosa c’è sui banchi, dove viene rovesciata l’acqua? – e un’illuminazione davvero insufficiente. A tratti vengono accennati simboli (la candela, i fiammiferi, le pagine strappate) che restano sospesi, incompleti, vaghi, o addirittura incomprensibili, come il corridoio sul fondo mostrato solo dal controluce: che spazio delimita il tulle nero, quali azioni avvengono lì dietro, e perché?

In certi momenti, persino i corpi perdono la loro espressività, limitandosi a riempire i silenzi con gesti e pose stereotipati, o ripetizioni di movimenti che però stemperano la loro potenza espressiva in imprecisioni, o scadono nell’enfasi vuota. Restano piene e intense le voci, ma non basta. La storia si scioglie in dialoghi davvero troppo confusi, e nel tentativo di seguire la trama o anche solo il senso, si perde l’emozione, e sfuggono le suggestioni. è bello come tutti i personaggi maschili diventino evanescenti e senza sostanza, prendendo vita solo attraverso i corpi delle tre donne che li interpretano (letteralmente, recitando a turno i vari ruoli, portando in scena le parole e i gesti degli ufficiali), ridotti a ricordi piatti, ormai sbiaditi e quasi inutili nonostante il pensiero ancora conservi il dolore della loro assenza; ma manca qualcosa, forse la profondità e a credibilità delle protagoniste, che in qualche modo escono diluite, confuse anch’esse tra gli altri personaggi, deboli.

Sugli applausi, una musica bellissima: perché solo alla fine?

Lo spettacolo continua:
Teatro Libero
via Savona, 10 – Milano
fino al 27 Novembre
dal lunedì al sabato ore 21.00
domenica ore 16.00
 
Tre sorelle
di Anton Cechov
progetto di e con Monica Faggiani, Paola Giacometti, Raffaella Boscolo

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