Utopia e disincanto in Čechov

Al Piccolo Teatro Studio di Milano la versione di Tre Sorelle firmata da Lev Dodin. Una lettura poetica e stimolante per un testo enigmatico e, a tratti, profetico.

A rivedere Čechov nell’edizione in lingua originale diretta da Lev Dodin, ci si rende conto, una volta di più, di quanto profondo, forse insondabile, sia l’universo sotteso a quei suoi drammi, che lui preferiva chiamare commedie, e nei quali, apparentemente, non succede quasi nulla. Tre Sorelle, poi, è forse il più enigmatico.
Come intendere quel finale tragico, senza lacrime, ove Olga, all’annuncio della morte del barone Tuzenbach, insiste su quanto allegra sia la musica della banda, incongruo ma lacerante contrappunto alla sua disperazione, alle domande senza risposta che rimanda alle sorelle; mentre il vecchio Čebutykin (“di buon umore”, dice Čechov in didascalia) continua a canticchiare la sua canzoncina?
Cosa significa quel reiterato «vsë ravnò» (che potremmo, un po’ liberamente, tradurre col nostro familiare, fatalistico: «tanto è lo stesso»), ripreso ossessivamente nel corso dei quattro atti da quasi tutti i personaggi, come una pastoia, una zavorra che fa ogni volta ripiombare a terra i goffi, eppure appassionati aneliti a un domani diverso?
E come non provare un brivido nel sentire le parole del barone: «… si sta preparando una forte e sana tempesta, che arriva, che è già vicina, e che ben presto spazzerà via dalla nostra società la pigrizia, l’indifferenza, le prevenzioni contro il lavoro, il putridume della noia»? Una velleitaria, eppur inquietante profezia della rivoluzione del ’17, uscita dalla penna di quel tranquillo borghese conservatore ben prima delle avvisaglie del 1905.
Dodin non cerca di fornire risposte ma, semmai, sul piano formale, la sua regia presenta un ulteriore, stimolante contrasto dialettico. La sua poetica si rifà, inevitabilmente, alla grande tradizione del teatro psicologico russo, della pereživanie, cedendo a un realismo che giunge, nel primo atto, a mostrare sulla guancia del colonnello Veršinin un lungo, duplice graffio, esito dell’ultima baruffa con la moglie. Ma su questo terreno innesta una dimensione astratta, simbolica. I suoi attori si muovono in uno spazio bidimensionale, come la striscia di un cartoon, ora davanti, ora dietro una parete piena di finestre, alle quali si affacciano personaggi spesso estranei all’azione, come a sottolineare la coralità e, a un tempo, l’incomunicabilità dell’universo čechoviano.
Più opinabile ma, a voler ben guardare, coerente con la sua scelta di meticciato fra tradizione e contemporaneità, l’aver reso esplicite, con baci e abbracci appassionati, quasi amplessi, le tensioni erotiche che corrono fra il truce, nevrotico Solënyj e Irina, fra il beota Kulygin e Olga, sentimenti e brame che lo sguardo sobrio e distaccato del positivista dottor Čechov aveva lasciato sotto traccia.
Forse, in passato, Dodin ci aveva coinvolto più violentemente (ricordo con grande emozione il suo Gaudeamus, o il cechoviano Platonov), ma queste Tre sorelle costituiscono una proposta originale e ricca di stimoli. E vedere in scena quegli splendidi attori, usciti dai lombi di Stanislavskij e, in un certo senso, tutti protagonisti, come spesso nel teatro di Anton Pavlovič, è una gioia che si prova di rado.

Lo spettacolo è andato in scena al
Piccolo Teatro Studio Expo
via Rivoli, 6 – Milano
da giovedì 20 a sabato 22 ottobre
Tre sorelle
di Anton Čechov
regia Lev Dodin
Scene e costumi di Alecsandr Borovskij
con Alecsandr Bikovskij, Ekaterina Kleopina, Irina Tyčinina, Elena Kalinina, Elizaveta Bojarskaja, Sergej Vlasov, Pëtr Semak, Sergej Kuryšev, Igor Černevič, Alecsandr Zav’jalov, Danila Ševčenko, Stanislav Nikol’skiy, Sergej Kozyrev, Tat’iana Ščuko.
produzione Malyj Drama Teatr San Pietroburgo
con il sostegno del Ministero della Cultura della Federazione Russa

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