I colori del dolore

Focus su uno dei maestri del teatro contemporaneo e di ricerca, Danio Manfredini, al Teatro Era di Pontedera. Venerdì 17 febbraio è andato in scena Tre studi per una crocifissione

Tre studi per una crocifissione è definito dal suo autore e interprete Danio Manfredini “un lavoro che invecchia con me. Uno spettacolo in cui affresco tre figure, un pazzo, un transessuale, un extracomunitario, in cui non tanto muovo una denuncia sociale, perché non mi interessa molto questo aspetto; ma con cui intendo fare un viaggio di coscienza attraverso personaggi ai margini per poi atterrare nella condizione umana, fatta di sofferenza e concretezza della morte. Far parlare figure a rischio, rispetto ad altre più protette, per aprire prima di tutto la mia coscienza, poi un piccolo varco negli spettatori. Sono partito da Francis Bacon per creare soggetti che mettessero in luce gli stati d’animo e gli attraversamenti di esistenze dolorose.
Nel primo quadro un paziente di un ospedale psichiatrico parla dei suoi sogni con sedie vuote, dialogando con la solitudine, in un corpo rattrappito e imbottito di Xanax, in preda ai desideri e a uno strano misto tra consapevolezza-e non dell’isolamento. Il pubblico ride, anche se il testo (scritto dallo stesso Manfredini) offre appigli solo apparentemente esilaranti – forse non tali da giustificare risate tanto fragorose. La pazzia è davvero divertente? Il monologo susciterebbe più un sorriso, un sentimento indefinito di disagio e accettazione; in cui regna l’equilibrio raggiunto dall’interprete, che non diventa macchietta, e si muove tra pause e riprese.
Nel secondo quadro Manfredini è Elvira, dopo un cambio d’abito in penombra – lento, morbido, rassegnato, come di gesti eterni e fluidi, condannati a un infinito sporco. Elvira è tratta dal film di Rainer Werner Fassbinder Un anno con tredici lune, tratteggiata qui con slancio immateriale e morboso – che stritola l’interiorità di chi è pronto ad accogliere il tormento di un transessuale che mai riuscirà ad essere amato dal suo uomo. E che sceglie la fine terrena, in una luce massacrante di spiritualità negata e purezza perduta. Il senso di colpa, l’ossessione di amare accompagnano Elvira nel suo svanire.
Terzo quadro. La struggente danza dell’interprete (quasi uno splendido e istintuale tip-tap) si fa rumore di pioggia, corsa cieca, rabbia, preghiera di un uomo in terra straniera – personaggio estrapolato dalla penna del drammaturgo Bernard Maria Koltès. Riusciamo a vedere tutto: la notte umida, le strade e la metropolitana, le botte dei ragazzini e la fuga dalla polizia; un brulicare di odori e sensazioni uditive che stordiscono, avvolgono, prendono di mira, scompaiono. Un colpo al cuore.
Come si può descrivere l’ineffabile, il vuoto, l’esclusione? Danio Manfredini ci riesce. Con pennellate che sfuggono alla visuale, esistono per una frazione di secondo e si dissolvono. Non c’è polemica, non c’è divisionismo, non ci sono intenti didascalici e moraleggianti. Tutti siamo diversi, la malattia fa paura, l’amore fa paura. Manfredini è solo qui per ricordarcelo. La crocifissione del titolo, a detta dello stesso autore è quella, tra un quadro e l’altro, dell’attore che cambia, si immola, si fa sacrificio, rinascita.
Viene voglia di ringraziare chi, in un tempo senza più coordinate, riesce a riunificare i frammenti delle nostre esistenze.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Era

via Indipendenza Pontedera (Pisa)
venerdì 17 febbraio h. 21.00

Tre studi per una crocifissione

di e con Danio Manfredini
luci Lucia Manghi
collaborazione al progetto Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete
distribuzione La Corte Ospitale

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