Cut off. Ovvero: dello spietato scherzo dei Righeira

A Fuori Luogo La Spezia arriva Tropicana. Frigoproduzioni stupiscono con una surreale, memorabile, dolce esplosione.

Una scatola scenica verde prato. Quanti effetti speciali sarebbero possibili?
Un inizio che è anch’esso un canone: un personaggio entra in scena e mette in ordine, qualcosa di una luce non lo convince. Va avanti per un po’. Musica. Buio. Poi un raggio traente alieno fa comparire quattro figure nella sua luce. Non si sa se viene a prenderli o ad abbandonarli sulla Terra dopo averli lobotomizzati. Sono stranamente tranquilli, sorseggiano una bibita gustosa.
In scena si sovrappongono due storie, quelle del Gruppo Italiano e della Compagnia Frigoproduzioni, con trapassi da un mondo all’altro. Da un lato, si rievoca la creazione del tormentone estivo, Tropicana. Dall’altro, vi è la Compagnia in scena alle prese con la gestazione del suo spettacolo. Una gestazione al cui termine non viene alla luce una creatura formata e ben definita, bensì la rappresentazione del processo, delle difficoltà, delle battaglie, delle tensioni. Nucleo dello spettacolo, il dilemma fra arte e mercato, fra divertimento e apocalisse, fra compromesso e libertà (come individui e come gruppo).
Dopo anni di moniti sull’avvento dell’industria della cultura e dello strapotere del mercato da parte di chi stava vivendo una dolorosa fase di passaggio, ecco una generazione alle prese con la realtà del mercato e i suoi problemi. E con le logiche di una poetica agghiacciante: il bisogno di creare successi, ovvero di avere una buona idea e che funzioni. Ma quali sono i criteri per una tale creazione?
Tropicana – la canzone – nasce da una grande idea, ma è priva di profondità: non c’è mistero sotto la superficie delle cose. E sebbene il cervello vada alla ricerca di un significato, di un qualcosa a cui aggrapparsi (qualcosa da elaborare, masticare, digerire) rimane deluso e non trova niente.
Finiremo (o siamo già?) come quegli uccelli di mare che, presi dalla fame, si nutrono dei rifiuti di plastica? La logica del mercato prevede l’estetica della plastica: forma, produzione, promozione. Non c’è valore o significato che non sia la sua forza sul mercato (in un inquietante e sterile circolo vizioso lessicale e sostanziale). Quanta nostalgia, di conseguenza, per l’artigianato artistico. Per coloro che, in qualche modo, avevano un ruolo e un compito di valore a prescindere dal successo. Il problema è, ovviamente, troppo vasto per essere affrontato in questa sede.
In scena l’aria è rarefatta, l’atmosfera è fredda, chirurgica nei rapporti e nelle espressioni. Idem per la recitazione, calibrata al millimetro, a fil di lama. Naturale ma gelida allo stesso tempo. Altro che ironia. Lo sbotto di Marsicano, prima di lasciare il microfono e uscire di scena, è una doccia gelata – e, più che autoironia, si respira una sottile forma di violenza. Come di chi si tagliuzza le braccia. Lo stesso modo in cui si presentano le prove della canzone procede con raffinata violenza – di uno sull’altro, e del mercato su ognuno di loro. L’artista che si ribella, se ne va; il mastino del mercato stringe i denti e si sottomette, perché è necessario; il mesto/tenero non può giocare con la musica, perché non è concesso. Ma nel momento dell’esplosione, il divertimento e l’ironia si fanno spazio: l’entrata dell’uomo volante volge tutto al gioco, frantumando il clima teso e vagamente nevrotico della performance.
Tropicana, in quanto spettacolo, è un’elaborazione: della paura, della paralisi, dell’ansia e dell’aspettativa. «Sai, capita che hai una bella idea e poi, per trent’anni, più nulla»: la domanda implicita in questa frase si insinua sotto la pelle – inquietante, deprimente, paralizzante: e se anche per noi valesse la stessa cosa, lo stesso destino? Eppure, ci si chiede, a chi appartiene questa insicurezza, questa supposta incapacità? All’individuo? Alla forma? Alla logica del mercato? Ai sogni (sottomessi e plasmati dalla logica del mercato)?
Nella chiacchierata post spettacolo si rimane veramente colpiti dalla consapevolezza, dalla maturità e dalla lucidità dei quattro artisti, alle prese con il mondo del teatro, della produzione e della loro ricerca. Come in Socialmente (loro precedente lavoro dedicato ai social), la Compagnia si interroga sui problemi del nostro tempo, in modo sincero (perché li vive in prima persona) e in forme che meriterebbero forse di essere approfondite: che vi si annidi l’estetica di una generazione figlia del vuoto culturale e intellettuale della cultura di massa?
Tropicana può forse essere pensato come uno spettacolo di passaggio, nel percorso dei Frigoproduzione. Una tappa necessaria, ma di transito. Forse. Solleva angosce, e tutto sommato si sentono delle grida di protesta, o di dolore, o di rabbia – nel profondo. Ma il suono è alterato, il cursore si muove, i livelli cambiano, come in un effetto di cut off. Si fa indistinto, indefinito, ottuso.

Lo spettacolo è andato in scena:
Auditorium Dialma Ruggiero

via Monteverdi, 117 – La Spezia (SP)
venerdì 8 dicembre, ore 21.15

Frigoproduzioni presenta:
Tropicana
con Claudia Marsicano, Daniele Turconi, Salvatore Aronica e Francesco Alberici
scenografia Alessandro Ratti – in collaborazione con Sara Navalesi
disegno luci Daniele Passeri
tecnica Stefano Rolla
una produzione Frigoproduzioni, Gli Scarti, Teatro I
con il supporto di Pim Off / Residenza IDra e Settimo Cielo nell’ambito del progetto CURA 2016, Teatro San Teodoro Cantù

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