Ci sono parole (decisive) di un altro genere

A che cosa serve una sentenza? A cambiare il mondo. Se la fa una giudice. E la porta in scena, all’Elfo di Milano, un’attrice e autrice che sa far riflettere.

Le storie, in fondo, sono due. E sullo sfondo c’è quella della faticosa emancipazione delle donne in Italia, che è sempre pericoloso dare per avvenuta. In sintesi: Cinzia Spanò, autrice e interprete di Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza, in scena all’Elfo di Milano, racconta di una squallida vicenda giudiziaria vera, un caso di prostituzione di due minorenni, vendute a decine di uomini della Roma bene, nel quartiere Parioli. Ma anche la sentenza rivoluzionaria con cui la giudice Paola Di Nicola è riuscita non soltanto a dare un senso anche umano alla vicenda, ma ad aprire una strada di riscatto e cambiamento. Per quelle ragazze, ma in fondo per tutti noi. Per questo è così bello vedere in sala un pubblico di adolescenti che segue senza distrarsi mai.
Lo spettacolo, diciamolo, non è perfetto. Le parti in cui Spanò fa davvero “teatro”, in cui ricostruisce sogni e incubi della giudice rallentano il ritmo e soprattutto all’inizio rendono poco chiaro il tema. Ma la ricostruzione della vicenda e la passione con cui Spanò restituisce il lavoro di Paola Di Nicola sono esemplari e giustificano i lunghissimi applausi.
La sentenza risale al 2016 e la capirono in pochi (la Repubblica compresa, e sui media torneremo): al termine del processo contro uno dei clienti delle ragazze adolescenti (i processi furono individuali e non coinvolsero che una minoranza di clienti), la giudice Paola Di Nicola condannò l’imputato, un uomo di 35 anni, a due anni di reclusione. Fin qui tutto nella norma. Ma, al posto dei ventimila euro in contanti richiesti dalla curatrice della ragazza, costituitasi parte civile, come risarcimento, la giudice stabilì che una somma equivalente sarebbe stata spesa in: «Libri e film sulla storia ed il pensiero delle donne, di letteratura femminile e sugli studi di genere».

Come spiega benissimo Spanò, Paola Di Nicola aggiunse due cose fondamentali: la ragazza non era obbligata a leggere i libri o vedere i film. Ma rendere evidente che tutto questo patrimonio culturale esisteva significava rendere anche evidente che, ne fosse stata consapevole o no, la giovane aveva alle spalle una solida eredità lasciata dalle donne che, in passato si sono battute, pagando quasi sempre un prezzo altissimo, per la loro dignità. Perché era proprio la dignità che era stata tolta a questa ragazza e nessuna cifra avrebbe potuto restituirla. Spanò, per spiegarlo meglio, mostra alcune scene del celebre Processo per stupro del 1978 con le agghiaccianti dichiarazioni maschiliste e misogine degli avvocati della difesa: in quel caso l’avvocata Tina Lagostena Bassi rifiutò il risarcimento proposto (“la mazzetta”, come la chiamò) proprio dicendo che a quell’aula si chiedeva giustizia e che nessuna cifra avrebbe potuto “ricomprare” la dignità della vittima.

Attaccando giustamente la cultura misogina che colpevolizza le vittime e che ci portiamo dentro da secoli, Spanò accusa i giornali di usare certi termini a effetto (le “baby squillo”) per vendere più copie. Sarebbe il problema minore, a parte il fatto che i giornali ormai vendono pochissime copie e non le aumentano con qualche titolo di nera. Il problema vero è che appunto il linguaggio sessista che ancora usiamo è il sintomo di una cultura maschilista dalla quale media e istituzioni faticano a uscire. Dunque, uno spettacolo imperdibile.

Lo spettacolo è in scena
Teatro Elfo Puccini

Corso Buenos Aires 33 – Milano
fino al 19 maggio 2019, ore 19,30 (domenica 15,30)
visto il 14 maggio

Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza
di e con Cinzia Spanò
regia Roberto Recchia
video del Sogno di Paolo Turro
datore luci Matteo Crespi, fonico Gianfranco Turco
voci di Irene Canali (Laura) e
Ferdinando Bruni, Federico Vanni, Francesco Bonomo, Giovanna Guida
con l’amichevole collaborazione di Francesco Bolo Rossini
produzione Teatro dell’Elfo
(durata: 85 minuti)

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