Il Teatro Studio Uno propone anche quest’anno una rassegna di proposte teatrali da inserire nella stagione 2019/20. È la nuova edizione di PILLOLE #tuttoin12minuti, dal 19 al 28 luglio.

La formula, ormai sperimentata, ha il sapore di un raffinato buffet teatrale, con il pubblico chiamato a gustare tanti antipasti drammaturgici. La serata finale, celebrata al Teatro Quarticciolo, è di fatto la selezione delle otto pillole migliori, ognuna per 12 minuti circa di fiammeggiante visibilità, con l’intento di fornire al pubblico un assaggio dell’opera completa, che, nel caso fosse selezionata dalla direzione artistica, andrà in scena nella stagione 2019-20 del Teatro Studio Uno.

Ma andiamo subito al rapido commento delle opere finaliste, tutte assai suggestive, a dimostrare come il panorama drammaturgico giovanile sia una fucina creativa formidabile, e il Teatro Studio Uno un luogo dei più prestigiosi dell’avanguardia romana, degno erede del movimento “cantiniero” che negli anni sessanta e settanta seppe innovare il teatro accademico nazionale.

LEI è di fatto una performance di teatro danza ispirato a Non IO di Samuel Beckett. Una donna in scena parla con il linguaggio dei segni intrecciato a un movimento sulle note di un sussurro vocale, interpuntato da una sorta di ronzio elettronico. La performance sembra alludere al linguaggio femminile, in cui il corpo fa da sostegno a un senso irraggiungibile per la sola voce. Tuttavia la “bocca” beckettiana (immagine che sovrasta il campo scenico da uno schermo), rompe l’afonia. I commenti sono tali da far risaltare un discorso che non raggiunge mai un porto sicuro. Quello che emerge è la “mancanza” di cui è sostanza il linguaggio, di cui il femminile è l’operatore simbolico più autorevole, a dispetto della illusoria potenza delle parole.

Si taglia con un grissino è il divertente ma amaro intreccio di due monologhi, quelli di un uomo e di una donna, entrambi davanti allo scaffale del tonno al supermercato. Le rispettive nevrosi non possono incontrarsi mai, solo guardarsi in cagnesco. Si rimane prigionieri di sé stessi, malgrado la frequentazione di gruppi psicoterapeutici che però non devono guarire. L’infelicità è come una stanza tiepida, in cui si piange sottovoce per non dare ragioni del proprio rassicurante malessere.

NINFAmania è un sorprendente monologo, sostenuto da un testo intelligente e dalla performance “animalesca” di Michele Pagliai. Quest’ultimo interpreta una donna, Luisa, stretta da un corpo che è spinto verso qualsiasi oggetto in grado di soddisfare la propria compulsione erotomaniaca. Il lieve tocco parodistico della messa in scena non riesce – qui sta la bellezza del frammento – a velare completamente l’aspetto tragico. Luisa non è padrona di sé stessa, è un corpo che da un momento all’altro sarà agitato da un pensiero alieno, che all’istante la trasformerà in puttana, in sagoma di donna alla ricerca un godimento istantaneo, sganciato da ogni umanità.

Risonanza 448HZ è un raffinatissimo esperimento sonoro tra voce, synthétiser e musica elettronica. L’oggetto dell’espressione musicale è Sarah Kane, drammaturga britannica esponente di quel In-yer-face theatre che negli anni 90 portò in scena il limite del linguaggio, ossia eros, morte, violenza. La lettura dei testi della Kane, a cui Elena Lunghi presta la voce, è giocata su un tappeto musicale disegnato da Daniele Casolino. A sorgere è una pièce così evocativa da far dimenticare il senso, che di fatto diviene un tutt’uno con la musica. L’esperienza del pubblico diviene quasi spirituale. Lo spettatore è ridotto a antro vuoto, a caverna risonante, così da permettere a ciascuno la propria personale interpretazione di un al di là della parola come purissimo suono.

È la volta ora dell’ultimo lavoro di una drammaturga di grande talento, Alessia Giovanna Matrisciano, che con Renato Morto ci getta in ciò che Lacan chiamava Reale, ossia quell’esperienza di deumanizzazione, di riduzione a oggetto, che ci coglie ogniqualvolta una discontinuità, a tutta prima casuale, interrompe il rassicurante flusso della realtà. Si può non nascere perché una cicogna fa urtare la fragile testa di un bambino sullo spigolo di un comignolo? Si può morire in mare perché un ministro impedisce a una nave di salvare un naufrago? Renato, nato morto, si trova così a difendere il suo diritto a vivere, contro le ragioni burocratiche di un corvo che si pone solo di far funzionare algide procedure.

Cervus è il frammento di un ménage matrimoniale. Dopo trent’anni di unione, Ken è un uomo che di fatto ha ridotto sua moglie a surrogato materno. Non riesce a fare sesso con lei (tuttavia se lo impone). Vuole solo che sua moglie sia al suo servizio durante il weekend: leggendo il suo manoscritto, rispettando le piccole ritualità di cui ha necessità. Investire un cervo con l’automobile, proprio mentre si stava raggiungendo il cottage in montagna, fa esplodere il risentimento troppo a lungo taciuto. L’alibi del proprio fallimento sono gli occhi vitrei di un animale morto.

Suck my iperuranio è un monologo comico in cui un giovane in mutande piomba sul palco come si cade dal cielo e – spinto dall’attesa di un pubblico – si costringa a raccontare la propria vita, finendo per risultare ridicolo. La verità è che, malgrado le tante ricette, nessuno sa come vivere. Yoga? Prendere la posizione del Cobra? Ci si sente sempre in “mutande” davanti agli altri, ai quali – chissà perché – si attribuisce sempre un’altezza superiore. Se la vita fosse materia di un esame, si avrebbe sempre una preparazione approssimativa, se non fosse che questa invisa sciatteria è il tratto più umano che possediamo.

Esiste un limite di sopportazione al dolore, che a negarlo si diventa disumani? Ecco il tema di Vuoi tu, una sorta di tragica parodia del nostro misero tempo, in cui alla partecipazione della sofferenza è sempre più sostituito il riflesso libidico giudicante, tutto teso a ridurre la portata di un evento angosciante attraverso la ricerca di un colpevole. La parola è usata come un pungiglione capace di generare angoscia e sospetto, con lo scopo di bucare il fragile involucro dell’altro. Effetto di tutto ciò è liberarci delle domande che assediano l’essere umano (dolore, morte, solitudine, colpa), per averne in cambio la rassicurante ma illusoria certezza di non averci niente a che fare.

Questi, sommariamente commentati, gli otto finalisti. Tutti i frammenti cercano di affrontare il disagio del nostro tempo, tutto da assumerci liberamente, malgrado l’infelicità che ne deriva. La pietà che sorge da ciascun sguardo artistico ci dice che è proprio questa infelicità a farci degni d’amore. Restare umani è il compito che si dà questo giovane teatro, a dispetto della seduttiva e sociale caricatura d’uomo il cui modello vincente siamo tentati di assumere. Non c’è nessuna ricetta vincente, sembra voler dire la drammaturgia che vedremo la prossima stagione allo Studio Uno. Ci si prepara davvero una bella stagione di teatro.

La serata conclusiva di PILLOLE Tutto in 12 minuti è andata in scena al
Teatro Biblioteca Quarticciolo
via Ostuni 8, Roma
domenica 28 luglio, ore 21

LEI
con Agnieszka Jania
Compagnia Sette Fondatori

Si taglia con un grissino
di e con Sophia Angelozzi, Daniele Flamini

NINFAmania
testo e regia di Emanuela Caruso
con Michele Pagliai

Risonanza 448HZ
di e con Elena Lunghi e Daniele Casolino

Renato Morto
di Alessia Giovanna Matrisciano
con Leonardo Santini, Daniele Di Forti, Chiara Cappelli
Compagnia RAT

Cervus
con Ludovica Apollonj Ghetti e Michele Demaria
Lumik Teatro

Vuoi tu
con Marta Bulgherini, Irene Ciani, Camilla Tagliaferri
drammaturgia di Veronica Chirra
Collettivo Nonnaloca

Suck my iperuranio
con Giovanni Onorato
Compagnia Bölla

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