La demenzialità edonistica del presente

Al Teatro Vascello, Roberto Latini ha portato in scena dal 4 al 7 febbraio l’Ubu roi di Alfred Jarry, caposaldo del teatro contemporaneo e testimonianza della postmoderna crisi del senso, oggi ridotta all’appagamento della risata.

Ubu roi è molto più di una semplice pièce teatrale e, probabilmente, la sua autentica importanza – non solo nell’ambito della drammaturgia contemporanea, ma persino in senso più ampio per tutta la cultura moderna – non è ancora stata riconosciuta fino in fondo. Non è un caso, infatti, che nell’immaginario collettivo (al di là dell’ambito degli specialisti di teatro e dei veri appassionati), il nome di Alfred Jarry resti pressappoco ignoto, quando in realtà abbiamo a che fare con uno dei fondatori dell’arte teatrale contemporanea, nonché di alcune delle più significative tendenze artistiche del Novecento. Scritto alla fine del XIX secolo, Ubu roi anticipa e annuncia il Surrealismo e il Cabaret Voltaire, ma soprattutto può essere definito uno dei testi di riferimenti del teatro dell’assurdo: la dimensione grottesca e il sovvertimento dei canoni della tradizione scenica, la decostruzione delle convenzioni classiche e il tono parodistico sono alcuni dei rivoluzionari principi che sottostanno all’opera di Jarry, incredibilmente avanti coi tempi poiché in piena stagione realista (negli stessi anni in cui impazzava il teatro di Cechov e Ibsen per intenderci) egli aprì la strada che avrebbe condotto a Ionesco e Beckett.

Portare in scena oggi l’Ubu roi è una sfida non semplice, perché significa restituire, nel pieno della più completa sperimentazione destrutturalista e postmoderna, in un’epoca che non si stupisce più di niente, l’intera carica propulsiva di quest’opera; questa sfida è stata recepita e accolta da un maestro del teatro dei nostri giorni, ovvero Roberto Latini, un regista che frequentemente decide di relazionarsi con testi classici della modernità per rivoltarli dall’interno. L’Ubu roi di Latini, andato in scena al Teatro Vascello, è uno spettacolo che ha già un percorso consistente dietro di sé e attraverso il quale Latini trova l’ambito idoneo per la sua radicalità scenica, radicalità sempre profondamente studiata e dove niente è lasciato al caso (per quanto il risultato possa sembrare una confusionaria gazzarra di elementi senza connessione).
Latini racconta le vicende di padre e madre Ubu e resta fedele nelle intenzioni di Jarry per la denuncia ai regimi politici autoritari, ma soprattutto per la pratica di rilettura di Shakespeare (in particolare il Macbeth) portata fino all’eccesso, ovvero al suo capovolgimento concettuale e simbolico. Lo spettacolo è interpretato magistralmente, grazie a una prova fisica e recitativa impressionante, come azzeccate sono le numerose soluzioni sceniche che si susseguono come in un circo (pensiamo all’effetto olfattivo della carne che viene fatta cuocere davanti al pubblico).

Nel vortice degli elementi dello spettacolo, Latini cede a quella che può essere considerata la lusinga del teatro contemporaneo, paradossalmente il vero limite della ricerca di molti artisti come lui: a cosa è finalizzato ogni carattere che compone la sua interpretazione dell’Ubu roi? Qual è il telos del capovolgimento semantico della classicità shakesperiana, che deraglia nell’assurdità? E ancora, le concitate prove degli ottimi interpreti, che sforzano il diaframma fino allo sfinimento, o che tramutano la loro voce in sillabazione a volte incomprensibile per violenza, a quale valore o significato ambiscono? Di cosa sono simboli gli elementi presi a prestito dalla cultura popolare odierna e fatti cortociruitare tra loro in una baraonda esplosiva?

Sembra che la risposta sia solo una: ridere. Far divertire lo spettatore, nel momento in cui si prende coscienza che altrimenti sarebbe ben arduo per lui accettare l’Ubu roi; e se di questo era cosciente lo stesso Jarry, per il quale il carattere comico coincide con la dimensione politica e parodistica, in Latini la comicità non è un mezzo per un fine, ma sembra diventare l’unico autentico fine dell’intero meccanismo. O, che se vogliamo è lo stesso, l’intenzionalità dello spettacolo viene come sommersa dalla venatura delirante che concede allo spettatore qualche ora di sano divertimento all’insegna del non-sense (a volte cedendo a degli sketch degni del peggior bagaglino, o delle recite di paese).
Se l’Ubu roi è il commiato definitivo di un certo modo di intendere il teatro, perché è lo spirito della modernità che si autocomprende facendo saltare il rigore della tradizione, Roberto Latini è senza dubbio l’autore più adatto a farsi carico di questo compito, che però doveva essere ricompreso alla luce delle esigenze della nostra epoca; a lui l’onore di essersi prestato tale compito e, probabilmente, anche il merito di aver capito che Ubu roi, oggi, non può trasmettere nient’altro che l’orgiastico edonismo della risata fine a se stessa.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, 78 – Roma
Venerdì e sabato ore 21.00, domenica ore 18.00

Fortebraccio Teatro presenta
Ubu Roi
di Alfred Jarry
regia Roberto Latini
con Roberto Latini, Francesco Pennacchia, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani, Lorenzo Berti, Guido Feruglio, Fabiana Gabanini

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