Dammi un bacio

elfo-pucciniUn Bès – Antonio Ligabue di Mario Perrotta, vincitore del Premio Hystrio Twister 2014 come miglior spettacolo dell’anno a giudizio del pubblico, va in scena al Teatro Elfo Puccini.

Piatta pianura, solitudine amara,
il bisogno d’amore, spezza il cuore,
fugge il matto, occhi di gatto, che ha visto il diavolo. 

Ligabue, gridò la gente,
fa paura è un demente,
è braccato come un cane,
da orme umane. 

Nel 1991 esce l’album Gente come noi, il sedicesimo disco dei Nomadi. All’interno una canzone strana, in dialetto modenese, una delle ultime cantate da Daolio, Dammi un bacio. La canzone parla di un matto che aspira a un’unica cosa, avere un bacio dalla Cesarina. Che invece mai lo bacerà, il povero Antonio Ligabue.
La messa in scena teatrale è un’altra cosa. Lo spettacolo è indescrivibile. Toccante, forte, matto. Come l’uomo di cui parla la storia. Meritato il Premio Ubu 2013 a Mario Perrotta, come miglior attore protagonista. Veramente meritato. In scena ci sono solo lui, un carboncino che tiene costantemente in mano e tre pannelli movibili, finestre da un lato e tele dall’altro, sulle quali disegna e narra la vita di Antonio Ligabue, in prima persona. Lui è Antonio Ligabue, nato Costa. Lui è il bambino speciale, lui è il ragazzo con ridotte capacità mentali, lui è il matto. Interprete eccellente, fino alla fine.
Parla sempre, in continuazione, ma non sta parlando al pubblico, anche quando chiede spudoratamente a un paio di signore in sala di dargli un Bes. No, il suo è un flusso di parole, non si interessa della nostra presenza. Un soliloquio, o meglio un dialogo a due con la propria coscienza. Va avanti, imperterrito, senza freni, senza tregua, disegnando su quei pannelli i personaggi incontrati durante la vita. La mamma, le mamme, quella mucca con la quale giocava, forse l’unica a ricambiare i suoi giochi con qualcosa di caldo. La mutter (la madre acquisita) non lo coccola perché non si vuole affezionare. Poi gli abbandoni costanti e recidivi, ogni distacco è uno strappo della tela, che prevede un nuovo disegno, un nuovo racconto, una nuova esperienza nella sua vita. Ma la fine è sempre la stessa. Nessuno si ferma per abbracciarlo, per dargli il bacio che lui mendica, desidera, sogna. Neanche le puttane lo baciano, dicono che puzza.
Nessuno ha il coraggio della verità. Hanno paura, e forse neanche di lui, ma più di se stessi. Le cure, i manicomi, i boschi, i ruscelli e le pioppe che parlano come centraliniste. L’anticonvenzionale fa paura. Finché non viene riconosciuto il genio. Ma il riconoscimento arriva tardi. Giusto il tempo di comprare tre moto e poi morire. Morire come ha vissuto, solo. E senza baci.
Un ritmo incalzante che tiene con il fiato sospeso. Si ha l’impressione di essere dietro una di quelle pareti a specchio che usano i medici per spiare i pazienti. Ecco, da lì si osserva Ligabue che si agita, parla, disegna. Non si fa fatica a seguirlo, anzi. È un viaggio quasi romantico, ma alla fine un po’ si diventa matti. In fondo un po’ lo si è già e Mario Perrotta, in questo suo fluire di parole senza senso, ma pregno di significanti, ci ricorda come si fa a esserlo. Forse per essere un po’ più umani bisogna essere un po’ più folli.

Laggiù dove cade il sole,
un sogno un giglio,
forse un figlio,
lui Ligabue è la che va,
nessuno lo rivedrà. 

(Dam un bes, Gente come noi, edizione speciale 1992, Nomadi)

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini

Sala Fassbinder
Corso Buenos Aires, 33 – 20124 – Milano
fino a domenica 7 dicembre 2014
orario: giorni feriali ore 21.00, domenica ore 16.00

Un Bès – Antonio Ligabue
Uno spettacolo di Mario Perrotta
collaborazione alla regia Paola Roscioli
con Mario Perrotta
collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini
foto Luigi Burroni
organizzazione Stefano Salerno
Produzione Teatro dell’Argine

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