Ragione senza potere

Sul palco del Teatro del Giglio va in scena – a sua insaputa grottesca e paradossale – l’attesissima pièce di Henrik Ibsen, Un nemico del popolo.

Nemico del popolo è un onesto dottore di provincia che, scoperto l’altissimo livello di inquinamento delle acque termali pubbliche (attrattiva turistica e volano per la crescita economica della propria città), decide – dopo aver compiuto delle (inconfutabili) analisi scientifiche – di denunciare la situazione, mettendosi così contro gli interessi – appunto – di quell’insieme di istituzioni, associazioni e semplici persone che costituiscono il “popolo”. Quel “popolo” citato nel titolo, all’interno del quale il protagonista scoprirà essere vano cercare di individuare qualcuno non coinvolto nel bussiness delle terme e impossibile trovarne uno disposto a mettersi “contro” e a seguirlo nella sua battaglia contro i mulini a vento. Non sarà disposta a farlo nenche la stampa, che pur essendo libera e “contro le cricche” (evidente il richiamo alla situazione contemporanea), informata dei rischi ambientali e per la salute pubblica, si scoprirà essere asservita, opportunisticamente, a coloro i quali dovevano esserne bersagli: i potentati corrotti della politica e dell’economia.

Avversario dello status quo, rivoluzionario senza essere compagno, il personaggio interpretato da Gianmarco Tognazzi è un funzionario pubblico integerrimo, un cittadino ligio alla propria coscienza che, di fronte alla corporativa e cieca difesa di interessi meramente economici e contingenti («Tanto, prima o poi, l’inquinamento delle falde verrà fuori», tuonerà il dottore nei confronti di Bruno Armando – estremamente a suo agio nella “perfida” parte del fratello, nonché sindaco e presidente del consorzio che gestisce le terme), rimane stupefatto ma intransigente, piegato ma non sconfitto.
Le oltre due ore di rappresentazione si concludono, infatti, con un (quasi) happy ending: l’idea di costruire una radio, attraverso la quale il protagonista potrà soddisfare la propria esigenza di «parlare, parlare, parlare», dando sfogo alle proprie istanze di verità e libertà. Pur considerandone condivisibile il messaggio (la vera cultura come strumento di umanizzazione e formazione di un responsabile senso civico), non altrettanto si può dire della perentorietà e della mancanza di argomentazioni critiche con cui il personaggio di Tognazzi lo espone: come l’uomo platonico del celebre mito della caverna, egli conosce la verità e vuole “inculcarla” riversandola «per chi vuole ascoltare» («e a culo tutto il resto», verrebbe da dire, citando L’avvelenata di Guccini, non a caso il testo “del disimpegno” per il cantautore modenese) attraverso il proprio personale mezzo di comunicazione.

Di fronte a quella che considera la dittatura della “maggioranza” (plebea, a suo insidacabile ma – aggiungiamo – poco convincente giudizio), il dottore sostiene con foga la propria “ovvia” visione del mondo (una ovvietà che la sceneggiatura non sostiene adeguatamente, inficiando la potenza argomentativa del testo originario), come nel lungo, a tratti stucchevole, monologo-alternato della conferenza stampa (un espediente interessante – anche se non perfettamente riuscito – che avrebbe dovuto rappresentare il climax di coinvolgimento e consapevolezza – con gli interventi del sindaco-fratello-corrotto, del giornalista-indipendente-ma-servo e del dottore-eroe borghese rivolti direttamente al pubblico in sala).
Tuttavia, a lasciare veramente delusi dalla messa in scena di Armando Pugliese, nel suo vano tentativo di rincorrere l’attualizzzione dell’opera teatrale, è stato soprattutto l’aver mancato completamente il bersaglio critico nei confronti della classe dominante; anzi, nell’aver finito per farsi portavoce della sua ideologia a un livello ancor più sottile: se il testo di Ibsen affrontava la questione del fascino “colpevole” della borghesia, svelandone – dietro gli ideali di libertà e progresso – gli interessi materiali, l’adattamento di Edoardo Erba e la regia di Pugliese rischiano (con un totale ribaltamento di prospettiva) di corroborare uno dei meccanismi più drammaticamente normalizzanti di quella stessa società che il drammaturgo norvegese aveva intenzione di contestare. Stiamo parlando dell’identità di genere, relazione data per scontata, ma che è uno dei dispositivi culturali che, con maggiore violenza, aspira ad apparire naturale.

Il dominio maschile della pièce è lampante, quasi ostentato: la moglie del dottore continuamente allontanata al momento delle discussioni importanti («chiacchiere da uomini») e, soprattutto, il gravitare di ogni decisione attorno esclusivamente agli umori del “maschio”. Emblematica la scena finale con i continui cambiamenti di opinione del protagonista (rispetto all’idea di restare o abbandonare la città) che – privi di ogni confronto e considerazione delle persone che pure sarebbero state coinvolte (guarda caso due donne: la moglie e la figlia adulta) – finiscono per decidere il destino di tutti.
Ingenuamente sco(i)nvolgente.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio

piazza del Giglio, 13/15 – Lucca
venerdì 27 gennaio e sabato 28 gennaio, ore 21.00
domenica 29 gennaio, ore 16.30

Un nemico del popolo
di Henrik Ibsen
adattamento Edoardo Erba
regia Armando Pugliese
con Gianmarco Tognazzi, Bruno Armando
e con Franz Cantalupo, Fortunato Cerlino, Stella Egitto, Simonetta Graziano, Renato Marchetti, Antonio Milo
e con la partecipazione di Lombardo Fornara
scene Andrea Taddei
costumi Andrea Serafino
musiche Paolo Coletta
disegno luci Valerio Tiberi

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