Nomen omen

teatrobrancaccio-romaLo spettacolo vincitore del Napoli Fringe Festival 2015, Un uomo a metà di Giampaolo Rugo, con uno straordinario Gianluca Cesale diretto da Roberto Bonaventura, va in scena al Teatro Brancaccino di Roma.

Quella della performance è un’idea cardine della società contemporanea occidentale. A testimonianza della sua penetrazione e nonostante la ricerca evidence-based ne abbia ormai palesato il valore non inclusivo e discriminante, basterà ricordare come essa risulti egemone fin dagli ambienti educativi e attraversi l’intera esistenza del singolo all’insegna del mito della produttività a ogni costo.

Oggi, anche se lentamente, la pratica quotidiana tra i banchi di scuola sembra avere preso atto della necessità di sostituire l’arbitraria metodologia tradizionale che identificava studente e persona e pretendeva di valutarne in maniera oggettiva il valore intrinseco. Oggi, infatti, si è, almeno a livello di princpio, fatta strada la consapevolezza di teorizzare a applicare una didattica sempre speciale, intersoggettiva e in grado di valorizzare l’intelligenza multipla ed emotiva.

Purtroppo, il mito della performance è in ambito professionale e personale persiste irriducibile e assolutizzata.

Propagandato da un colpevole e non ingenuo senso comune, essa si materializza per esempio nella drammatica e semplicistica assimilazione dell’homo sapiens al cittadino/consumatore. L’omologazione dell’essere umano a essere funzionale rispetto a una massificazione di bisogni politici ed economici eterodiretti ha conseguenza a dir poco drammatiche: da un lato e di conseguenza, svilisce in una acritica omologazione l’appartenenza alla collettività e, dall’altro mortifica nella ricerca dell’effimero di oggetti a basso costo l’appagamento dei beni primari materiali e immateriali (persino l’amore). L’esito è lancinante per come distorce l’affermazione di sé nella prevaricazione sull’altro

All’interno di questa antropologia neofordista, quello dell’impotenza è allora uno degli “spettri” più inquietanti. Essere impotenti è vissuto con estremo imbarazzo, sentito come colpa e coltivato nella più radicale solitudine. Proprio questo scenario, quello di chi finisce per sentirsi «uomo a metà», è il contesto ecologico in cui opera il protagonista di questa rappresentazione.

Rappresentante di articoli religiosi, non a caso si chiama Giuseppe, fidanzato con la «ricca figlia del padrone del più̀ grande negozio di articoli religiosi di Roma» (non a caso, Maria), il personaggio interpretato da Gianluca Cesale si racconta attraverso una storia, non a caso, trina di quadri che sviluppano in progressione i momenti fondamentali di un’impotenza esistenziale: l’inadeguatezza sentimentale, il fallimento professionale e la miseria familiare.

Non entreremo nei dettagli di questa storia perché preferiamo lasciare al futuro pubblico il piacere di scoprire e godere di una interpretazione a dir poco eccellente. Perfettamente calibrata tanto nella vocalità quanto nel controllo degli spazi, Cesale non dà mai l’impressione di restituire in maniera monocorde un personaggio pure sostanzialmente prevedibile nell’omogeneità del suo sviluppo. In questo, Cesale è assecondato con merito da un testo di adamantina chiarezza e dalla regia di Roberto Bonaventura che si mostra sapiente nel lasciare la sensazione di piena libertà d’azione all’interno di una scenografia che, con riuscito simbolismo, diventa – come la vita di Giuseppe – via via sempre più disordinata.

Di fronte a tale complessiva perfezione esecutiva e posizionandosi su un livello puramente comico e non umoristico, l’allestimento di Un uomo a metà lascia però il retrogusto amaro di una sostanziale superficialità concettuale che manca di fatto la possibilità di promuovere, attraverso la risata, una paradossale riflessione empatica.

Giocando con un registro immediato e spontaneo, cercando con troppa insistenza un’ilarità istintiva e d’intrattenimento, accontentandosi in definitiva del confenzionamento, Un uomo a metà sembra dunque fermarsi a un pirandelliano avvertimento del contrario, senza così riuscire a rappresentare, descrivere o lasciar esperire in maniera significativa l’analisi del tragico di riferimento, ovvero «utilizza(re) l’impotenza sessuale come simbolo dell’impotenza più in generale e come mezzo per svelare le mille ipocrisie (nascoste e non) della nostra società».

Uno spettacolo riuscito, parafrasando il suo stesso titolo, purtroppo solo a metà.

Lo spettacolo continua
Teatro Brancaccino
11 – 14 e 18 – 19 febbraio 2016
giovedì – sabato 20.00, domenica 17.30

Un uomo a metà
di Giampaolo Rugo
regia Roberto Bonaventura
con Gianluca Cesale
scene e costumi Francesca Cannavò
produzione Castello di Sancio Panza e Fondazione Campania dei Festival

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