Sud-ditanza

Al teatro Ambra Jovinelli di Roma va in scena Una piccola impresa meridionale bis. Ovvero: quando l’appartenenza geografica è un luogo della mente.

Rocco Papaleo e i suoi musicisti accolgono il pubblico in sala prima dell’inizio dello spettacolo, stringendo le mani e dando il benvenuto agli ospiti. Poi lo spettacolo di teatro canzone ha inizio, la storia procede sul percorso tracciato dalla musica e si sofferma nelle stazioni di posta a sentire i racconti di vita di Papaleo, «pagine di diario degne di un’orecchietta» come le definisce lui.
Il collante fra narratore e musicisti viene subito indicato nella comune origine meridionale, punto di forza delle loro presentazioni: al piano Arturo Valiante di Teramo, al contrabbasso Guerino Rondolone di Castellalto, provincia di Teramo, alle percussioni Gerry Accardo e alla chitarra Francesco Accardo, siciliani. «Persone che sognano il successo del Sud, ma per realizzare il loro vanno al Nord, come Valiante, partito dal capoluogo abruzzese per realizzarsi a Roma» – dice Papaleo.
Ma, a ben pensarci, Teramo è a Nord della capitale. Allora si capisce, una volta di più, che la meridionalità è una sudditanza psicologica, è il capo chino dei cafoni di Silone di fronte al signorotto che vuole privarli dell’acqua, è l’umiltà trasformata in umiliazione da qualche manciata di decenni post-unitari. La linea che divide il Sud dal Nord è il confine del Regno delle Due Sicilie, con un vallo che aggira lo Stato Pontificio per salire fino a Civitella del Tronto, ultimo baluardo borbonico, simbolo di un popolo fiero che una volta caduto, ha preferito annichilirsi completamente piuttosto che trascinarsi invalido, mutilato del proprio orgoglio. Il Sud rinuncia a qualsiasi dimostrazione di superiorità, a qualsiasi tentativo di rivalsa, indifferente alle tirate denigratorie e ai fervori separatisti. Si ritira nel salotto ingrigito da una nobiltà polverosa, a sorseggiare caffè e a contemplare con sardonico distacco l’indaffararsi altrui.
L’autobiografia di Papaleo è intrisa di questa meridionalità, persa nel pensiero di un panino alla frittata o di una sessualità imbarazzata, letteralmente marchiata a fuoco sul nascere da una famiglia di Brescia, appunto.
Gli interventi di Papaleo sono di ottima qualità recitativa, ma il tenore dei testi non è all’altezza, troppo aderente alla prosa quotidiana, per quanto significativa e carica di affetti possa essere. Non convince neppure la scelta di ridicolizzare il pubblico facendo appello alla funzione catartica della vergogna, perché il pubblico del teatro non è lo stesso della televisione e apprezza meno la via del diventare zimbello per farsi una risata liberatoria.
I musicisti sono impeccabili, artefici di un sano jazz lontano dall’astrattismo concettuale cui spesso questo genere si abbandona, coinvolgenti, orecchiabili, la loro musica sì, piacevolmente popolare.
Sul foglio di sala si legge che la questione meridionale è «un jet lag della contemporaneità che spesso intorpidisce le nostre ambizioni»: se Papaleo riuscirà a destare le sue, avrà tutte le carte in regola per farle arrivare molto lontano, forse più in alto, verso Nord.

Lo spettacolo continua:
Teatro Ambra Jovinelli
Piazza Guglielmo Pepe, 43/47 – Roma
fino a lunedì 31 dicembre, ore 21.00
(durata 1 ora e mezza circa)

Una piccola impresa meridionale bis
di Rocco Papaleo, Valter Lupo
regia Valter Lupo
pianoforte Arturo Valiante
chitarra Francesco Accardo
percussioni Gerry Accardo
contrabbasso Guerino Rondolone
fiati Pericle Odierna

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