La bellezza angosciante di un’ aurora boreale

libero-teatro-milano1[1]In scena al Teatro Libero fino al 28 settembre, Una specie di Alaska – testo di Harold Pinter che si confronta con il drammatico risveglio di una donna rimasta in coma per quasi 30 anni.

La sorella Pauline che la fa sempre indispettire; l’altra che non dovrebbe sposarsi con quel ragazzo dai capelli rossi che non la convince affatto; e poi l’ultima volta che si sono sfiorati con il fidanzato. Ecco i primi pensieri che affiorano nella mente di Deborah mentre si risveglia – dopo un lunghissimo sonno – non più quindicenne, come crede. Colpita poco prima del suo sedicesimo compleanno da encefalite letargica: per 29 anni è rimasta sospesa nel tempo, senza tempo. Questa la protagonista di una delle pièce più struggenti, ma al tempo stesso poetiche, di Pinter.

In questo spettacolo, le tematiche care al Premio Nobel (nel 2005), quali la crisi d’identità, i dubbi esistenziali, i rapporti umani, non si sviluppano più nella forma dello scontro dialogico a due, ma trovano la loro forma espressiva nel monologo che la “piccola” Deborah porta avanti con il dottore che da anni la cura – ma che lei, ovviamente, non riconosce. Quella del dottore è una figura statica, pressoché muta, rappresentata con grande presenza scenica da Nicola Pannelli che interpreta con intensità un ruolo oltremodo difficile: quello di colui che studia e osserva con pazienza, che ascolta con amore e accoglie con devozione l’universo che questa ragazzina ha serbato dentro di sé per decenni. Va tenuto in mente, non a caso, che Pinter si ispirò alle testimonianze che il dottor Oliver Saks raccolse nel libro Risvegli – e, dunque, sa bene cosa sta descrivendo. È il dottore colui che finalmente può risvegliare Deborah dalla lunga letargia grazie a un medicinale di recente scoperta (L-Dopa); è l’unico che da anni si prende cura della donna dopo l’abbandono da parte della famiglia – ad eccezione della sorella Pauline (interpretata da un’intensa e bravissima Orietta Notari, presenza minimale e discreta ma efficace nell’economia del testo), sposata col dottore stesso. Sono loro gli unici testimoni di un evento che è magico e gioioso ma, al tempo stesso, tragico e atroce – quando si devono riempire i buchi della memoria di “Debbie” con le tragiche verità che non può conoscere. La coppia rivive la stessa condizione che si sperimenta di fronte a un’aurora boreale: bella e rassicurante ma, nel contempo, angosciosa e apocalittica.

Sara Bertelà è eccellente nel riprodurre, in modo autentico e senza caricature, i fremiti, le ingenuità, la dizione di una ragazzina che è, suo malgrado, rinchiusa nel corpo di donna di mezza età. E altrettanto realistica appare nei gesti e movimenti – che evidenziano la fatica di chi prova a camminare dopo anni di atrofia muscolare.

La regia potenzia, con la sua austerità, la condizione di fermo biologico che la mente (ma non il corpo) di Deborah ha subíto in tanti anni: l’interprete, già in scena all’ingresso degli spettatori, è immobile e avvolta fino al collo dalle coperte, simile a un baco che non riesce a evolversi in farfalla. Di fianco a lei, un dozzinale tavolo da camera d’ospedale anni 50, con sopra un bicchiere e una brocca d’acqua intonsi, mai violati dalla sete di una paziente poco ingombrante.

In sala, spettatori commossi, persone che hanno pianto dall’inizio alla fine, per uno spettacolo forte ma sicuramente da vedere se si ha voglia di scoprire, al di là del Pinter straziante, tragicamente ironico o disfattista – nei confronti dei rapporti umani – un Pinter lirico e possibilista verso un futuro migliore.

Lo spettacolo continua:
Teatro Libero 
via Savona, 10 – Milano
fino a sabato 28 settembre

Una specie di Alaska
di Harold Pinter
regia di Valerio Binasco
con Sara Bertelà, Nicola Pannelli e Orietta Notari
scene Nicola Bovay
costumi Catia Castellani
produzione Nidodiragno

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