Una nuova giornata, una mattina come tutte le altre. Ma non per Debora, che si è addormentata adolescente e si risveglia donna matura.

Una specie di Alaska è un’opera di Harold Pinter, ispirata a un episodio raccontato dal neurologo-scrittore Oliver Sacks nel libro Risvegli: storia di un dottore che scopre l’effetto positivo di un farmaco che risveglia i pazienti dallo stato catatonico.

Pinter compone un atto unico, di fulminante brevità, e Valerio Binasco sfida se stesso mettendolo in scena in soli 45 minuti. Sul palco Debora – interpretata da Sara Bertelà – è una donna che, per una rara malattia, si è addormentata a sedici anni e si risveglia ventinove anni dopo grazie a un farmaco. Della sua vita precedente sappiamo poco, apprendiamo da lei le uniche notizie.

Lo spettacolo è tutto incentrato su una conversazione, che però non soddisfa mai completamente il pubblico, essendo a senso unico e rifiutando il linguaggio logico-consequenziale: caratteristica peculiare del teatro dell’assurdo, al quale appartengono i testi di Pinter secondo i critici. Per questo motivo si entra con difficoltà nella storia e solo a metà dello spettacolo si ha un quadro più o meno preciso della vita di Debora.

Il primo dialogo a cui assistiamo è quello tra dottore e paziente: entrambi fanno domande, ma nessuno dei due ottiene delle risposte. Il medico vuole capire cos’è successo nella mente della donna durante quei ventinove lunghissimi anni, se ha memoria di ciò che le è accaduto, se ha conservato delle percezioni. Lei si domanda perché è in quella stanza e non nella sua cameretta e, soprattutto, perché la mamma non le ha rimboccato le coperte. Interrompendo il filo dei ricordi, a tratti Debora pensa al presente, passa da un argomento all’altro senza farci caso, e spesso ci rende partecipi del suo passato: una bambina allegra e spensierata che va in giro con il proprio cane, o cammina sulla spiaggia con le sorelle in un solare pomeriggio estivo.

Cupi e intrisi di solitudine, al contrario, i ricordi degli ultimi anni: si tratta di incubi che trasmettono sensazioni negative. Quello che ricorre più spesso la vede al centro di una stanza con le pareti bianche e delle lunghe porte-finestre, che al posto del vetro hanno specchi che si riflettono gli uni negli altri all’infinito.

L’unico rumore è una goccia regolare e insistente che cade da un rubinetto. Immaginarsi questa scena fa venire i brividi e crea nello spettatore uno stato d’angoscia, determinato soprattutto dall’ignoto, dal non sapere cosa effettivamente si prova a stare addormentati, immobili e incoscienti, mentre tutto intorno a noi continua a vivere, a muoversi e a cambiare. A questo punto si comprende appieno il significato del titolo: l’Alaska, un paese isolato, immobile e completamente bianco, è il non-luogo in cui è rimasta intrappolata la mente di Debora per tutto questo tempo.

L’interpretazione intensa e toccante di Sara Bertelà riesce a trasmettere angoscia, paura, ma anche l’allegria e la spensieratezza di una ragazzina di sedici anni. Mentre, per spiazzare lo spettatore, e perfettamente in tema con lo spettacolo, la scenografia di Nicolas Bovey, ricrea l’atmosfera e comunica la sensazione di freddo tipiche degli ospedali: pareti e luci bianche, tavolo e sedie azzurrino spento.

Un particolare che forse non è irrilevante è lo spazio: davvero minimo quello che separa il pubblico dalla scena e l’assenza di un palco si sente parecchio. La visuale è talmente scarsa che alcune signore del pubblico hanno fatto sentire il loro disappunto a proposito.

Una specie di Alaska
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
a cura di Valerio Binasco
con Sara Bertelà, Fabrizio Contri, Orietta Notari
spazio scenico Nicolas Bovey
costumi Catia Castellani
produzione Porto Venere Arcipelago Teatro 2009, Il Mulino di Amleto

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