Il sublime dinamico

Il Festival Cantiere prosegue con determinazione, addentrandosi a bordo di un veliero polimorfo nelle acque della sua seconda giornata, abitate da creature meravigliose che muoiono dalla voglia di raccontare e raccontarsi per creare quel momento di condivisione, ascolto e osservazione che fa del teatro un gesto prima di tutto politico capace di metterci davanti alla fragilità e alla forza dell’esistenza umana.

 

«Il mare. Che mare? Il rumore del mare. Cosa ti fa venire in mente il rumore del mare? Il Moby Dick di Herman Melville. Un libro. Tutto il mare in un libro. S’accende qualcosa ogni volta che lo si prende in mano, il libro, e allora poi si comincia a immaginare in grande, balene, velieri, oceani, via, le cose più esagerate». Già dalla sua sinossi, Una tazza di mare in tempesta tradisce l’”evocatività” immaginifica che Roberto Abbiati, attore seregnino dalla biografia degna di un vero lupo di mare teatrale, riesce a portare in scena in soli 15 minuti e per soli 15 spettatori (spettacolo offerto in più repliche sia il 20 agosto che le restanti due giornate di festival, ndr).

A metà tra la performance e l’installazione, il concentrato di Balena Bianca «tutto rubato da Melville» si propone di ricreare un’esperienza immersiva e poetica partendo dal ventre umido e scricchiolante della Pequod, dove ci si ritrova tutti stipati ma ammaliati dall’operato di questo platonico ειδωολοποιός. Imperniandosi, infatti, sull’umiltà degli oggetti di scena e la loro magnificazione narrativa, Abbiati (aiutato nella sua impresa titanica -nonostante le dimensioni ridottissime della wunderkammer melvilliana- da Johannes Schlosser) immerge il pubblico in un racconto febbrile e abbacinante con cui mette sotto assedio la nostra immaginazione, tingendosi ora di esule Ismaele, ora di monomaniaco Achab, ora di mare in tempesta. I quadri scenici si susseguono con impeccabile ritmicità mentre lo sciaguattio delle onde lambisce la chiglia che si interpone tra noi e l’Assoluto, permettendoci di naufragare con occhi di bambino in una strepitosa tazzulella ‘e arte, accompagnati nel nostro viaggio da parole di spago e fil di ferro. «Tutto qui». Per vizio d’anagrafe, non siamo soliti portarlo, ma se lo avessimo avuto, ce lo saremmo sicuramente tolti, il cappello.

All’inno affabulatorio di Abbiati fa da controcanto, in seconda serata, «l’esibizione per violoncello solo di Gianluca Pischedda, compositore e professore d’orchestra al Teatro Lirico di Cagliari». Alone solca le stesse acque intime smosse dalla performance precedente, invitando i presenti a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare, ancora una volta, dall’immaginazione. Niente di più semplice, se si lascia aperta la porta alla notte e l’orecchio alla musica, mentre il vento accarezza le viti e si fonde con le vibrazioni delle corde tese e palpitanti. Tra bassi pestati, impeti à la Jun Miyake e circonvoluzioni di philipglassiana memoria, Pischedda vola leggero sulla tastiera di ebano, presentandoci Alma, Baranta, Sphera, Finally, Twins, e ancora Vetra, Paul e Hydra, otto componimenti che «hanno il gusto dell’immediatezza, la semplicità dei piccoli frammenti di quotidiano». Interessante, come sempre, il distacco tra intenzione e azione, tra gesto e segno: mentre l’archetto punta verso un torrente in piena, o il fermento di bambini in attesa di poter giocare o perfino il ritmico marchingegnar di fabbrica, infatti, l’animo si ritrova a navigare lungo gli acquitrini cajun del Mississippi, a danzare una milonga con Alfredo Zitarrosa o a volare alto tra monti tersi di neve, sottolineando come la filialità della freccia spesso si emancipa dalla genitorialità dell’arco artistico.

Ultimo per ordine ma decisamente non per qualità, la “stand-up tragedy” Kassandra, per la regia di Maria Vittoria Bellingeri e la produzione di Le Brugole&Co, già debuttato al Campania Teatro Festival il 22 giugno 2021. Scritto nel 2008 dal drammaturgo franco-uruguayano Sergio Blanco e andato in scena per la prima volta nel 2010 a Montevideo per la regia di Gabriel Calderón (e solo nel 2021 nel Belpaese), Kassandra parte dal mito per parlare di un’ingiustizia perpetrata da millenni a discapito di tutte quelle minoranze che di volta in volta si sono ritrovate dalla parte acuminata della Storia, col manico al di fuori delle proprie mani. La Cassandra interpretata da una versatilissima Roberta Lidia De Stefano è dunque «fluida, immigrata, puttana, divertente, spudorata», ma è anche una «donna “in transito”, senza un’identità fissa, né indirizzo, né paese». Non è certo la Cassandra dei poemi omerici, o delle tragedie di Eschilo o Euripide: non è vittima del ratto di Agamennone, ma dichiarata amante del sesso anale col figlio di Atreo; non è la figlia più bella di Priamo ed Ecuba, ma non è donna e non è uomo e ama alla follia suo fratello Ettore, con cui hanno amplessi ripetuti e passionali; non è nemica di Clitennestra, ma la coinvolgerebbe volentieri in un rapporto a tre.

Scritto con precisione e capace di restituire enorme empatia, il testo di Sergio Blanco (scritto ad Atene «da Atene stessa», come raccontato dal drammaturgo in un’intervista dell’anno scorso al giornale argentino Diario Vivo), parte dal mito come modello etico e intavola una riflessione a posteriori sul concetto di identità, spesso e volentieri eterodiretto e non autodefinito. Straniera in un corpo straniero, Kassandra parla una lingua non sua, uno strumento di sopravvivenza, un broken English per una broken wo-man, e mastica ABBA, Bugs Bunny e Malboro, tutti prodotti di consumo globalizzanti e, per questo, omologanti. La chiave di lettura di Bellingeri è evidente e si declina sulle linee del femminismo intersezionale e delle teorie queer: «Non si può parlare oggi di polis senza parlare di cultura del diverso, di lotta di classe, di identità di genere, di orientamento sessuale, di linguaggio inclusivo; senza coniare una nuova grammatica del presente, senza conferire dignità e valore alle storie di migrazioni sia fisiche che identitarie. Per questo è più che mai necessario aggrapparsi ai Miti e alla loro sacralità. Per ritrovare nel caos, un “Umanesimo 2.0”. Il momento storico è delicatissimo, assistiamo a scontri fisici e virtuali tra viventi, a tentativi di inversione di potere. Quando si potrà parlare di uguaglianza senza sentirsi stridere in quanto privilegiate/i bianche/i normodotate/i, cisgender o al contrario nere/i, colonizzate/ i, portatori/trici di handicap? E ancora: quanto siamo coscienti del fatto che parlando di identità, non intendiamo più il soggetto all’interno di una collettività, ma piuttosto il potere sociale del proprio “contesto-corpo”, di cui il soggetto si fa portavoce?».

Kassandra vive proprio nell’interstizio tra questi due umanesimi, incastrata tra il suo privilegio premonitore e l’impossibilità di condividere le sue esperienze con l’umanità, esasperata da millenni di narrazioni patriarcali che ne censurano l’essenza liminale, disturbante, sanguigna. Coadiuvate dalla forza atavica del mito, Bellingeri e De Stefano riescono a prendere la temperatura dello sguardo contemporaneo e a restituire uno spettacolo che, nonostante le iperboli sonore e attoriali, comunica con grande chiarezza le tensioni che percorrono la società qui e ora, a metà cammino verso il futuro.

 

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Festival Cantiere
location varie, Baradili (OR)
venerdì 20 agosto

ore 20:00
Aula Consiliare
Teatro De Gli Incamminati presenta
Una tazza di mare in tempesta
da Moby Dick di Herman Melville
di e con Roberto Abbiati in compagnia di Johannes Schlosser
musiche Fabio Besana
scenografie e costumi Roberto Abbiati
coproduzione Armunia Festival Costa degli Etruschi

ore 20:30
Casa della Vite
Progetti Carpe Diem presenta
Alone
Concerto per violoncello solo di e con Gianluca Pischedda

ore 21:30
ex officina Usai
Brugole&Co presenta
Kassandra
di Sergio Blanco
con Roberta Lidia De Stefano
regia Maria Vittoria Bellingeri
scene e costumi Maria Vittoria Bellingeri
luci Andrea Sanson
musiche originali Roberta Lidia De Stefano

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