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Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad

Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad, articolo di "Antonella Palladino" su Persinsala Teatro
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Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad
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Si rialza il sipario sul palco romano di via Nazionale con Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad, straordinaria riflessione sull’inconsistenza della guerra, sugli interrogativi dell’esistenza e sulla sempre più diffusa incomunicabilitâ dei tempi contemporanei.Una gabbia, un giardino, una città devastata dalla guerra. I primi dieci minuti dello spettacolo sono frammenti di storia, tutto …

«L’energia di una tigre e il cuore di un bambino»

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TEATRO-ELISEOSi rialza il sipario sul palco romano di via Nazionale con Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad, straordinaria riflessione sull’inconsistenza della guerra, sugli interrogativi dell’esistenza e sulla sempre più diffusa incomunicabilitâ dei tempi contemporanei.

Una gabbia, un giardino, una città devastata dalla guerra. I primi dieci minuti dello spettacolo sono frammenti di storia, tutto il resto – dapprima sulle pagine di Rajiv Joseph, ora sul palco con Luca Barbareschi – è finzione letteraria, pur rimanendo puntualmente specchio di vita.
Bagdad, 2003. Due marines americani sono posti a guardia di uno zoo e di una tigre: l’uno, forse per noia o quasi per provocazione, infila la mano dietro le sbarre finendo per perderla a causa di un morso, l’altro impulsivamente spara all’animale uccidendolo. È questa la storia surreale che Rajiv Joseph, allora studente universitario negli Stati Uniti, legge per caso in un trafiletto del New York Times e di quello stralcio di un conflitto che non arriva comprendere ne fa dieci pagine di sceneggiatura. Iscrittosi al concorso delle opere drammatiche brevi indetto dall’Università stessa, avrà esito palesemente negativo, ma, come tante storie destinate a grandi cose che iniziano con un fallimento, La tigre del Bengala allo zoo di Baghdad nel 2010 giunge finalista al premio Pulitzer e un anno dopo sbanca a Broadway con Robin Williams. E proprio lì tra il pubblico siede ammirato Barbareschi, sentendo fortemente quel personaggio che ha «L’energia di una tigre e il cuore di un bambino». Ora neo-direttore dell’Eliseo, si fa regista e protagonista di uno spettacolo complesso che lo scorso 29 settembre ha inaugurato la stagione teatrale di un palco ancora rovente.
Quando la cronaca si interrompe, cosa fiorisce dalla penna dell’autore? Quei minuti iniziali continuano, dopo una voragine, con i soliloqui genialmente grotteschi della tigre (Luca Barbareschi); nei dialoghi tra chi pensa di giocare alla guerra per poi rimanerne irreversibilmente traumatizzato (un eccellente Andrea Bosca) e chi è invece è solo avido di oro e di donne (Denis Fasolo); insieme ai fantasmi che si aggirano a mo’ di ricordi o coscienze (tra cui Sabrie Khamiss); in mezzo alle piaghe del deserto (nel personaggio poetico di Nadia Kibout); con la violenza e il sopruso di chi tutto pretende (Hossein Thaeri); infine nell’impotenza di chi assiste, supinamente traduce e nel frattempo realizza qualcosa (Marouane Zotti). Allora ne nascono bellissime topiarie o sculture d’erba. C’è inoltre un attore invisibile, un Dio costantemente invocato e forse anche manifestato, per cui lo spettatore arriva a un punto nel quale confonde chi sia Lui, chi la vera tigre, quale la verità raccontata, ripercorrendo quegli stessi interrogativi prodotti da un altrettanto filosofico e commovente lavoro, il pluripremiato film Vita di Pi.
Le ansie, i dubbi, i quesiti dei personaggi, da tutti magistralmente “vissuti” sul palco, come la sabbia (scenografica) travalicano i confini dello stesso e si alzano arrivando in mezzo al pubblico dove si depositano nonostante l’intreccio di più lingue. Perché quel fondo di incomunicabilità risulta abbattuto da una delle scene più belle: la disperazione del soldato statunitense tra le braccia di una madre irachena in un abbraccio di pietà.
L’ atmosfera più pesante del primo atto risulta mitigata nel secondo, spazzata via qua e là dall’ironia e dal turpiloquio del protagonista, il quale si agita nella scenografia rampicante e mai priva di significato firmata Massimiliano Nocente.
In fondo cos’è la vita se non un giardino? «Questo giardino è una ferita!» grida uno dei personaggi. Ci sono dunque due possibilità, costruire una bellissima scultura oppure coltivare una selva pericolosa. Allora dobbiamo prendercene cura. E a volte per ricordarcene, se ben fatto, bastano appena dieci minuti o anche un po’ di più.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Eliseo
Via Nazionale, 183 – Roma
dal 29 settembre all’11 ottobre, ore 20.00

Casanova Teatro presenta:
Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad
di Rajiv Joseph
regia Luca Barbareschi
con Luca Barbareschi, Andrea Bosca, Denis Fasolo, Marouane Zotti, Hossein Taheri, Sabrie Khamiss, Nadia Kibout
aiuto regia Nicoletta Robello Bracciforti
scene Massimiliano Nocente
costumi Andrea Viotti
luci Iuraj Saleri
musiche Marco Zurzolo
trucco Rocchetti e Rocchetti S.R.L.

9,00

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