Dell’infelicità e dell’umorismo

Sei date nel mese di aprile a Pescara per lo spettacolo Uscita d’emergenza, messo in scena dalla compagnia del Teatro Immediato a chiusura della stagione teatrale 2011-2012.

Uscita d’Emergenza debutta per la prima volta nel 1980. È uno dei testi più importanti, rappresentati e rappresentativi di Manlio Santanelli, scrittore e drammaturgo napoletano. Se si scorrono le recensioni agli spettacoli si legge che è una commedia, ma non solo. Uscita d’emergenza è una complessa mescolanza di riso e di tristezza, di ira e di rassegnazione, di sogni (im)possibili e di schianto sulla realtà.

Lo spettacolo si svolge in un interno domestico scarno, povero, essenziale. Due individui, Cirillo e Pacebbene convivono, non legati da alcun vincolo di parentela né, in effetti, di amicizia, ma uniti solo dalla disperazione e dalla povertà. L’appartamento è assolutamente fatiscente, in uno stabile disabitato di una zona colpita da bradisismo, nel napoletano. Pian piano, col fluire dei dialoghi, i due svelano la propria personalità, e i brevi antefatti al loro presente. Cirillo è un ex-suggeritore di teatro: è stato sposato, e ha vissuto per lungo tempo dall’interno l’ambiente teatrale da cui risulta essere particolarmente influenzato; si è riciclato come rilegatore di libri. Pacebbene, invece, è un ex-sagrestano, ritiratosi a vita privata e ora intento a preparare pastiere e a svolgere lavori domestici.

I due sono ormai reclusi nell’appartamento, da cui non escono per nessun motivo, e vivono in una sorta di simbiosi compensatoria in cui Cirillo è l’uomo laico, che ha molto vissuto ma è deluso dalla vita, e Pacebbene è l’uomo di fede, di chiesa, terrorizzato dalle donne che si affida, in un certo senso, alla Provvidenza e al suo compagno ritenendosi inibito all’azione. La convivenza tra i due, e i dialoghi che se ne sviluppano, sono il filo conduttore dello spettacolo che racconta il lento svelarsi dei personaggi attraverso situazioni assurde e grottesche che, inaspettatamente, riescono a svilupparsi tra le mura domestiche. L’isolamento e la precarietà del vivere sono ben rappresentati dall’angusto appartamento in cui periodicamente si verificano scosse di bradisismo, a simboleggiare la generale decadenza e instabilità dell’esistenza umana, continuamente minacciata e impossibilitata a redimersi. Ogni minaccia che l’uno compie nei confronti dell’altro di uscire, di lasciare l’appartamento e quella vita infame rimane un gesto abortito, non compiuto, a dimostrazione dell’ineluttabilità del destino, e dell’irriducibilità dei sogni che si infrangono contro la drammatica scarsità di mezzi e di risorse. L’uscita, pertanto, da questa situazione stanziale non può che essere un’uscita “d’emergenza”, l’unica possibile: il sogno, l’ipotesi, l’assurdo. Eppure, è proprio questa condizione di non vita – ricordo della vita, che genera la dinamica teatrale: è il loro ricordare, il fluire dei loro pensieri verso una vita che non c’è più, che li svela e li identifica; confessioni rotte da esilaranti battute tragicomiche, come usa a Napoli, e dai sommovimenti della terra. I due, isolati, agiscono solo nell’alveo della memoria, dimensione privilegiata per l’invenzione di tutte le storie possibili, per la fuga da ogni realtà. Emblema di chi non vive una storia, ma la racconta.

Bradisismo esterno, precarietà interna e di vita. C’è una perfetta specularità tra l’esterno ambientale e l’interno psicolgico, che si condizionano a vicenda. I due protagonisti sono incapaci di vivere la vita e la immaginano con un continuo rimando di assurde ipotesi, sospetti e trame immaginarie circa le persone che una volta frequentavano: la ex moglie di Cirillo, i parrocchiani della chiesa dove Pacebbene era sagrestano. In un continuo gioco di opposizione tra i due caratteri, che in qualche modo rappresentano due diverse modalità di vedere la vita, emerge tuttavia la fratellanza, la similarità, l’umana vicinanza dei due disperati, perfettamente consapevoli che il loro legame è dettato solo dalla necessità. Presi da questo vortice di ripetitività e di misantropia i due diventano paranoici: li pervade un’immaginazione distorta e cupa, senza più alcuna speranza nella vita. E quando all’improvviso squilla il telefono, incredibile richiesta del mondo esterno di entrare in contatto con loro, i due sono talmente emozionati che sulle prime non rispondono; poi, banalmente, scoprono che qualcuno ha sbagliato numero.

Il tutto si conclude con la più tipica tragicomicità napoletana: «Cirì, ma tu veramente facevi?» «E chi lo sa…». Una sorta di domanda a spirale sulla vita, e sulla rappresentazione, e sul teatro stesso: realtà o finzione? Commedia o tragedia?

A metà tra le opere di Eduardo e il teatro dell’assurdo, Uscita d’emergenza presenta un’umanità instabile e nevrotica, chiusa in se stessa e autocondannata alla coazione a ripetere, alla rappresentazione di sé secondo le proprie proiezioni psicologiche, al fallimento. Ma pur sempre divertente, e fragile, ed effimera, come i napoletani: sempre con un sorriso, anche sull’orlo del baratro.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Immediato
via Gobetti, 3 – Pescara
orari: domenica 20, 21, 27, 28 aprile, ore 21 – 22, 29 aprile, ore 18.00

Uscita d’emergenza
con Vincenzo Mambella (Cirillo), Enzo Spirito (Pacebbene)
regia Enzo Spirito e Vincenzo Mambella
scenografia Francesco Vitelli

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