Incontriamo Ermanna Montanari e Marco Martinelli per raccontare il loro viaggio da Kibera a Manhattan. E lo facciamo perché continuiamo a credere nell’immaginazione al potere.

Da Londra a Nairobi
Esistono realtà nascoste agli occhi del mondo, neglette, volutamente dimenticate, ai margini del nostro universo sociale, ai confini dell’impero; sebbene, spesso, si estendano solo aldilà di un muro – di mattoni, ideologico, di frontiera o semplicemente massmediatico. E la cosa più incredibile, ai nostri occhi di occidentali del primo mondo, è che esistono ovunque – persino nelle nostre periferie.
Nel 2000 Naomi Klein scriveva No Logo e in quel libro, in parte profetico in altre ormai ampiamente (e malamente) superato, la giornalista canadese raccontava la battaglia targata 1993 degli abitanti di Claremont Road, “una tranquilla strada di Londra destinata a scomparire per far posto a una nuova tangenziale”. E aggiungeva, citando John Jordan, che faceva parte del collettivo di attivisti Reclaim the Streets: “Per costruire questa tangenziale, il dipartimento dei Trasporti doveva demolire 350 case, far traslocare migliaia di persone, passare attraverso una delle più antiche foreste londinesi e devastare un’intera comunità per far spazio a una lingua di cemento a sei corsie del costo di 240 milioni di sterline, il tutto per poter risparmiare sei minuti di viaggio in macchina”.
25 anni dopo, a luglio 2018, nello slum più grande dell’Africa, 30 mila case sono state demolite. Ovviamente, senza indennizzo per gli abitanti, in quanto abusivi secondo il Governo keniota. In un Paese dove la terra è per il 90% di proprietà dello Stato (uno Stato che non si identifica con l’insieme della popolazione e nonostante gli abitanti paghino un affitto per le baracche che occupano – di circa 6 sterline al mese secondo Kibera.org.uk). E altrettanto ovviamente, in uno Stato dove si radono al suolo le uniche abitazioni accessibili ai più poveri per far posto a una strada a scorrimento veloce, che collegherà il centro di Nairobi con la periferia residenziale.
Ed è proprio qui, a Kibera, in una specie di District 9 – abitata da umani e non da extraterrestri – dove solamente il 20% della popolazione ha l’elettricità, una latrina serve fino a 50 baracche, i servizi per la salute sono forniti dalle Ong, i disoccupati raggiungono il 50% della popolazione (dati Kibera.org.uk), e migliaia di persone non hanno letteralmente niente da fare per occupare giornate lunghe, soffocanti e vuote, che il Teatro delle Albe ha deciso di portare l’Inferno dantesco. Non per usufruire esteticamente della scenografia naturale (evitiamo sarcasmi gratuiti), anche perché l’esperienza della non-scuola è basilare nella messa in vita della Commedia targata Albe, in grado di coinvolgere centinaia di persone – dai cittadini della tranquilla Ravenna ai bambini di uno squallido slum. Bensì per realizzare un’utopia artistica e umana, teatrale e sociale – termini per noi sinonimi – ossia dimostrare la verità affermata da quel principe/idiota partorito dalla mente di Dostoevskij, che la bellezza – forse – salverà il mondo.

Dante

Dante pellegrino in Africa
Durante le vacanze natalizie abbiamo contattato Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, appena rientrati da New York (e inconsapevoli dell’Ubu che sarebbe stato assegnato ad Ermanna come miglior attrice per Fedeli d’amore), così da farci raccontare il perché di questa avventura – artistica, ma soprattutto umana. In una baraccopoli dove probabilmente nessuno ha mai sentito parlare di Dante e dove la cultura può essere considerata un accessorio velleitario a fronte di bisogni basilari impellenti (almeno così valuterebbero quei politici, economisti e ideologi che non hanno capito – o forse hanno capito fin troppo bene – il valore della cultura per la crescita di persone pensanti, menti critiche, cittadini consapevoli, esseri umani completi). Marco ed Ermanna ci rispondono all’unisono, con quella voce che raccoglie pensieri, emozioni e scelte lavorative pienamente condivisi.

Com’è nato il progetto di Kibera?
Marco Martinelli ed Ermanna Montanari
: «Ci sono venuti a cercare Riccardo Bonacina, direttore della rivista Vita, e Alessandro Cappello della Ong AVSI: avevano letto Aristofane a Scampia, avevano visto Eresia della Felicità al Castello Sforzesco a Milano, con 200 adolescenti da tutto il mondo. Ci hanno chiesto: perché non venite a Kibera, il più grande slum del Kenya? Subito abbiamo esitato, per via di calendari troppo pieni, ma poi, quando ci hanno raccontato le condizioni di vita dei bambini in quell’inferno, abbiamo “ceduto” e siamo partiti».

Si può immaginare che per i ragazzi dello slum vi fossero due novità. La prima, il testo dantesco rimesso in vita dal metodo della non-scuola. La seconda, l’arrivo del teatro all’interno della loro quotidianità. Diffidenza, incredulità o innamoramento a prima vista?
M/M
: «Innamoramento. Subito. Non abbiamo letto gli endecasillabi, abbiamo iniziato raccontando la storia di un uomo perso nella “selva oscura” delle sue paure, della sua disperazione. E quando gli sembra di poterne uscire, ecco che tre belve gli si parano davanti e vogliono sbranarlo. “Vi dice qualcosa, questa storia?”. “È la nostra storia”, ci hanno risposto. “Bene, allora realizziamo insieme l’inferno che quell’uomo attraverserà per arrivare alla luce”. E così, incrociando le suggestioni dantesche con i racconti che i ragazzi ci facevano del loro inferno quotidiano, è sbocciato lo spettacolo. Di più, e noi all’inizio non lo sapevamo: Kibera, in swahili, significa “selva”».

Cosa significa muoversi in una baraccopoli che, secondo le Nazioni Unite, ospita da uno a un milione e mezzo di individui, con gravi problemi igienico-sanitari e un’alta percentuale di sieropositivi?
M/M
: «Come sempre: bisogna trovare gli alleati e le guide giuste “in loco”. Che conoscano le strade e i luoghi. Per scalare le montagne ci vogliono gli sherpa capaci, no? Senza di loro non ce la si potrebbe mai fare: in questo caso, senza AVSI, che ha prodotto il tutto, senza i Memores Domini, gli splendidi Masu, Andrea, Nino, senza i presidi delle scuole coinvolte, senza Martina e senza John e tutti gli altri insegnanti che hanno fatto per noi e con noi un lavoro preziosissimo».

Perché portare la parola di un poeta, oltretutto straniero, e di un linguaggio, quello teatrale, all’interno di situazioni di estrema povertà – materiale ma anche socio-culturale?
M/M
: «Perché Dante lo amiamo dagli anni del liceo. Perché ci ha accompagnato per tutta la vita, per tutta la nostra avventura teatrale, anche quando mettevamo in scena Molière o Jarry, o le drammaturgie di Marco, Dante era sempre con noi, compagno di veglia. Perché la Commedia è un’architettura capace di parlare al mondo intero».

Quale aiuto necessitereste, da parte delle istituzioni, quando fate scelte così radicali?
M/M: «In questi “salti mortali”, in cui mettiamo insieme centinaia e centinaia di persone, troviamo “sempre”, e ripetiamo “sempre”, l’entusiasmo delle comunità coinvolte. Le istituzioni, invece, talvolta ci sono; talvolta, ci seguono con continuità negli anni; talaltra, sono solo all’inizio e poi ci abbandonano. Anche perché non basta fare “un bello spettacolo”, un bel fuoco d’artificio: questo nostro seminare teatro in profondo ha senso se c’è una continuità “contadina” negli anni. È un gesto di “coltura” teatrale: bisogna seminare, aver pazienza, veder crescere le pianticelle, continuare a irrigare. Eccetera. Là dove, come con Ravenna Festival o a Napoli o a Milano (e ora speriamo in Kenya), c’è stata continuità, i frutti si sono visti».

 

Viaggio Continua

Il viaggio continua: la conquista pacifica di Manhattan
Le idee si rincorrono e altri interrogativi nascono quando leggiamo la proposta che Alison Cornish ha fatto a Martinelli e Montanari. La professoressa di lingua e letteratura italiana della New York University, vice-presidente della Dante Society of America, ha suggerito alle Albe di trasferire l’esperienza keniota negli States – e non in uno spazio accademico, bensì nel Bronx.
Facciamo una premessa, questo quartiere newyorkese, a nord di Manhattan, con quasi un milione e mezzo di abitanti (dati simili a quelli di Kibera) non è più quello di Bronx 41° Distretto di Polizia, il film del 1981 con Paul Newman protagonista. La cosiddetta gentrification è arrivata anche nel South Bronx (soprattutto a Mott Haven e Hunts Point) e ha portato al progressivo aumento del valore delle abitazioni. A questo dato si contrappone il fatto che, come dimostra il censimento ufficiale consultabile su Governing.com, dal 2000 al 2015, mentre il valore degli immobili si è raddoppiato e perfino triplicato rispetto alle zone adiacenti, la percentuale dei laureati è rimasta mediamente bassa (intorno al 15% a fronte di meno del 10% nei quartieri limitrofi) e il reddito medio familiare si è attestato intorno ai 30/40 mila dollari annui (a fronte di un reddito medio, all’interno di Manhattan, che raggiunge i 75.000 dollari circa, secondo il New York City Comptroller, Scott M. Stringer).
Sappiamo che le cifre e i dati possono sembrano sterili – e spesso risultare perfino fuorvianti – ma ci servono per sollevare dubbi. O per leggere in maniera critica l’affermazione entusiastica di Vivaldi Real Estate (citata altrettanto entusiasticamente da Evelina Marchesini sul Sole 24 Ore del 22 luglio 2016), ossia che nel Bronx: “l’incremento delle vendite, nel primo trimestre del 2016, rispetto al primo trimestre del 2015, è stato del 35 per cento… e gli affitti non possono che crescere”. Un nuovo El Dorado, quindi? Sembrerebbe di no, se questo aumento di valore e costi porterà all’allontanamento dei ceti medi e bassi. I dati del Furnam Center, per gli anni 2000/2015, denunciano, infatti, che l’aumento dei posti di lavoro è avvenuto, sì, ma tra quelli a basso reddito, ossia intorno ai 21.000 dollari annui (al di fuori di Manhattan); e che l’intera New York City, in controtendenza rispetto al resto del Paese, registra una flessione di oltre il 30% (tra il 2007 e il 2012) delle imprese afroamericane. E tutto questo mentre la Thomson Reuters Foundation classifica gli Us al decimo posto tra i Paesi più pericolosi per le donne (l’unico tra quelli occidentali).

In breve, quale Bronx troveranno le Albe?

Dopo l’Inferno messo in scena a Kibera forse il viaggio proseguirà nel Bronx. Portare la cultura là dove c’è disagio e/o degrado cosa significa, soprattutto a livello umano?
M/M
: «Noi non separiamo mai l’essere persone dall’essere artisti. Costruire “per la bellezza” – non è questo il senso più vero del fare teatro? – ha senso sempre e ovunque: per noi, come per gli adolescenti e i cittadini che coinvolgiamo. È un dono reciproco che ci si fa. Tutti ci si arricchisce, perché questo è l’incontro con l’altro: ricchezza pura, che non va sul conto in banca, ma esalta la mente e il cuore».

Durante la permanenza a Manhattan dello scorso dicembre, com’è nata la richiesta di una tappa della vostra Divina Commedia in un quartiere dove sussistono contraddizioni economiche e sociali?
M/M
: «Ospiti di La MaMA Theatre e della Casa italiana Zerilli-Marimò, e promossi da Umanism di Valeria Orani e dal centro Martin Segal diretto da Frank Hentschker, abbiamo raccontato l’Inferno a Ravenna e la Divina Commedia a Nairobi. Ermanna ha recitato diversi quadri del testo “dantesco” di Marco, Fedeli d’Amore. L’entusiasmo è stato tale che Alison Cornish, vice presidente della Dante Society of America, ci ha chiesto se ritenevamo possibile un’esperienza simile nel Bronx. E già in febbraio saremo nella prestigiosa università di Philadelphia, la U Penn, per un workshop su Fedeli d’Amore, sul rapporto suono-voce. È sempre così: basta accendere la scintilla giusta, e l’incendio si propaga».

La Divina Commedia non è solamente un racconto – bensì un poema. Come si oltrepassa il gap del lost in translation, che siate in Africa o negli States?
M/M
: «L’inglese ha fatto da ponte in entrambe le situazioni. Ma il teatro è prima di tutto scienza dei gesti, dei toni di voce, dei sentimenti: e questi raramente sbagliano, nel mettere in comunicazione le persone».

Percorriamo

Percorriamo tutti una selva oscura
Oltre alla richiesta di Alison Cornish, Martinelli e Montanari hanno ricevuto, in questi giorni, le testimonianze scritte di tre studenti che hanno seguito gli incontri/seminari tenutisi a New York a dicembre. È interessante leggere le riflessioni dei giovani spettatori che si sono confrontati con il nostro poema/poeta, ma soprattutto con la messa in vita delle Albe. Nella prima testimonianza ciò che colpisce l’immaginazione di chi scrive sembra essere l’attualità della Commedia, ossia: “la rappresentazione di Lucifero come una coppia sposata con coltelli conficcati nella schiena. Questa interpretazione è interessante perché mostra fisicamente come avvenga il tradimento, ma suggerisce anche come la più odiosa forma di tradimento e violenza sia quella tra persone che si amano, e specificamente tra marito e moglie. La scelta di raffigurare l’essere peggiore al mondo in questo modo causa inquietudine, dato che vedere una coppia sposata era comune sia ai tempi di Dante sia ai nostri, ed è quindi una verità eterna, ma con la quale ci si può identificare”.
Nella seconda lettera scopriamo quanto sia piaciuta: “l’idea che Dante sia interpretato da ciascuno spettatore e che l’intero viaggio della Divina Commedia non sia così bizzarro come uno potrebbe immaginare, bensì profondamente universale. Il viaggio dalla selva oscura, attraverso l’inferno, e infine in paradiso – guidati da poeti e artisti che si ammirano e dalla donna che si ama – assomiglia al viaggio della vita”. Il modo della rappresentazione diventa, quindi, esso stesso significante in grado di aiutare l’identificazione dello spettatore, di oggi, con il poeta del Trecento.
L’ultima testimonianza pare riallacciarsi idealmente agli stessi pensieri che ci hanno spinto a contattare, come Persinsala, il Teatro delle Albe: “Quando [Martinelli e Montanari] hanno definito Dante l’everyman, quando hanno adattato l’Inferno in modo tale da diventare rilevante rispetto ai problemi degli abitanti di Nairobi, e soprattutto quando hanno guidato una folla di spettatori attraverso la loro versione dell’inferno, ho sentito che gran parte del significato profondo della Divina Commedia diventava per me chiaro… È un poema che dovremmo leggere per apprendere la saggezza, non solamente per piacere. Le peripezie che affronta Dante nel poema sono le nostre. Siamo in molti a passare gran parte della vita camminando per la selva oscura nella speranza che un giorno troveremo il paradiso. Lottiamo contro la dipendenza, il senso di inadeguatezza, l’invidia, il peccato, ma proseguire nel cammino significa superare gli ostacoli. Solo quando permettiamo agli ostacoli di prevalere su di noi, finiamo davvero all’inferno” (t.d.g.).

Leggendo queste testimonianze emerge la sorpresa nello scoprire la modernità di un poeta del Trecento, sia dal punto di vista psicologico (con l’identificazione nell’everyman) sia etico (temi come il tradimento toccano tuttora le corde emozionali). Eppure la letteratura appare spesso lettera morta. Come riuscite a rivitalizzarla?
M/M
: «Mettendo le opere in vita, prima ancora che in scena. La Divina Commedia o Moby Dick o Amleto parlano ancora alla pancia, al cuore, al sesso, alla mente dell’umanità: e se noi non riusciamo a sentirla, quella “musica” che ci riguarda, il problema è nostro, non di Melville, Dante o Shakespeare. Loro, i classici, quello che dovevano fare, lo hanno fatto: tocca a noi completare il lavoro».

Il mondo delle Albe sembra lo specchio di quella mezcla multicolore, plurilinguistica e multiculturale nella quale non dobbiamo, ma abbiamo il privilegio di vivere. Il teatro può essere il ponte che travalica i muri?
M/M
: «Il teatro combina guai! La sua efficacia sta nel sottosopra, altro che muri! Il teatro si muove da millenni sorprendendo prima di tutto chi lo fa. Per noi è un’antenna irrinunciabile».

(Ringraziamo, per le foto delle Albe a Kibera, i fotografi Giuseppe Frangi e Andrea Signori)

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