Tronchi cavi

Martedì 17 gennaio è andato in scena, al Teatro Mauro Bolognini di Pistoia, Utoya – per la regia di Serena Sinigaglia.

Un lavoro ben fatto, cesellato, invasivo. Recitato con una sensibilità inaspettata e non inquinata da pathos sopra le righe. Arianna Scommegna e Mattia Fabris interpretano tre ruoli ciascuno, tre vite, tre rapporti umani simili e distanti per stile, psiche e ceto sociale – su un palco dove sorgono tronchi spaccati, internamente rivestiti da un velo di lamiera. Una coppia medio-borghese, sotto l’incombere del pericolo, si sfalda; un poliziotto e la collega lottano tra il dovere individuale e l’obbedienza civile; due contadini, senza saperlo, abitano di fronte al futuro serial killer.
Il dramaturg Edoarda Erba si concentra sul mondo adulto, ma forse è un peccato che non abbia interpellato anche le voci delle vittime, per spiare le loro esistenze prima di una fine senza senso. Cosa pensavano del possesso, della violenza, la spiritualità, la politica, la famiglia prima che qualcuno sparasse loro?
La progressione dell’aurea tragica è una parte decisamente convincente dello spettacolo, dedicato al massacro di 69 adolescenti radunati in un campus dei giovani laburisti. Strage compiuta nel 2011 da un attentatore norvegese, il trentenne Anders Breivik. Una vicenda facilmente strumentalizzabile dalle fazioni: destra contro sinistra, socialismo contro fascismo, buonismo contro razzismo. Fortunatamente la scrittura cammina su un ammirevole equilibrio, senza precipitare in una facile dualità. Il consumismo, a conti fatti, è (purtroppo) l’unica fede che unisce il globo sotto una sola bandiera monocromatica, proprio come si evince dal personaggio del professore, che invia sua figlia al campus: Christine è una ragazza viziata dalla smania del superfluo. Le sue amiche, il fine settimana, volano a New York a fare shopping. Senza un iphone ultimo modello si rischia di restare emarginati dal gruppo. Questa superficialità nasconde il fatto che il padre non si sia mai curato di lei e dei suoi reali interessi? Se il rimedio è il socialismo, che secondo la moglie è solo un trampolino di lancio per la carriera politica, se la risposta è una guerra tra ideali, meglio abbandonare ogni credo – afferma la donna. Forse la chiave di volta è l’individuo, non l’indottrinamento.
La forza della regia dimora nell’incremento del senso di paura, con rumori fuori campo e una colonna sonora che sottilinea la tragedia senza smorzarne i toni con arie consolatorie.
I piani di lettura di Utoya possono essere molteplici, e la sfera emotiva è sicuramente scorticata dall’atto interpretativo, dai numerosi freeze che scandiscono i cambi attorali, dai movimenti scenici che paralizzano il pensiero critico, per poi risvegliarlo all’improvviso. Quel giorno qualcosa, nell’immediatezza e prontezza delle forze dell’ordine sull’isola di Utoya, non ha funzionato.
E si esce dalla sala con interrogativi e dubbi, ma la certezza che l’Occidente sembra non sapere più dove stia correndo.

Lo spettacolo è andato in scena
Piccolo Teatro Mauro Bolognini

Via del Presto 5, Pistoia
martedì 17 gennario, h. 21.00

Utoya
un testo di Edoardo Erba
con la consulenza di Luca Mariani, autore de Il Silenzio sugli innocenti
regia Serena Sinigaglia
con Arianna Scommegna e Mattia Fabris
produzione
Teatro Metastasio Stabile di Prato in collaborazione con Teatro Ringhiera ATIR
con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia

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