Ritratti d’autore

Scritto nel 1966 e adattato per il cinema tre anni dopo, Porcile è un dramma in undici episodi, un’opera grandiosa, politica e ricca di significati. Ambientata nella Germania del dopo nazismo, la trama ruota attorno al personaggio di Julian ed i suoi contrasti interiori dovuti anche ai suoi rapporti con la famiglia e con la giovane e rivoluzionaria Ida. A distanza di 50 anni, questo testo continua ad essere proposto a un pubblico continuamente in evoluzione, in un’epoca diversa, mantenendo tutto il fascino della poetica pasoliniana e dal 2 al 6 marzo andrà in scena al teatro Duse di Genova.

Persinsala ha intervistato per l’occasione il regista Valerio Binasco.

Come nasce la scelta di Porcile?
Valerio Binasco: «Tutto nasce dal momento in cui il festival di Spoleto mi ha chiesto di mettere in scena qualcosa di Pasolini. Pasolini è un autore che ho amato molto da ragazzo, mi ricordavo il suo teatro che mi sembrava un teatro più culturale che popolare, mi sembra più concettuale che emozionante e mi ricordavo che non mi sembrava un mio punto di arrivo come regista, ma ricordavo il modo in cui mi aveva colpito il personaggio di Julian che sognavo di interpretare. Allora la rilettura di Porcile mi ha fatto pensare che dentro a questa grande operazione drammaturgica così ricca di temi c’era anche un dramma borghese e terribile un po’ come in un film di Lars von Trier o come una storia di Ibsen. Ho allora un po’ attenuato quelle che secondo me sono le manifestazioni più orgogliose e un po’ tronfie dell’identità da grande star mediatica che è stato Pasolini. Ho ignorato deliberatamente un po’ il suo orgoglio politico, il suo uso del teatro come luogo in cui fare filosofia o rivoluzione, perché mi sembrano atteggiamenti che hanno avuto un tempo per essere e, oggi, credo non sia niente di più rivoluzionario che raccontare in modo commovente la storia delle persone. Il risultato è uno spettacolo tenero, commovente e fragile e poco pasoliniano, dove Pasolini viene usato un po’ come una bandiera culturale o ideologica.
Io amo molto Pasolini e credo che la migliore delle testimonianze d’amore nei suoi confronti, da parte di chi lo ha letto, tentando di capirlo, e che lo ha imitato, sia quella di liberare dal senso di colpa verso la sua morte. Non mi sento responsabile della sua morte e voglio fargli un regalo nel non considerarlo un monumento culturale e credo che per un uomo moderno come lui sia un bel regalo».

Pasolini presentò quest’opera politica nel 1966, a un pubblico quasi sessantottino, cresciuto con influenze sociali, mediatiche e politiche di un certo tipo. Com’è proporre certi temi oggi a un pubblico, oggi assolutamente diverso, in particolare se riferito a giovani spesso distanti dalla politica e soprattutto delusi, cresciuto sull’onda del berlusconismo, di un vuoto di contenuti ideologici e forse non preparati a quello che Pasolini esprimeva?
VB: «Ho cassato la valenza politica perché sono abituato a relazionarmi con il pubblico di oggi in modo acritico. Non ho mai pensato che un testo appartenga a un’altra epoca. Quando Pasolini lo scrisse, Porcile era rivolto ai giovani del ’68, ma io avevo tre anni all’epoca.
Per come conosco l’oggi, mi rendo conto di come i giovani siano lontani dai temi politici e non gliene freghi niente di pensare che la famiglia di Julian sia di simpatie post naziste. E hanno ragione. Credo che non ci fosse niente di buono nel conformismo degli anni Settanta perché quegli anni hanno espresso il massimo della rivoluzione insieme al massimo conformismo rivoluzionario. Aveva ragione Pasolini, dicento «è più rivoluzionario, come gesto andare a farsi inchiappettare sulle dune di Ostia piuttosto che quello di andare a fare le riunioni del Partito dove tutti sono conformisti, vestiti uguali e diciamo più o meno tutti le stesse cose».
La rivoluzione culturale della sinistra negli anni Settanta ha prodotto il riflusso degli imbecilli di destra con i quali ci stiamo confrontando adesso. E la vera rivoluzione di Pasolini è stata la creazione di un modo nuovo di essere intellettuale, in strada e fra la gente, che sceglie di giocare a pallone con i ragazzi di quartiere.

Il suo Manifesto per un nuovo Teatro (di parola) aveva come interlocutori due categorie inesistenti, la parte più avanzata culturalmente della borghesia (che dovrebbe andare a teatro per vedere i suoi spettacoli e non ci va) e il proletariato il quale, se va a teatro a vedere Porcile, dopo un po’ spacca la sala perché preferisce altro. C’è una bellissima scena dei due ragazzi, dove lei è la rivoluzionaria conformista e lui è un “diverso”, e tu senti che la rivoluzione sta dentro l’anima del diverso e non nel conformismo della rivoluzionaria. È molto bella quella scena, forse la mia preferita».

Anche il cinema è parte del suo CV. Le piacerebbe dirigere oggi un remake del Porcile del 1969? Che attori chiamerebbe?
VB: «No, non lo vorrei fare, innanzitutto perché questo film di Pasolini mi è sembrato uno dei pochi casi non riusciti della sua cinematografia, che in genere adoro. Non penso che mi verrà mai voglia di fare un remake di questo genere, ma manderò sicuramente il soggetto a Lars von Trier che credo si sentirà più libero dalla dinamica della mitologia pasoliniana».

Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse attraverso il suo spettacolo e cosa vorrebbe dicessero gli spettatori usciti da teatro? Cosa deve rimanere loro?
VB: «Non è una specifica di questo spettacolo, ma di tutti gli spettacoli: credo di voler lasciare non un messaggio ma un’emozione. L’emozione di cogliere quanto sia degna di pietà, di amore e di bellezza l’umanità. È per questo che si deve andare a teatro. La gente va a teatro per sentire questa specie di sentimento, di effusione comune, per provare l’orgoglio di fare parte dell’umanità. Questo è il teatro nel quale io credo.
Julian è un mostro, perché va con i maiali, ma io non lo giudico. Il mio è un teatro che non contiene giudizio e quindi voglio che la gente che va via di lì provi tenerezza anche per lui non per motivi politici, ma per motivi umani».

Quanto c’è di PPP nel personaggio di Julian?
VB: «Moltissimo. Con una differenza, ovvero che la diversità, il senso di colpa per la propria mostruosità, produce in Julian una paralisi attiva e sviluppa un odio auto-massacrante. Per una persona che si sente mostro, e lo è in qualche modo nella sua diversità, l’esperienza è orrenda ed è molto difficile convivere con un se stesso mostro. In Julian, questa convivenza ha prodotto un ragazzo che giunge ad avere come unica attività quella di andare a sdraiarsi nudo nei porcili, mentre in Pasolini quella spinta interiore formidabile che ha generato l’urlo divino della sua arte. Tra Julian e Pasolini c’è un’analogia nella diversità e nella sofferenza della diversità, ma la sofferenza di Pasolini ha prodotto Pasolini, la sofferenza di Julian ha prodotto un ragazzo morto».

Lo spettacolo andrà in scena:
Teatro Duse

Via Nicolò Bacigalupo, 6
16122 Genova
da martedì 2 marzo a domenica 6 marzo

Porcile
di Pier Paolo Pasolini
regia Valerio Binasco
con Mauro Malinverno, Valentina Banci, Francesco Borchi, Elisa Cecilia Langone, Franco Ravera, Fulvio Cauteruccio, Fabio Mascagni, Pietro D’Elia
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con la collaborazione di Spoleto 58 Festival dei 2 Mondi
scene Lorenzo Banci
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Roberto Innocenti

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