‘LOINTAIN, ABSENT, PRESQUE DÉFUNT’

teatro-del-giglio-lucca1Vento d’Oriente dai confini del mondo, arriva sulla ribalta del Teatro del Giglio di Lucca, il Royal Mongolian Ballet.

Rinuncia. Amabile rinuncia serena.
Così l’esistenza valica gli eventi temporali che il cosmo le ha messo davanti del corso dei millenni. E c’è una bellezza, una tale bellezza, di fronte alla quale il fardello della conoscenza umana perde consistenza, motivazione, pretesto di esistere. Rinuncia.
L’immagine da una parte, dall’altra l’espressione. Frontali, nettamente separate. La malia e la vittima, la dolce rivelazione e l’attonito ascolto. L’inesplicabilità terribile delle cose semplici. Descrizioni soffocate in gola: è il Royal Mongolian Ballet.
Teatro del Giglio, sabato 21 dicembre. L’Asia è lontana, così lontana. Tutto ha le parvenze di un’evocazione onirica sotto le ciglia del sipario. Guarderai quest’opera come si osserva il cielo dalle profondità di una polla campestre, venato di gorghi e ghirigori sparsi, musica di quelle terre, tra energia contemporanea e tradizione, intensa senza invasione, che penetra le orecchie, si depone sul fondo della percezione come il miele col vino della Roma imperiale, corrompendone l’essenza di una mitezza ineluttabile.
Una storia. Nessun conflitto, in questa storia. Parlarne è difficile. Intesse questi eventi una semplicità che rende superflua la parola. Offensiva è la parola.
Ci sono donne, laghi e pavoni. Il mito del pavone, condannato a portare il bene come scotto per la propria vanità. E se ne parla, se ne discute con le ombre. Ombre cinesi oltre una tela chiara. Il braccio delle danzatrici si trasforma nella loro testa pennuta. Tutto, su questo palco, si gioca attorno a luci incantevoli, veli sbattuti, vento e ombre. La meraviglia dell’uomo incorporato col fluire naturale, il medesimo panismo che suscitano certe poesie arcadiche, certi haiku (componenti poetici giapponesi) sulla pioggia, maledettamente certi, nella loro elementarità, da colpire perfettamente nel segno. Ecco, basterebbe un haiku a narrare tutto questo. Ma l’uomo razionale, l’uomo occidentalizzato necessita morbosamente del sapere. E si sazia della magniloquenza altrui, spesso perché smarrisce nei meandri della civiltà l’antica facoltà di percepire le cose a se stanti, come ottenebrato da pareti di calcoli.
Torniamo al Royal Mongolian Ballet. Forme naturali si replicano in uno spazio azzurrognolo e lucente. Chi ha avuto modo di conoscerli, avrà notato analogie con le atmosfere dei Momix, dense di una profonda, eppure energica pace, come una lenta, percettibile gestazione. Ed ecco la creatura palustre – il pavone – e i giunchi: quei copricapo adornati di antenne vibranti, lunghe, avvolgenti. Seriamente: è necessario parlare oltre? Ma questa era la natura. L’Oriente, landa mistica e dorata ha tanto altro da offrire. E abbiamo la donna gioiello, la gemma, l’icona che ispirarono Baudelaire e i nostri poeti simbolisti, i decadenti, gli edonisti. L’uomo guerriero da un lato, irto di tam-tam e grida belliche; dall’altro, la molle geisha, la donna che danza, la donna che canta, il passo da bambola costretto sui suoi sandali geta. C’è la contorsionista, scintillante nella sua tuta come in un viluppo di stelle. Buio, luce, e palazzi i cui pilastri potrebbero galoppare verso mondi ultraterreni; divinità vivificate come automi meccanici dal valore incalcolabile; scalpitare di soldati in festa; e dame che veleggiano come navigli abbandonati.
La musica è calda, ritmi lunghi o serrati. Echi della Cina, della Thailandia, del Giappone, della Mongolia. Da ritrovarsi, in un momento imprecisato, a domandarsi se tutto ciò esiste, se popoli infinitamente lontani affogano in questo i loro giorni.
E ancora. Il Bodhisattva, l’idolo religioso dalle mille braccia. Nucleo e simbolo, lui, della generosità estrema. E i danzatori stanno lì, uno in fila all’altro, uno dopo l’altro. Gioco di mani, di movimenti progressivi, bagliore dei loro corpi ricoperti d’oro, delle mani luccicanti. Fasto della musica, tra il regale e il divino. Amore profondo per la loro concezione di sacralità, tanto indissolubile dall’opulenza, dalla grazia. Un idolo che è movimento, che è vita, e che è superba bellezza.
Cala il sipario: svegliati, riparti.
‘Veramente m’incanta: tremendamente adoro / Le cose in cui la luce si fonda con la musica‘ – Baudelaire.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio – Lucca
sabato 21 dicembre, ore 21.00

prima Toscana
Vento d’Oriente
del Royal Mongolian Ballet

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