Ombre dal tempo

Al Festival Verdi di Parma, Verdi Macbeth è simbolo dell’umbralità umana e riflesso della sua atavica ossessione per il tempo.

Se il Macbeth è la figura al di là del tempo e dello spazio della tragica e ambivalente declinazione di un potere personale che si immagina assoluto e travolge con la propria ambizione ogni barlume di umanità, è allora con naturale coerenza che il «più sfortunato tra i protagonisti shakespeariani» (Harold Bloom) si inserisce nell’indagine sul Cigno di Busseto inaugurata da Lenz con il Verdi Re Lear del 2015.

Follia, volontà di un controllo totale sul corpo e sulle menti non bastano più a definirne il main character che, in questo allestimento nato con la collaborazione dell’Ausl Parma Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche, del REMS e del Teatro Regio Di Parma, volge a rappresentare il piano strutturale di una crisi che il Bardo di Stratford-upon-Avon aveva solamente incontrato in una terra di confine tra dimensione esistenziale, antropologica o politica con i vari Giulio Cesare, Riccardo IIIRe Lear e Antonio e Cleopatra.

Abitata da «Germano Baschieri, Mattia Sivieri, Ivan Fraschini e Daniele Benvenuti […] e oltre sessanta coristi del Coro del Teatro Regio di Parma diretti da Martino Faggiani e da Massimo Fiocchi Malaspina», l’ambientazione imagoturgica di «cancelli e alberi deformati [che, ndr] prendono il posto del castello, della fitta foresta di Birman che avanza» accompagna tra giochi di ombre e rifrazioni cromatiche un pallido clima di vuoto e morte continuamente annunciata, «goccia di lacrima penitente per quel che è già successo, anche se deve ancora accadere Il Fatto, l’assassinio, il tradimento, il potere, la profezia». Uno spazio di «ventiquattro terrari abitati da migliaia di grilli e insetti vivi», dunque privo di reali sovrastrutture scenografiche, le cui atmosfere e dinamiche si mostrano – con trasparente metateatralità – capaci di liberare la percezione dall’impressione di un ritmo fisico e verbale, di pause e contrappunti a tratti compassato dall’impostazione accademica dei suoi cantanti lirici.

La lucida visione di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri esilia la psiche macbettiana nella più completa solitudine morale, lascia che essa graviti attorno alla consapevolezza della propria natura corrotta e vuole che precipiti nell’autoinflizione di un tormento imperituro e soffocante. L’inarrestabile abisso in cui sprofonda Macbeth, da specchio di un dispositivo di coercizione dell’identità (gli Altri da Macbeth, anche quando soprannaturali, vengono sempre e comunque visti con sospetto), diventa in tal modo espressione poetica di un’essenza segreta e perturbante, ossia dell’ossessione umana per il tempo cronologico, per quella disumana scansione di una matematica senza fine e senza scopo che spersonalizza ogni soggettività.

Da questa prospettiva, a ribadirne il valore non personale o univoco, risultano illuminanti il ribaltamento con cui Lenz strappa dalla bocca di Sir Macbeth i più celebri versi della tragedia per metterli in quella della sua Lady («Io avevo da morire, qui o dopo: sarebbe arrivato certo il tempo, per dirla la parola – Do-mani, e do-mani, e do-mani», ma anche «Macbeth ha ucciso il Sonno», in corsivo citazioni dal testo), nonché il visionario insistere sulla continua ripetizione dell’identico trasfigurato nel perenne lacrimare dei grilli sull’unica nota del loro frinìo d’amore. E, mentre nelle sontuose restituzioni del soprano Roxana Herrera Diaz e dell’interprete Sandra Soncini, la protagonista femminile letteralmente «si sdoppia rimanendo uguale, dialoga con se stessa, l’una canta e l’una dice», è una maschera di dionisiaca angoscia, di occhi cavi di follia quella che dipinge il volto di uno straziante Hyunwoo Cesare Kwon (baritono) nei panni di Macbeth.

La scelta di stornare la dualità dei due da ogni possibile riduzione di stampo freudiano non intende, tuttavia, semplicemente ribadire come Lady Macbeth non sia la mera manifestazione pschica del lato oscuro di un sol uomo, quanto la radicale esteriorizzazione dell’interiorità più intima, lo spaesante sdoppiamento tanto dell’Identità, quanto dell’Altro. Verdi Macbeth, la cui drammaturgia contamina suggestioni dall’opera del Bardo e da quella di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, elude esemplarmente ogni possibilità di mimesi e, con essa, di catarsi: se le streghe sono uomini cinti da corpetti femminili, non più donne barbute, la proiezione all’esterno dell’interiore nerezza dei protagonisti palesa la devastazione di chi, vittima delle proprie pulsioni, è ormai incapace di sganciare il desiderio dalla consapevolezza della propria colpa. Il Macbeth di Lenz non descrive, infatti, la trascendenza tragica dell’Io dal Mondo o l’angoscia di una vita che pone continuamente di fronte alla necessità di una scelta, atto che per entità incatenate al destino delle proprie responsabilità risulta impossibile, ma enuclea l’immanente alienazione di chi si percepisce sempre Differente da Sé perché esperisce la durata di un presente incastrato in un passato ormai andato e in un futuro che mai verrà.

L’allestimento voluto da Lenz restituisce compiutamente il senso di crudele allucinazione di chi è – hic et nunc – schiacciato dal peso di una speranza ormai perduta. La glaciale geometria scenografica in cui vengono imprigionati i grilli risulta potenziata dal disassemblaggio finale con cui dona l’impressione di uno contesto volumetrico ancora più denso e asfissiante, mentre personaggi peregrini e oscuri scivolano per terra, invadono le scene e si disperdono con soluzione di continuità. E se il racconto incalza, un putrido tanfo campestre torna a impregnare l’aria, il dramma consuma i propri personaggi e un senso di vacuità pervade un ambiente inondato da effetti sonori martellanti e proiezioni visive prismatiche, con ogni cosa, a partire da Lady Macbeth, che tende a spogliarsi e disgregarsi.

Il Verdi Macbeth secondo Lenz diventa, allora, paradigma della frammentazione post-moderna di un soggetto che ha perso ogni via maestra, che si scopre non più lineare e la cui coscienza non solo è sdoppiata nel e dal dentro-fuori, ma è addirittura incapace di determinarsi nell’intersoggettività. Ancora una volta, Pititto e Maestri colgono l’implicazione radicale di questa prospettiva ed eludono il riferimento a un banale relativismo nella definizione di un nuovo mal du siècle, quello cui la nostra società organizzata nel e per il consumo ha dato forma nell’inadeguatezza dell’Io nei confronti non tanto dell’Altro, quanto di Se Stesso. Annientato dai propri deliri e nostalgico di un tempo in cui poteva sognare, il Soggetto Lenziano diventa simulacro dell’indeterminazione di chi vive il proprio mondo e il rapporto con lo Straniero nella totale solitudine e in un eterno presente colmo di presenze umbrali, tanto incapace di dare senso stretto alla propria esistenza, quanto disfunzionale rispetto alla possibilità di non sentirsi negativamente gravato dal giudizio morale eterodiretto.

Lo spettacolo continua all’interno del Festival Verdi
Lenz Teatro

via Pasubio 3/e, Parma
venerdì 12 ottobre 2018, ore 21.00 anteprima
sabato 13 ottobre 2018, ore 21.00 première
domenica 14 ottobre 2018, ore 18.00
da martedì 16 ottobre a sabato 20 ottobre 2018, ore 21.00

Verdi Macbeth
dramma fantastico e vero
da Francesco Maria Piave e William Shakespeare
traduzione, drammaturgia e imagoturgia Francesco Pititto
regia, installazione, costumi e intarsi Maria Federica Maestri
rielaborazioni musicali e live electronics Andrea Azzali
soprano Roxana Herrera Diaz
baritono Hyunwoo Cesare Kwon
basso Eugenio Maria Degiacomi
interpreti Sandra Soncini, Valentina Barbarini
coro giovanile Ars Canto Giuseppe Verdi
Maestro del Coro Eugenio Maria Degiacomi
coro in video Coro Del Teatro Regio Di Parma
Maestro del Coro Martino Faggiani
altro maestro del Coro Massimo Fiocchi Malaspina
performer in video Germano Baschieri, Mattia Sivieri, Ivan Fraschini, Daniele Benvenuti
Produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con Ausl Parma Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche, REMS
con il sostegno di Ministero dei beni, delle attività culturali e del turismo, Regione Emilia-Romagna, Comune di Parma
Commissione del Festival Verdi in prima assoluta
Durata complessiva 1 ora e 10 minuti circa, senza intervallo

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