Viaggio a ritroso ai confini della memoria

Fino all’11 febbraio, nell’intimo spazio di Teatro Libero, una straordinaria Francesca Bianco – diretta da Carlo Emilio Lerici – sfida con successo un argomento ricco di insidie: la perdita della memoria e della propria identità.

Scegliere l’Alzeihmer come argomento per uno spettacolo denota coraggio. Si potrebbe facilmente scivolare nelle derive del melodramma o, al contrario, stemperare la violenza del soggetto per renderne fruibile la rappresentazione. Ma non è quello che accade in Viaggio a Buenos Aires, sul testo delle due sorelle Gabriela e Monika Muskala (in arte Amanita Muskaria), in una mise en espace di grande spessore umano, che restituisce realisticamente la malattia senza violenza, bensì con tenerezza e oggettività.

Francesca Bianco fotografa, con un’interpretazione in equilibrio tra realismo e poesia, le emozioni, i ricordi scomposti, gli stralci di un passato in via di disfacimento in una persona che lotta per mantenere viva la propria memoria. Nello spazio appena illuminato di una modesta camera da letto, una donna di spalle sta implorando qualcosa, la voce trasparente. Chiede a qualcuno di farla entrare. A chiuderla fuori sono stati i suoi ricordi, la vita le è sgusciata via come sabbia tra le dita e, a malapena, riesce a ricacciare nella coscienza immagini, nomi, parole, che riassembla confusamente.
Ognuno di noi conserva gelosamente nella memoria anche ciò che non gli appartiene più. Vederlo sfuggire significa essere derubati della proprietà più intima: Valeria è ossessionata dagli oggetti, dai suoi oggetti, e vive nel terrore di esserne privata, perché sa che è la sua stessa identità ad esserle gradualmente e inesorabilmente sottratta.

I ricordi splendono nel cammino dell’uomo orientandone azioni e pensieri. Privato della sua esperienza, non è che un non vedente che si arrischia nel buio. Valeria parla per ricordare: snocciola come un rosario i pochi passaggi della sua vita che ancora conserva, il nome dei figli, delle sorelle, del marito, ripassa le esperienze significative che hanno segnato un solco più profondo nel tracciato della sua esistenza. Nomi che inesorabilmente si confondono, si storpiano, si sovrappongono, continuano a sfuggirle fino ad arrivare all’inevitabile, sconcertante momento in cui non riuscirà a ricordare quanti figli ha, né chi sia lei stessa o dove si trovi.

Di grande efficacia la ricerca gestuale di Francesca Bianco il cui corpo diventa l’immagine della malattia stessa: le mani si aggrappano agli oggetti come a cercare un senso, un appiglio. Il tremore insiste sull’incertezza, la postura è in perenne assenza di equilibrio, lo sguardo fruga nel buio qualcosa che ormai è perduto.

In uno stadio intellettivo regredito a quello infantile, le figure del misticismo appaiono come guardiani protettori di un senso esistenziale che la malattia vorrebbe eludere.

Ed è emozionante realizzare che la memoria è un fatto emotivo, e che di intellettivo ha poco o nulla, che ciò che si trattiene irriducibilmente sono gli affetti, le sensazioni e non semplicemente i dati o le nozioni.
E allora, forse, il regno dei cieli è davvero dei bambini, dei semplici, degli incolti.

Lo spettacolo continua:
Teatro Libero

via Savona 10 – Milano
fino a sabato 11 febbraio
orari: da lunedì a sabato, ore 21.00 – domenica, ore 16.00

Viaggio a Buenos Aires
work in regress
di Amanita Muskaria
con Francesca Bianco
musiche Francesco Verdinelli
adattamento e regia Carlo Emilio Lerici
traduzione Francesco Groggia
costumi Adelia Apostolico
produzione Diritto e Rovescio in collaborazione con Teatro Belli e Istituto Polacco di Roma

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