Fine vita mai

Un corpo che imprigiona se stesso, un carcere dal quale non si può evadere neppure con il pensiero, una condanna all’ergastolo.

C’è qualcosa di più terribile della morte e di più doloroso della vita: lo spazio compreso fra gli estremi.
Qualora un soffio vitale rimanga incastrato nell’interstizio di nulla cosmico, allora conosce la vera essenza dello strazio e dell’impotenza, lì vede materializzarsi le paure umane ricacciate a forza nell’inconscio. Lo stato vegetativo permanente è uno di quei casi che intrappola l’esistenza in questo spazio angusto che spranga le porte verso la vita e verso la morte. Epicuro, con la sua filosofia, aveva trovato la chiave della felicità nell’assunto che quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte, liberando così l’uomo dalla paura della precarietà che lo rendeva schiavo, ma il filosofo sarebbe spiazzato di fronte a questi casi di intrappolamento dove la vita e la morte coincidono e l’essere umano diventa il luogo della loro convivenza.
Vita, il testo di Angelo Longoni, pur focalizzandosi sulle posizioni antitetiche di chi osserva dall’esterno l’essere in trappola tra la vita e la morte, tuttavia ha il merito di dare voce alla situazione intermedia, cioè di chi è coinvolto. Eleonora Ivone, trasposizione scenica di Eluana Englaro, è l’unico personaggio che ha tempo per riflessioni più metafisiche e solo nei suoi pensieri trova posto Dio che appare in tutta la sua crudeltà punitiva e irraggiungibilità vetero-testamentaria, un Dio che non la lascia «né abbastanza viva da vedere i suoi affetti, né abbastanza morta da vedere Lui», un Dio che in fondo, nel suo prolungato accanirsi sul piccolo essere, dimostra di «tenere più alla sua mela che ai suoi figli». La ragazza incarna anche il punto dal quale dipartono due posizioni agli antipodi, rappresentate da un padre (Emilio Bonucci), che ritiene l’eutanasia l’ultimo regalo per sua figlia, e da una madre (Pamela Villoresi) che preferisce vedere il pallore della ragazza piuttosto che quello di una lapide. E queste due posizioni scaturiscono anche da cordoni ombelicali diversi: il legame uterino con la madre si riflette in un attaccamento della genitrice al corpo della figlia, che non può prescindere dai fluidi, dalle abitudini, dalla vicinanza. Poi c’è il rapporto con il padre, fatto di un legame neuronale di pensieri, ricordi e immediate sintonie percettibili a qualsiasi distanza. Basta uno sguardo al passato, la volontà di tutelare la sua bambina e non la sua carcassa a fare del padre la persona più affine al flusso di coscienza della figlia e il depositario delle sue volontà.
Pamela Villoresi è la mamma femmina fino alle midolla: donna tenerissima e di polso, ironica e perentoria, capace di spiazzare con la parolaccia giusta al momento giusto che squassa la pacatezza e annichilisce qualsiasi tentativo contraddittorio. La sua presenza scenica impone con maestria superba una figura di mamma e moglie energica praticamente perfetta. Emilio Bonucci è padre commosso e commovente, assorbito dal suo ruolo e lucido nel capire che per crescere sua figlia “bisogna lasciarla andare”, com’era stato in piscina, in bicicletta, così è adesso.
Eleonora Ivone congiunge con naturalezza l’ingenuità maliziosa dei diciassette anni alla repentina maturità causata dalle contingenze.
Infine il testo di Longoni: asciutto, essenziale, lucido e affilato come una lama. Una volta provato sulla pelle, lascia il segno.
Vita intesse una trama complessa con elementi drammaturgici semplici che permette agli spettatori di osservarsi dall’esterno e di porsi delle domande, prima che qualcuno imponga delle risposte.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dei Conciatori
via dei Conciatori, 5 – Roma
fino a domenica 14 ottobre, ore 21.00
(durata un’ora circa senza intervallo)

Pamela Villoresi, Emilio Bonucci, Eleonora Ivone presentano
Vita
scritto e diretto da Angelo Longoni
con Pamela Villoresi, Emilio Bonucci, Eleonora Ivone

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