La privatizzazione del tempo

Il teatro Studio Uno ospita Francesca Danese in una breve riflessione sullo sfruttamento del tempo nella vita di una donna.

Un orologio per lo scandire del tempo, un calendario per lo scorrere dei giorn e il passare delle stagioni sono tutte modalità che segnano la vita umana e danno ritmo alle sue azioni. Il tempo non si ferma ma fluisce per tutti e per tutto in egual modo eppure ci si trova a non averne mai abbastanza.
Lo spettacolo si apre con una donna intenta a prepararsi per andare a lavoro, si pettina, innaffia le piante e beve il caffè, bevanda spasmodicamente amata tanto da portare la caffettiera nella valigia ventiquattrore. L’interprete Francesca Danese fa subito intendere che il proprio personaggio è una segretaria di qualche grande multinazionale, responsabile della gestione di tutti gli impegni del proprio datore di lavoro.
La protagonista corre a prendere il treno e, non con poca fatica, arriva alla stazione appena in tempo prima della partenza; palesemente agitata e affannata si guarda intorno alla ricerca di un posto dove sedersi e, una volta avvistato, ci si lancia, scansando e respingendo – quasi selvaggiamente – tutti coloro che volevano sedervisi. Nel trambusto della routine, il treno è, infatti, l’unico luogo di pace, dove poter serenamente concedersi un attimo di pausa e, magari, ritrovarsi a riflettere sul malessere di tutti quei pendolari costretti subire l’eccessivo sovraffollamento di un ambiente asfissiante e in cui si viene letteralmente compressi come sardine in scatola.

Dopo una lunga e stancante giornata lavorativa, ripreso il treno al solito orario ma persa la propria fermata, la vediamo chiedere imperativamente di fermare il mezzo senza però essere ascoltata perché non può permettersi di far tardi. Questo comprometterebbe le sue già esigue ore di sonno, necessarie per la successiva giornata, e, con un ultimo gesto disperato, estrae dalla valigia una pistola puntandola verso il controllore. Sulle ultime parole, pronunciate al rintocco di un ripetitivo ticchettio di lancette, si spengono le luci di una vicenda declinata sulla riflessione del dono del tempo e su come questo venga tiranneggiato da una società sempre più opprimente.

Lo spettacolo si presenta con pochi elementi in scena, oggetti comuni in una casa quali una sedia, dei vestiti e alcuni utensili, un minimalismo che lascia allo spettatore la possibilità di immaginare le varie vicende. Quasi assenti le musiche eccetto per l’inno alla gioia di Beethoven ripetutamente bloccato dalla stessa protagonista, esplicito rifermento al fatto che nella vita descritta non ci sia nulla di cui gioire.
Il racconto, nonostante lo sfondo esistenziale, riesce anche a prendere giocosamente in giro la vita dei pendolari delineandone i continui disagi e, in tal modo, creando i presupposti per lasciar immedesimare chiunque, almeno una volta, abbia sperimentato le sofferenze di un treno affollato. Questi sporadici spezzoni comici sono gradevoli e leggeri tanto da creare un’atmosfera rilassata in antitesi con la drammaticità della scena finale, durante la quale la Danese perde il proprio goffo fare e il sorriso per lasciar spazio a un disperato appello rivolto a una non comunità governata da uomini che acquistano il tempo delle persone.
Si sceglie di trattare il flusso del tempo non tanto da un punto di vista filosofico e astratto quanto come un dono concreto che ogni persona ha, e la stessa decisione di ambientare la narrazione in tempi moderni sottolinea la volontà di virare sull’attuale società. Il messaggio di VìTVìT! è quindi chiaro fin dalle prime scene tanto da essere insito nel titolo: take our time, senza fretta e, soprattutto, senza svenderlo poiché la frenesia spinge a un decadimento psicologico e perché, se si corre troppo, non ci si sofferma a godere i piccoli momenti che la vita regala.
La trama presenta dunque una struttura lineare, in cui la protagonista perde progressivamente le energie fino ad arrivare, nel corso di una frenetica giornata, a un punto di rottura che la farà cedere alla pazzia. La scelta ben coinvolge lo spettatore che sorride, forse con una punta di amarezza. Seppur basandosi su piccoli sketch comici si nasconde tra le righe una forte serietà, si punta sulla riflessione di argomenti pressanti quali il tempo e il suo sfruttamento ma i veri attimi di attenta analisi vengono confinati alle brevi scene finali. Una scelta, quest’ultima, che riduce e quasi soffoca lo slancio che VìTVìT! aveva preso lasciandone inespresso il grande potenziale.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno

via Carlo Della Rocca, 6
dal 2 al 5 marzo
dal giovedì al sabato alle ore 21 e la domenica alle ore 18

VìTVìT!
di e con Francesca Danese

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