Nessuna pietà

Danio Manfredini torna a Fuori Luogo La Spezia con Vocazione, un turbine di personaggi da standing ovation (e qualche fredda reticenza).

Una delle tante cose belle e uniche del teatro è il suo lato sociale. Il gioco di sguardi, certo, ma anche la possibilità di origliare alla porta. Osservando e ascoltando, si notano le reazioni e i commenti del resto del pubblico. A chi applaudiva con poca convinzione e a chi era perplesso da un virtuosismo “narcisista” sono dedicate queste riflessioni.

È chiaro che in Vocazione si tratta anche di virtuosismo. Dell’essere bravi ed esserne consapevoli. Inutile (si fa per dire) riaffermare la maestria di Manfredini e della sua troupe. Dal punto di vista estetico, si può notare che lo spettacolo soffre forse di qualche calo di tensione legato probabilmente alla scelta dei frammenti presentati (alcuni anche difficili da ricollegare al fil rouge dell’argomento trattato: il mestiere dell’attore).

Al di là di questo, però, quello che spiazza è che in Vocazione viene avanzata, prima di tutto, una richiesta personale. Lo spettacolo è lo strumento con il quale l’interprete, in quanto persona, chiede di essere ascoltato. Questo ci mette in scacco, come pubblico, perché presentare obiezioni rispetto alla realizzazione estetica diventa assolutamente fuori luogo.

Per farsi comprendere, Manfredini inanella una serie di testi in cui sono trattati diversi problemi legati al mestiere – che, in un circolo virtuoso, vengono così presentati, attraverso le parole dei grandi autori, a chi non è dell’ambiente.

Con l’avanzare dell’età si è portati a fare i conti con quanto si è vissuto, a elaborare riflessioni. Si potevano fare scelte di vita diverse? Semplicemente no, e forse sta in questo il senso di Vocazione. Di vocazione parla, per l’appunto, Nina a Kostija, nel dialogo tratto dal Gabbiano di Čechov. Dopo anni di lavoro di pessima qualità, Nina ne scopre alla fine il senso e la portata. Occorre saper soffrire, dice la ragazza, mentre chi non ha vocazione si uccide, come Kostija, che Manfredini significativamente fa morire alla fine della conversazione. Vocazione è necessità, è subire e abbandonarsi interamente al proprio destino. Nel caso dell’attore, è bruciare come una torcia.

Le parti in cui Manfredini si sovrappone al Minetti di Bernhard vedono i piani di lettura e di interpretazione moltiplicarsi e i significati rifrangersi: risplendono per l’ironia, la tristezza, il senso di un destino che si guarda con la malinconia e la serenità beffarda di una rassegnazione al fato, in cui l’amarezza nasce dal non essere compresi.

E ancora, c’è un motivo per cui nel Medio Evo si pensava che gli attori avessero affinità col demonio: ragion per cui non potevano essere seppelliti in campo consacrato. Essere intrattenuti, divertiti, commossi, è cosa semplice. Essere attori, fare teatro per vocazione, no. E questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Il teatrante si espone a un gioco crudele e violento – anche e soprattutto verso se stesso.

Ma che ne sanno il critico o il pubblico di cosa significhi andare in scena? Delle difficoltà pratiche e psicologiche, delle scelte di vita e artistiche, dei rischi che si corrono? Del potere esercitato sugli altri e del peso di questo potere. Del soffrire, esercitarsi, elaborare per arrivare a conquistare tutti, e della necessità di riuscire a farlo: coinvolgere, far immedesimare, portare a credere. Del donarsi completamente anche perché, altrimenti, il gioco del teatro non funziona. Dell’essere in balia del giudizio degli altri e dell’impossibilità di sfuggire, perché l’essere giudicati è un aspetto intrinseco del meccanismo (tenendo conto, fra l’altro, che chi fa teatro non ha alcuna possibilità di nascondersi: si è sempre esposti, personalmente e fisicamente, perché non esistono pseudonimi, non c’è distanza spaziale o temporale dal proprio pubblico).

Forse si ritiene che la comprensione di ciò non faccia parte del lavoro del pubblico o del critico. Forse è un bene che un critico non abbia esperienza del fare teatro. Il suo sguardo è in questo modo distante e può giudicare senza alcuna compassione. Ma questo spettacolo chiede prima di tutto di empatizzare con l’attore. Non di giudicare, e questo può essere complicato.

Certo, se si trattasse solo di questa richiesta personale di ascolto, Vocazione perderebbe parte della sua potenza. Ma Manfredini è un maestro e molti dei testi presentati sono capolavori della letteratura, belli e profondi: vertici di riflessione sul teatro e sull’esistenza. Lo spettacolo lavora su due livelli che si sovrappongono e si compenetrano: il primo urgente e personale, avanzato da un grande interprete, quindi con una certa autorevolezza; il secondo universale, sull’attore, la vita, il teatro, rappresentato dai testi. Necessita, quindi, solo di ascolto e che gli si presti attenzione.

Noi abbiamo applaudito, a lungo. Siamo stati grati e ci uniamo a Manfredini nella difesa e nella rivendicazione dell’autenticità dei problemi che chi fa teatro deve affrontare. Non è un gioco. Mai. È una scommessa che comporta rischi che i non addetti ai lavori non possono a comprendere interamente. Semplicemente, dovrebbero almeno esserne consapevoli.

Lo spettacolo è andato in scena:
Centro Giovanile Dialma Ruggiero

via Monteverdi, 117 – La Spezia
venerdì 30 e sabato 31 ottobre, ore 21.15

Vocazione
ideazione e regia Danio Manfredini
con Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete
assistente alla regia Vincenzo Del Prete
progetto musicale Danio Manfredini, Cristina Pavarotti e Massimo Neri
disegno luci Lucia Manghi e Luigi Biondi
collaborazione ai video Stefano Muti
sarta Nuvia Valestri
produzione La Corte Ospitale

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