Il Teatro come Religione

Al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, è andato in scena Vocazione, il sommesso e disperato urlo di un artista che teme di non essere più ascoltato.

L’artista è di certo un animale misterioso e contraddittorio. E Vocazione di Danio Manfredini ne è un esempio paradigmatico.

Due attori, lo stesso Manfredini e un Vincenzo Del Prete apparso un po’ sottotono, interpretano «il viaggio di un artista di teatro nelle sue paure, desideri e consapevolezze legati alla pratica del suo mestiere» (corsivi dalle note di regia). L’ambizione è alta e audace, ossia il rappresentare non solo «la condizione di altri attori che prima di lui hanno preso la strada del teatro» attraverso «frammenti di opere teatrali dove protagonisti sono gli attori di teatro e da frammenti del suo stesso repertorio di autore», ma, citando direttamente l’Essere o non essere dal più celebre monologo dell’Amleto, addirittura estendere lo sguardo fino ad abbracciare «l’inquietudine dell’uomo: paura del fallimento, della follia, desiderio di evasione, domande sulla propria motivazione, vocazione, paura di perdersi nelle dinamiche relazionali umane, buttare uno sguardo verso il momento del proprio tramonto e il momento dell’addio alla propria passione».

Numerosi e continui cambi di scena, maschere di lattice e travestimenti caratterizzano una performance accompagnata da un’autentica e suggestiva sottonarrazione musicale aperta dalla sontuosa esecuzione de I Pagliacci cantata da Luciano Pavarotti e chiusa dalla superba versione di Anohni di If It Be Your Will, capolavoro dell’immenso Leonard Cohen.

Manfredini interpreta, accenna a danzare, dialoga con Del Prete, ma si rivolge sempre e direttamente al pubblico, interrogandolo – almeno nelle intenzioni – su questioni ritenute cruciali «in un momento in cui sembra inutile, non necessario, occuparsi di quest’arte e di conseguenza dell’attore-autore-regista teatrale, figura che sembra in disuso», se non proprio drammatiche («fosse anche, come si dice, che il teatro è destinato a sparire, sarebbe comunque un privilegio dare luce al tramonto»).

Come scriveva il nostro Maurizio Maravigna, alla cui recensione rimandiamo per una approfondita analisi, Vocazione è «una sorta di esame di coscienza, uno sguardo impietoso sulla condizione dell’attore e sulla recitazione, ma anche un atto di accusa alla società contemporanea che non ha occhi “per vedere queste meraviglie”», in cui «alcune interpretazioni talvolta sfiorano il manierismo».

Ci chiediamo, tuttavia, se, tra le pieghe di questo costante e omogeneo gioco di citazioni e virtuosismi, non rimanga pericolosamente velata una contraddizione tanto rischiosa, quanto in grado di inficiarne l’esito complessivo. Visto con occhi meno esperti di chi mastica quotidianamente il teatro, qual è il valore di un allestimento totalmente declinato su una autoreferenzialità corporativa, se non quello di autoporsi al di là di quel dialogo che pure ne rappresenta esplicitamente il senso e la finalità?

L’arte ha una funzione pubblica, comunitaria, e chi, pur per legittimo ego, si sottrae da questa consapevolezza non lo fa mai con spontaneità, ma, nella migliore delle ipotesi, con colpevole ingenuità.

Crediamo che l’azione, l’azione viva del corpo dell’attore di teatro, a volte colta in un solo momento, in un singolo gesto repentino o in una fugace espressione che scatta per subito scomparire, sia insostituibile in ogni società e che, forse, a decretarne il temuto tramonto sia proprio la genuflessione a canoni e categorie ormai arcaiche in un’età postmoderna. Per come si chiudono all’interno del proprio linguaggio e risultano incapaci di una qualsiasi comunicazione con l‘altro (inteso tale rispetto a chi vive il teatro pur con interesse, ma dall’esterno), assistiamo spesso ad attori e attrici che, mossi – appunto – da incomunicabile urgenza, narrano del proprio esilio non tanto dal palcoscenico (che continuano instancabilmente a calcare), quanto dalla propria stessa personalità. Muovendosi senza soluzione di continuità tra disagio esistenziale o esaltazione egotica, l’artista performativo sembra ancora e incredibilmente anelare stagioni ormai tramontate in cui una misteriosa aura ne rendeva insostituibile l’opera, una stagione ormai passata e di cui, uno tra i primi ad averne avvertito la trasformazione, fu già Pirandello (esemplare l’incompiuto e polemico Giganti della Montagna) al termine della straordinaria stagione delle avanguardie storiche.

Tra artista e pubblico è terminata ogni tentazione di incolmabile distanza e non importa che ci si muova tra disagio o esaltazione, la platea sarà sempre la sua immagine riflessa oltre lo specchio, lo spettatore e la società suoi referenti. Rendersi unici attraverso stilemi e linguaggi rispetto ai quali, se incompresi, si può invocare l’ignoranza e impreparazione del pubblico è un gioco stucchevole e che non fa onore a chi lo esercita. Così come la defenestrazione della critica dal novero degli interlocutori sembra maldestramente nascondere una mancanza strutturale al confronto, un’ulteriore ritirata di fronte alla possibilità del dialogo autentico e costruttivo (ritirata di cui la stessa critica multi-task, ormai e spesso incapace di distinguersi dalla mera comunicazione, come ci ricorda la nostra Simona Frigerio, sembra comunque corresponsabile).

In spettacoli come Vocazione, con il suo continuo riferirsi alla questione cruciale di una professione che non sta scomparendo, ma solamente rinnovandosi, si avverte confusamente una smania, un vuoto indefinibile, un autentico svuotamento di senso di chi si autorappresenta sottratto, soppresso, privato della propria realtà perché autorecluso in un riconoscimento che, purtroppo o per fortuna, ha intrapreso altre strade, ma che stenta ancora a trovare sentieri di trasformazione. Il respiro, la voce che un attore produce diventa nel caso di Vocazione una immagine muta, che tremola per un momento e scompare nel silenzio, il tratto di un gioco inconsistente, un’ombra, un’illusione di chi si crogiola nel proprio abbandono.

Quella che viene sentita come una lesa maestà, la desacralizzazione dell’arte, è il realtà il suo stesso processo vitale. Quello artistico non deve piegarsi all’idea che esso sia un atto qualunque, ma è proprio in nome di una rinnovata alleanza con un pubblico sempre più grande e alfabetizzato alla cultura, che la ragione dell’arte può tornare a essere seminale, ossia può provare una rifondazione debole di sé (mai definitiva e da mettere costantemente in discussione), senza così doversi omologare all’organizzazione della produzione e del consumo della nostra società neoliberista o, tanto meno, rifugiarsi in un passato idealizzato al quale è impossibile, se non proprio insensato, voler tornare.

Il male che sembra affliggere Vocazione è allora l’ennui, l’indifferenza di chi – spettatore comune – ha compreso stancamente che la lingua dell’arte non sta in realtà parlando a lui e di lui; la noia di chi – spettatore smaliziato – al cospetto di qualcosa che, attraverso l’operazione artistica di Manfredini pretende di imporsi come oggetto di culto dell’autocoscienza stessa dell’artista, in verità disperde ogni potenziale interesse nell’incapacità di porsi oltre e altro, magari alto, dal già visto e già fatto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Biblioteca Quarticciolo

Via Castellaneta, 10, Roma

Vocazione
ideazione e regia Danio Manfredini
con Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete
assistente alla regia Vincenzo Del Prete
progetto musicale Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri
disegno luci Lucia Manghi, Luigi Biondi
collaborazione ai video Stefano Muti
sarta Nuvia Valestri
produzione La Corte Ospitale

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