Waterwall brinda ai 10 anni di attività con una serie di performance al Teatro Smeraldo, ma non c’è nulla da festeggiare.


Il Teatro Ventaglio Smeraldo, dagli anni 80, grazie alla direzione artistica di Gianmario Longoni, ha vinto molte sfide, delle quali dobbiamo dargli atto.

Ha portato in Italia con successo alcuni tra i migliori musical internazionali, dall’ormai cult, Cats, a Jesus Christ Superstar e The Rocky Horror Show, dimostrando che anche il pubblico italiano poteva apprezzare questo genere di spettacoli e “sprovincializzarsi”.

Per non parlare delle performance di artisti del calibro dei Buena Vista Social Club, David Bowie, Miles Davis, Ute Lemper e, ancora, uno splendido concerto di David Sylvian. Ma ha anche avuto un occhio di riguardo per la danza contemporanea, mettendo in scena, tra gli altri, spettacoli di David Ezralow e David Parsons.

Premessa dovuta, questa, dato che nell’ultima settimana è andato in scena il work in progress, come definito dallo stesso Ivan Manzoni, di Waterwall, un progetto che nasce nel ’96 e che si potrebbe descrivere come una compagnia di danzatori-acrobati – la Materiali Resistenti Dance Factory – che eseguono una serie di performance, esibendosi sotto una cascata d’acqua.

L’idea è indubbiamente originale e, in questi anni, ha mietuto successi a livello internazionale e ha vinto il Total Theatre Award al Fringe Festival di Edimburgo. D’altro canto, però, è doveroso dire che il risultato è altamente deludente.

Innanzi tutto è bene sottolineare che non si tratta di danza, al massimo di mossette da siparietto televisivo e acrobazie pseudo-circensi.

I quadri si succedono senza alcun filo logico o ipotesi di racconto – come accadeva nel balletto classico – né d’altronde riescono a ricreare situazioni astratte, come sempre più spesso si vede nella danza moderna.

Le coreografie sono povere e i passi ripetitivi, quello più gettonato una specie di scivolata sulla pancia lungo tutto il palcoscenico spruzzato d’acqua. Inoltre, mancano due elementi imprenscindibili che trasformano una successione di passi in danza, ossia la capacità di comunicare e la poesia.

Se uno crede di poter godere delle scenografie, sarà deluso anche in questo ambito, vedendo la struttura metallica, che serve semplicemente a fare appendere i danzatori-acrobati a funi e sostegni e a far scendere il muro d’acqua del titolo.

Niente giochi luminosi, a parte un breve momento in cui le luci stroboscopiche suggeriscono l’idea che una danzatrice, appesa a una fune, sia scossa da scariche elettriche. Uno dei momenti più bassi dello spettacolo, insieme a quello in cui due danzatori fingono di picchiarsi: un pubblico, anche infantile, ormai avvezzo alle mossette delle primedonne televisive e alle sedie elettriche da baraccone non si è nemmeno accorto della violenza inutile di tali scelte coreografiche.

Le musiche di Domenico Mezzatesta sono assordanti, sparate a un volume altissimo e prive di qualunque capacità di sottolineare le scene, connotandole emotivamente. Un frastuono da discoteca che serve forse a mascherare la pochezza delle coreografie e delle invenzioni visive: nessun gioco acquatico, nessuna capacità espressiva da parte dei danzatori.

Complessivamente, la performance dura poco più di un’ora e si conclude con la salita sul palco di alcuni spettatori che hanno chiesto di parteciparvi e che sono imbragati e sospinti sotto la parete d’acqua come fossero su un’altalena e terminano la loro performance fradici, dopo aver pagato un biglietto per qualcosa che tutti i bambini fanno naturalmente in spiaggia: farsi dondolare dalla mamma a bordo mare. Nel secondo caso, però, si è in costume e lo si fa gratis.

Peccato, perché l’idea, come già detto, è originale e sicuramente Esther Williams e il corpo di nuotatrici-danzatrici che la accompagnavano avrebbero saputo giovarsene in splendide coreografie acquatiche; ma l’idea, a volte, non basta.

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