Partire è un po’ morire?

Perduto nel dramma di un amore impossibile, Werther non si suicida ma emigra in America.

La prima immagine di Werther a Broadway è cinematografica. Un volto affondato nel buio, è tagliato dalla luce. Guarda nel vuoto, in modo dolorosamente fisso. È Werther, il giovane raccontato da Goethe, che cerca di emergere dal buio di una guerra, la propria di giovane ardente e romantico, ma anche quella che verrà agli inizi del novecento.

Suicidarsi dando seguito al finale da romanzo, o fuggire? Fugge in America, luogo a lui congeniale, dove trovare espresse le proprie ambizioni artistiche. Broadway è luogo di luci, di spettacolo, di richiamo a una rinascita che il giovane cerca con tutto il cuore. Qui Sepe fa incontrare Goethe con Alfred de Musset, cioè con la storia di altri due amanti infelici (Non si scherza con l’amore del 1834). Perdican e Camille si attraggono, con Rosetta, contadinotta sprovveduta, corteggiata per far ingelosire la rivale.

La tomba con su scritto “Werther”, campeggia come un piedistallo al centro della scena, quasi fosse l’esito di tutto, certo, ma anche un punto di attenzione che dirige la vita. È proprio dalla consapevolezza della morte, che Werther nel Nuovo Mondo può danzare la vita, accompagnare i personaggi di un’altra commedia come fossero fratelli di “pagina”. I personaggi danzano in tedesco, in francese, in italiano, in inglese, cercando di spingere l’occidente a quell’integrazione contro cui l’Europa erige da sempre barriere nazionalistiche.

Tornare al teatro La Comunità dà un senso di claustralità quasi monastica. La sensazione è quella di una bolla, ermetica abbastanza da non lasciare fuggire i fantasmi teatrali che possono qui godere di nuovi giri di vita: stasera Sepe con Werther, fa guardare la Germania a Broadway, quando solo ieri in Germania anni 20, quei stessi fantasmi erano gli esecutori testamentari di un’Europa che crescerà come un tumore, fino alla seconda guerra mondiale.

Come i fratelli europei si tradiranno l’un l’altro, pur essendo una sola famiglia, così Werther – allo stesso modo di Camille e Perdican – obbedirà alla sua tragedia, ma in un altro continente, quell’America che ospiterà i fuggiaschi europei per fame, per persecuzione politica e religiosa, per semplice desiderio di avventura. In America i personaggi dismettono le vesti verbose del teatro borghese, mettono le gambe al posto delle parole, la musica al posto del ritmo, un selvaggio desiderio di smemoramento al posto di un destino.

Gli attori agiscono per evaporazioni drammatiche di musica, movimento e parola, una parola che si fa canto anche quando è parlata, in un idioma sonoro e straniero, evocativo e disperato. I corpi hanno spasmi elettrici, si agitano come infanti che cercano di nascere ancora, di innamorarsi ancora, di credere ancora, malgrado nell’aria l’eccitante profumo delle donne faccia equivoco di senso con la morte, ancora la morte, quella che culminerà nella guerra, la stessa che i personaggi cercano di fuggire, sentendo di esserne predestinati.

L’allestimento di Sepe è un miracolo di condensazione, elegante mix di teatro-immagine e di editing musicale che fa diventare musica la parola, tanto più se straniera agli orecchi di un pubblico italiano. Gli attori sorprendono per l’agilità del passaggio spesso repentino tra danza-movimento, canto e vocalità, talenti che tutti insieme sono assai rari da ravvisare in giovani corpi espressivi.

«Si salverà – si chiede Giancarlo Sepe – il giovane Werther dai suoi neri propositi di morte?». Si salverà l’Europa dai suoi insistenti fantasmi di dissolvimento, dalle fantasie nazionalistiche che possono sussistere solo a prezzo di crearsi un nemico da combattere? Sepe offre una via d’uscita estetica. A noi uomini del presente, tocca il compito di riuscire a trovarla nella realtà di oggi e di domani.

Lo spettacolo va in scena
Teatro La Comunità

via Giggi Zanazzo 1 (p.zza Sonnino – Trastevere)
dal 16 gennaio al 23 febbraio 2020
dal giovedì al sabato ore 21 – domenica ore 18

Werther a Broadway
di Giancarlo Sepe
con Giacomo Stallone, Federica Stefanelli, Sonia Bertin, Camilla Martini, Pierfrancesco Nacca
scene Alessandro Ciccone
costumi Lucia Mariani
musiche Davide Mastrogiovanni, a cura di Harmonia Team
disegno luci Guido Pizzuti
organizzazione Grazia Sgueglia
produzione Teatro Della Toscana, Teatro La Comunità 1972

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