Che ne è stato del freddo?

teatro-del-giglio-lucca1Nella stagione più rigida Jon Fosse mette a nudo l’umanità intera e al Giglio di Lucca va in scena Inverno firmato da Oskaras Koršunovas.

L’inverno è per i morti.
Conformazione di un imbuto angusto, è questa la stagione degli ultimi giorni e dei primi. Come natura d’uomo e natura di terra sono intrinsecamente inscindibili, così sono l’anno e la parabola invernale: da essa ha vita l’uno e in essa si corrode. Immersi in un utero infinito e mai venire alla luce.
Questo lo spirito di Inverno, prosa firmata dalla regia di Oskaras Koršunovas in una prima nazionale al San Girolamo di Lucca. Il testo è di Jon Fosse, “il nuovo Ibsen” norvegese, uno dei massimi talenti in ambito mondiale.
È il 30 marzo, domenica, ore 18.00. Inverno è una panchina; è la camera di una pensione; è lo spazio che distanzia l’una dall’altra. Inverno è ciò che eternamente si frappone. Autunno e primavera e il loro abbraccio impedito. Può un amore sublimarsi in inverno?
Jon Fosse ce ne presenta uno, ce lo presenta come si presenta una landa nella tormenta di neve.
Ma cos’è amore in questa prosa? Dove l’apparato umano è rarefatto a simbolo e universalità, uomo e donna perdono į reciproci tratti, si minimalizzano. E abbiamo la donna ripetitiva, la donna isterica, sempre incompresa. L’uomo è fuggiasco ed ebete, non ne parlerà mai, lascia perdere. Un nulla į loro dialoghi, quasi clichè, trivialità arsiccia, grida sino a scorticare į precordi della gola. E fuori è inverno, placido e sonnolento.
Ecco, non è molto che si conoscono. Ma è un’eternità. Dacché il genoma umano esiste, lui e lei sono un’entità indivisibile. Perché non sono le personalità che Jon Fosse scandaglia con occhio pragmatico (į nomi rimarranno un mistero irrisolto, inaffrontato, persino non richesto), bensì il fulcro, le divergenti radici che biforcano į due sessi.
Chi guarda segue e segue con trepidazione. Altro lo preoccupa che non į dimenticabili nomi. La sua stessa natura, si rammenti, conduce l’uomo in direzione dell’altrui oblio. In balia del nulla siano allora į nomi.
Pure, il mistero permane. Che m’importa di loro? Non sono anch’essi parte di quel flusso umano e sempiterno che mi è così estraneo? E io ti dico che loro, sì, parlo di loro, non sono parte di quel flusso. Ne sono il motore. Un biologico narcisismo ci attanaglia di fronte a Inverno. In lui ogni uomo, in lei gli echi di qualsiasi donna. L’intera nostra razza potrebbe disintegrarsi su questa terra e conservarsi imperitura in loro, ma non viceversa.
Questo inverno ha del mistico. Porta in sé l’avvenire come si porta un bimbo assiderato. C’è lui e c’è lei e c’è un nulla che potrebbe scapigliarsi dalla disperazione. C’è il lacerare di un telefono, c’è la musica. C’è il danzare attorno all’alcova, senza coerenza né stile. Danza, sempre amerai il primo tempo dell’uomo e la sua lascivia.
Come nella resina, il tempo muore. È ancora inverno, là fuori? Voglio uscire, controllare. Riavviate l’orologio o fracassatelo per sempre, per Dio!
È finita. La vedi, la luna? Oggi hai amato una sgualdrina slava. E lui, suo cliente. E in loro, noi.
Questo è il San Girolamo di Lucca, questo era Inverno. Al di là dell’arcata, raduniamoci fuori, per strada. Ma è già là, greve di odori e rossa e rosa e iridata senza modestia. Stupore diffuso come di bambini, che assurdità. È primavera.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro San Girolamo
via San Girolamo, Lucca
domenica 30 marzo, ore 18.00 e replica straordinaria, ore 21.15

Winter
dal testo teatrale di Jon Fosse
traduzione italiana Graziella Perin
regia Oskaras Koršunovas
con Marco Brinzi e Ruta Papartyte
costumi di Rosanna Monti
musiche di Gintaras Sodeika
luci di Marco Minghetti

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