Di bestie, riti e incubi

106974333 3236004653127479 178463252946523900 NIl primo weekend dell’edizione XL di Centrale Fies si è concluso con due importanti momenti dedicati all’arte. Il primo ha visto prendere vita le opere della mostra Storia Notturna a cura di Simone Frangi e Denis Isaia, mentre il secondo è stato rappresentato dall’imponente installazione del progetto OHT [Office for a Human Theatre], 19 luglio 1985 – Una tragedia alpina

L’esposizione Storia Notturna nasce intorno al testo omonimo di Carlo Ginzburg apparso nel 1989, importante opera “laica” che indaga le pratiche sabbatiche, magiche e ritualistiche. Storie di uomini e donne il cui intreccio con le pratiche liminari, crepuscolari, giunse spesso alla condanna del potere inquisitorio (quest’ultimo sovente creatore ex nihilo di quelle stesse pratiche). I sette artisti invitati dai curatori hanno occupato la grande sala comando installando opere enigmatiche, dove il minimalismo corteggiava il folklorico, e il cliché e il kitsch nascondevano un potere evocativo. L’inaugurazione della mostra ha offerto la possibilità non solamente di guardare quelle opere posizionate in quel determinato modo, ma anche quello di assistere al passaggio dall’oggetto alla vita. C’è qualcosa dell’ordine del magico nell’attivazione della staticità dell’opera, come se si potesse, al fine, restituirla alla sua realtà, al suo naturale movimento che l’ha vista sorgere e vivere. Viene così ad emergere tutto l’assurdo dell’esposizione fissa, della fissità mortifera che attiene proprio al concetto di “mostra”. L’esposizione è esposizione di se stessi, messa in visione alla mercé dell’avventore, che sia egli preparato oppure no. L’aspetto definitivo dell’inchiodamento immaginale si frantuma nel momento taumaturgico del “tocco”, dell’infrangersi del mondo della distanza per attivare quello della prossimità immediata. L’entrata in contatto con l’opera è già la dichiarazione del fallimento dell’esposizione in quanto tale (di ogni esposizione) e lo sprofondamento all’interno del maelstrom dannato dell’opera vivente. Ecco che la serie di performance di questo meriggio domenicale appartiene maggiormente al movimento stesso dell’opera, all’eventuarsi dell’immagine, facendo sì che si possa percepire lo scatto che la attiva e che le permette di realizzarsi. Momento (ri)sorgivo che restituisce all’opera il materiale dell’invisibile, la ragione del suo essere lì, così, dinnanzi a noi. Non per questo, però, il movimento d’attivazione deve per forza scivolare all’interno dell’esegesi. Esso sembra, invece, accostarsi maggiormente a quello dell’ermeneutica, ad una risignificazione temporale e culturale dell’aspetto cultuale.

L’utilizzo del materiale artistico, che avviene, in molti casi, attraverso una vestizione, spoglia nel suo movimento quello stesso materiale dallo strato sacrale dell’immagine transitando verso una ritualità che fa del movimento la sua stessa carne. È come se si passasse dall’ostensione del corpo cristico reale (Crocifissione) o simbolica (transustanziazione) alla partecipazione diretta o rievocata della sua potenza. Il limes tra il nostro mondo e quello invisibile è materializzato dall’oscurità che esigono le pratiche del sabba. L’attivazione della mediazione con il divino oscuro, con le forze invisibili, l’incarnazione di metamorfosi teratologiche e animalesche, non può avvenire “alla luce del sole”, ma solamente sotto il cielo fattosi culla notturna. All’esterno della sala comando la giornata sta giungendo al termine e l’oscurità inizia ad abbracciare la Centrale, provocando una pertinenza (quasi) inattesa con la presa di vita delle opere all’interno. Durante la day-long performance, Ayla Parisi e Carolina Lorenzi hanno attivato l’opera dell’artista argentina Mercedes Azpilicueta, mostrando l’aspetto ludico della vestizione e un trasformismo che qui diviene inerente il costume stesso. Un elegante abito da sposa assume le sembianze di una lunga coda entomomorfica. Il cambio di funzione spalanca il campo delle possibilità e le due performers si producono in un lavoro simbiotico costituendo una forma ibrida di essere cieco in movimento guidato solamente da parole senza voce. Le Sculture-fischietto di Chiara Camoni hanno declinato il passaggio oggetto-vita attraverso la matericità lieve del suono. Otto performers hanno dato fiato ad oggetti che parevano semplici (ma pur sempre bizzarri) bibelots, in un brevissimo concerto dove l’evocazione ha imbrigliato l’emergenza di voci notturne, cauchemardesques. Il francese Darius Dolatyari-Dolatdoust con la sua installazione Moving Landscape, ha sprofondato il suo abito e lo sfondo della sua quinta in una vera e propria scena teatrale dove alla ricchissima simbologia presente si è aggiunto l’enigma del silenzio e di una movimentazione animistica. Francesco Fonassi, insieme a Giulia Galvan, ha declamato un “poema selvatico” estratto da un manoscritto anonimo francese del quindicesimo secolo. La natura offre il necessario per la vita e per la protezione mentre la mollezza che il mondo moderno, a causa del possesso e delle ricchezze, è in grado di creare, appare come il rischio della corruzione dell’“Om Selvarech”. La purezza dell’uomo selvatico va di pari passo con la sua rudezza, salvandolo dalla cultura (ritroviamo qui il senso dell’opera anti-moderna di Ginzburg) e investendolo di un potere di mediazione con il metafisico. Anna Perach concepisce “sculture indossabili” che fanno scaturire il reciproco mantenimento tra la narrazione intima, personale e quella dei miti folklorici. Il procedimento materiale attraverso il quale l’artista ucraina di origine israeliana perviene alla creazione delle opere è quello del tufting, tecnica produttiva che permette la creazione di tappeti e che, questo è il punto che ci interessa di più, chiude e fissa il ciuffo grazie al capitonnage. Il punto di capitone lacaniano diviene qui l’immagine che mantiene la correlazione invisibile e strettissima tra storia personale e bestiario vitalistico. Raffaela Naldi Rossano ha riattivato per l’occasione il progetto polimorfico I Confess, incentrato su di un potere particolare che gli oggetti mantengono in sé: quello della rimemorazione. Anche in questo caso, il “tocco” che infrange ogni distanza fa precipitare il soggetto all’interno del movimento mnestico di una narratività storica personale, sempre in bilico tra una volontà di libertà espressiva e l’affogamento dell’oblio. I frammenti scultorei in mostra vengono parzialmente esternizzati al fine di richiamare il pubblico che si accomoda in forme circolari sulla grande pedana installata nel cortile. La messa in movimento (sonoro) dell’opera esige la staticità dello spettatore che viene attraversato dal potere ipnotico della parola e da quello ondulatorio e cullante della musica. L’ultima opera che chiude la mostra è quella misteriosa e mistica dello svizzero Luca Frei. Il titolo 38074 indica il codice di avviamento postale del Comune in cui si trova l’opera in quel preciso momento, mostrando, così, un trasformismo non più fisico o simbolico, ma codificato. Si tratta qui di un raffreddamento concettuale che porta già con sé il movimento, la vita. Per questo motivo non esiste una performance dell’opera poiché l’atto performativo è già incluso nel suo stare, nell’essere movimento operando nel sistema di divisione territoriale che nulla esprime dell’identità e dei valori.

Scendendo di un livello, si giunge nella grande sala delle turbine. Qualche panca, un’immensa scena e uno sfondo lontano e profondo che vela un colossale albero sospeso a mezz’aria che gira su se stesso. Siamo in presenza dell’installazione 19 luglio 1985 – Una tragedia alpina. Ma prima che questo titolo ci indichi la direzione da seguire e lo spazio della narrazione, noi ci abbandoniamo a questo luogo di sospensione, vagamente drammatico ma invaso da una luce bianca fredda che ci mantiene sul limes, tra veglia e sonno. L’installazione si deve al progetto OHT [Office for a Human Theatre] fondato nel 2008 e guidato dal curatore Filippo Andreatta. Se, à juste titre, Carlo Ginzburg, nume tutelare della mostra Storia notturna, rappresenta un’autorevole voce della microstoria, anche qui, in questa grande sala, ritroviamo la passione verso narrazioni che si discostano dai grandi récits storici per far riemergere fatti e racconti “minori”, cancellati dal tempo e dalla memoria. Ma dove qualcosa in loro perdura. Ed è proprio su quel nocciolo duro, su quel residuo non riassumibile, che OHT insiste e tesse la visibilità di una catastrofe dimenticata. La data del titolo si riferisce a ciò che accadde alle 12:22:55 del 19 luglio 1985, nella Val di Stava. In quel preciso secondo cede l’arginatura del bacino superiore di decantazione della fluorite che crolla sul bacino inferiore, provocandone a sua volta il crollo. Una gigantesca colata di torbida, un fango biancastro residuo della decantazione, si dirige allora, ad una velocità che tocca i 25 metri al secondo, verso l’abitato di Stava. Venti secondo dopo il crollo del bacino, il paese viene sommerso e cancellato completamente. L’onda proseguirà la sua corsa verso la periferia nord di Tesero, scendendo a valle per poi raggiungere la confluenza fra il rio Stava e il torrente Avisio. Il conto di questa catastrofe fu il seguente: ventotto bambini con meno di dieci anni, trentuno ragazzi con meno di diciotto anni, ottantanove uomini e centoventi donne persero la vita. Tre alberghi, cinquantatré case d’abitazione, sei capannoni e otto ponti furono completamente distrutti mentre nove edifici furono gravemente danneggiati. Centinaia di alberi furono sradicati.

La descrizione minuziosa degli eventi, la precisione dei dati, anche attraverso il sismogramma di Cavalese che documenta l’impatto sismico, assumono una portata estrema nell’opera di OHT. Ma di fronte alla freddezza dei dati che lasciano senza parole, l’unico appiglio per la salvezza sembra essere rappresentato dalla musica. Lux Aeterna di György Sándor Ligeti e Again – After Ecclesiastes di David Lang fanno emergere il punto d’incontro tra la musica contemporanea e il teatro greco. La catastrofe alpina viene evocata con parole, immagini, oggetti, movimenti e rumori, ma ciò che ci blinda ad un reale per noi (ancora) sconosciuto, sono proprio quelle composizioni corali, sacrali, sublimi. Il coro greco sembra emergere come apparizione, e necessaria contro-effettuazione, nella tragedia. Visione che trascende l’immanenza della catastrofe inumana che si ripete, riemergendo dall’oblio della storia, sotto i nostri occhi. Le luci di William Trentini, scomparso pochi giorni prima dell’inaugurazione, acuiscono l’aspetto pàtico generale e, interpolandosi con quello sonoro, producono un sentimento dolente che accompagna gli spettatori ben oltre l’uscita. L’installazione si chiude su ‘ndormenzete popin, canto di montagna che fa lacrimare nella più sensibile dolcezza innocente.

Le immagini viste alla Centrale Fies, in questo breve e intensissimo weekend, tornano a interrogarci, non lasciando sciogliere la presa immaginaria che esse hanno su di noi. La fissità del nostro portato subisce a Fies una scossa che provoca la disarticolazione delle immagini, la loro messa in movimento, la loro sospensione. Mentre riecheggia, nella culla ovattata del sogno, il suono una voce lontana: quella di una preghiera laica.

Gli spettacoli si sono svolti:
Centrale idroelettrica Fies
Località Fies 1, Dro (TN)

Centrale Fies Art work Space e Il Gaviale hanno presentato:
XL – Centrale Fies
Chapter IV – Storia Notturna
a cura di Simone Frangi e Denis Isaia
Chapter VI – Hyperlocal
a cura di Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta
17 luglio – 8 agosto 2020

19 luglio 2020
Sala comando
Chapter IV – Storia Notturna
a cura di Simone Frangi e Denis Isaia
con opere di Mercedes Azpilicueta, Chiara Camoni, Darius-Robin Dolatyari-Dolatdoust, Francesco Fonassi, Luca Frei, Raffaela Naldi Rossano e Anna Perach
domenica 19 luglio, le opere sono state attivate da Ayla Parisi, Carolina Lorenzi, Hannes Egger, Denis Isaia, Manuela Reifer, Maya Stimpfl, Birgit Stimpfl, Martina Mosconi, Daniel Bova, Mauro Caser, Darius Dolatyari – Dolatdoust, Giulia Galvan, Emily Morellato.
production management Maria Chemello e Giulia Morucchio
allestimenti Antonello Marzari
light Design Fabio Sajiz

Sala turbine
19 luglio 1985 – Una tragedia alpina
installazione di OHT | Office for a Human Theatre
regia, scena e testo Filippo Andreatta
drammaturgia Marco Bernardi
corifeo, musiche e suono Davide Tomat
scenografo associato Alberto Favretto
luci William Trentini / Veronica Varesi Monti
responsabile palcoscenico Viviana Rella
best-girl Letizia Paternieri
assistente regista Veronica Franchi
video Armin Ferrari
produzione e amministrazione Laura Marinelli
promozione e distribuzione Laura Artoni
esperto giardiniere Cleto Matteotti
tecnico del suono Claudio Tortorici
sviluppo elettronico e automazioni Enrico Wiltch
animale guida il Cervo
produzione OHT
co-produzione Romaeuropa Festival, Centro Santa Chiara Trento
residenza artistica Centrale Fies art work space
con il contributo di Fondazione Caritro, Provincia Autonoma di Trento
con il patrocinio della Fondazione Stava 1985
installazione co-prodotta da Centrale Fies art work space
durata 40’ in loop
in memoriam William Trentini

www.centralefies.it

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