Iperestensione, cortocircuito, sogno

106974333 3236004653127479 178463252946523900 NDal 17 all’8 agosto si è svolto alla Centrale Fies di Dro XL, prosecuzione della gloriosa esperienza quarantennale del festival Drodesera. Quattro weekend tra arte, teatro, performance e suoni per una riflessione estetica dell’ibridazione

Che i sogni siano sintomi, che i sogni siano segni,
Sanno i sogni, sanno i sogni, sanno i sogni (che)

CSI, Sogni e sintomi

In guisa di benvenuto e d’indicazione, sulla strada che biforca verso la Centrale Fies, appare una frase sapientemente elaborata in affascinanti caratteri gotici e che si aggirerà come uno spettro per tutto il weekend, insinuandosi in ogni luogo : “Staremo insieme come in un sogno”. Ed è proprio questa materia onirica e fantasmatica ad offrire la culla per la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di immagini incarnate e simboliche attraverso performance, danze, video e suoni che aprono uno squarcio intempestivo nello scorrere di un tempo strano, ovattato, d’eccezione (Agamben docet), riportandoci ad una naturalità quasi obliata. Movimento, quest’ultimo, accompagnato dalle ferite della contingenza della contemporaneità che sembrava espungere definitivamente il concetto di comunità, dello “stare insieme” come momento augurale di scoperta, confronto e sorpresa.

Nel pieno rispetto delle direttive ministeriali, entriamo nel vivo della programmazione di un (non-)festival che danza sui bordi dell’immaginario, e da lì, da quella posizione privilegiata, domina il reale ed il simbolico. Drodesera giunge quest’anno alla sua quarantesima edizione ma l’incarnazione del quadragesimo compleanno coincide con il proprio dissolvimento, senza che quest’ultimo condanni però il festival alla sua scomparsa. Al contrario, qui è al lavoro un’iperestensione che da puntuale si trasforma in rizomatica, distogliendo lo sguardo e l’attenzione dalla limitazione temporale per investire tutto l’anno solare. Drodesera è morto, viva Drodesera!

Nato grazie all’idea di Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi nel 1980 tra le vie di Dro, piccolo paese dell’alto Garda trentino, il festival si trasferisce nel 2000 negli immensi locali della Centrale idroelettrica di Fies, una delle più importanti testimonianze di archeologia industriale della regione. Con la quarantesima edizione, il (non-)festival diviene “extra large” (da qui la dicitura XL che identifica tanto il numero 40 in caratteri romani, quanto la nuova formula), espandendosi temporalmente su tutto l’anno solare, e identificando momenti sorgivi preziosi, come i quattro weekend a cavallo tra luglio e agosto. Centrale Fies Art work Space è ora un luogo di sviluppo e di confronto tra le arti, in una logica che impone il concetto di ibridazione sopra di tutto al fine di far reagire le vari componenti tra di loro.

Il (non-)festival così iperesteso viene diviso in capitoli, contenitori nei quali prendono vita diverse forme sceniche e artistiche senza però posizionarsi nell’alveo di una tematica. Abbiamo così assistito al Chapter III : Live Works condotto da Barbara Boninsegna e Simone Frangi e giunto quest’anno all’ottava edizione, uno dei momenti chiave della programmazione del nuovo formato. La prima performance della giornata di sabato 18 luglio è stata rappresentata dal progetto di Göksu Kunak, artista nata a Ankara e oggi residente a Berlino, che ha provocato nella Forgia della Centrale una mezz’ora di intensissima liricità. Risultato della residenza trascorsa alla Centrale, l’intervento di Göksu Kunak a.k.a. Gucci Chunk interroga il gesto comunicativo che prende corpo in un linguaggio accuratamente scelto per descrivere i fatti e per schivare l’interrogazione, attraverso una distorsione dolce che accompagna l’ascoltatore, accarezzando la bestia nel senso del pelo. Brandelli di discorsi, interventi, interviste vengono qui cucite insieme per creare un patchwork sensibile e pàtico, attraversato dal gesto performativo che percorre la fisicità e l’esteticità, in un equilibro inquietante tra carnalità e immagine. L’aspetto onirico che si piega e diviene incubo.

Sul far della sera, ci spostiamo agli Orti, spazio all’aperto cintato da foreste e montagne che pare un luogo naturale per l’emergenza di un’immagine terapeutica. È tempo di entrare nel vivo del Chapter VI – Hyperlocal a cura di Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta. Sulla grande pedana prende corpo Bermudas, spettacolo della compagnia MK ideato e coreografato da Michele di Stefano. L’evoluzione della danza si muove intorno alla teoria del caos e le geometrie variabili, quella del numero dei partecipanti e quella dello sviluppo estetico inerente, lavorano la pièce su logiche matematiche (non a caso, nella concezione dell’opera vi è stato la consulenza matematica di Damiano Folli). Lo spettacolo si sviluppa in quadri e intermezzi, legati da invisibili fili che mantengono il lavoro accorpato nella sua significante giustapposizione intrinseca. Il primo quadro è l’intestardirsi di un triplice movimento (largo/lungo/rovescio) interpretato e ripetuto all’infinito, declinato attraverso quello che è il tratto maggiormente personale di ogni danzatore. Lo stesso gesto diviene, dunque, coro poliforme, dove il personale taglia il generale, e la deviazione la ripetizione. Si innesca, così facendo, una serie di concatenamenti aleatori, sempre e costantemente sul punto di rompersi, di interrompersi. Il paradigma circolare fantasma la pièce e sembra evocare un altro grande coreografo (anch’egli invitato a XL, Alessandro Sciarroni). Nel secondo quadro, la ripetizione della gestualità semplice e meccanica dà luogo ad un’esplosione di motivi variegati e generatori di nuove logiche; la ripetizione e le concatenazioni sempre diverse negano la coreografia corale veicolandola come semplice “accidente tecnico”, sovrapposizione intensa, non calcolata. Il terzo tempo vede la nascita di nuovi gesti e nuove forme, in una complessità che si compone e decompone. La frammentarietà polisemica fa balenare un’estetica del godimento sempre parziale. Ma estrema. Per un’estasi collettiva e formale. Sogno erotico.

L’ultimo atto della giornata si svolge nel cortile posto dinnanzi alla Forgia, dove emerge dal nero della sera e dello schermo, Mephistopheles eine Grand Tour, ultima fatica del collettivo Anagoor che, dal 2008 ha eletto come atelier artistico l’ex allevamento “La Conigliera” di Castelminio, in Veneto. L’opera filmica, concepita e diretta da Simone Derai in collaborazione con Giulio Favotto e Marco Menegoni, è stata accompagnata da un perfetto live set elettronico a cura di Mauro Martinuz. Il Faust di Goethe, tributario della dedica che appare fin dalle primissime immagini, con lo stanco scrittore accudito dalla nuora, ossessiona tutta la serata, tanto nelle immagini che prendono corpo e vita (una vita che porta con sé una buona dose di sofferenza) davanti ai nostri occhi, quanto nella materia sonora che tridimensionalizza pateticamente la discesa agli inferi. Due scene: nel 1786 lo scrittore intraprende il Grand Tour attraverso l’Italia; nel 1832, l’apertura dei sigilli dei manoscritti fa scaturire l’ultima lettura del capolavoro. Questi due momenti liminari producono un effetto nel momento stesso in cui vengono a contatto, proprio come avviene con un cortocircuito. La sovrapposizione di reale e immaginario fa saltare la ragion d’essere d’ogni distinzione provocando, in questo modo, la deflagrazione e l’opera creativa stessa. Mephistopheles eine Grand Tour non è un semplice racconto, o un film sonorizzato. Derai ha descritto quest’opera come un “concerto cum figuris” e forse non esiste una definizione più precisa e accurata. I corpi che appaiono sono disincarnati, alleviati dalla condanna della presenza fisica, per donarsi, completamente, alla loro pura visibilità. Anche le parole abbandonano i corpi, abdicando alle didascalie che indicano allo spettatore la linea che va tracciandosi con il passare dei minuti. L’azione avviene lì, dinnanzi a noi, eppure essa non può essere localizzata nonostante la presenza di tracce, segni, passaggi significanti. Qualcosa resiste alla definizione, ad ogni tipo di definizione. L’opera di Anagoor attraversa la storia dell’umanità e della sua “presa” sul mondo circostante (mondo vegetale, animale, cosmico), muovendosi spesso attraverso logiche di opposti e coincidenti. Nel quarto capitolo le immagini della nascita di pulcini, agnelli e vitelli, coadiuvate dall’elettronica di Martinuz, sembrano offrirci un esempio dell’aspetto ipnotico della vita. Subito dopo l’aspetto che ne prende il posto è quello terrificante dell’allevamento intensivo con le sue durissime logiche. I preparativi cerimoniali delle religioni monoteiste, del buddhismo e dell’induismo subiscono il riempimento immaginale e sonoro che provoca disordine nel momento culminante, nel punctum doloroso della trance. Le architetture industriali, agricole e cimiteriali sono magnificate dai movimenti verticali e circolari dei droni. C’è qualcosa di profondamente estetico e politico nell’opera di Anagoor, qualcosa che richiama il movimento doppio e contemporaneo della tabula rasa della comunicazione e della reiterazione incessante che la coppia Godfrey Reggio/Philip Glass ha saputo proporre nel corso degli ultimi decenni. L’affascinante trattamento dell’immagine mesmerizza lo spettatore, la definizione e la precisione cerusica dell’occhio della camera traccia linee di separazione, marcando lo spazio del sacro nel quale si entra in piena comunione con il metafisico. Il sacrificio, declinato attraverso il moderno rituale della macellazione, diviene anch’esso luogo dell’interpolazione culturale e le lunghissime scene dello squartamento bovino fanno coincidere Il supplizio di Marsia di Tiziano, le tele di Francis Bacon (Figura con carne, 1954, Tre studi per una Crocifissione, 1962, Carcassa di carne con sparviero, 1980) e l’opera di Hermann Nitsch. Anagoor offre con Mephistopheles eine Grand Tour un’opera dolente d’importanza capitale.

Gli spettacoli si sono svolti:
Centrale idroelettrica Fies
Località Fies 1, Dro (TN)

Centrale Fies Art work Space e Il Gaviale hanno presentato:
XL – Centrale Fies
Chapter III – LIVE WORKS vol 8
a cura di Barbara Boninsegna, Simone Frangi
maggio 2020 – marzo 2021
Chapter VI – Hyperlocal
a cura di Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta
17 luglio – 8 agosto 2020

18 luglio 2020
ore 18.30, Forgia
Live Works : vol. 8
di e con Göksu Kunak a.k.a.Gucci Chunk

ore 20, Orti
Bermudas
ideazione e coreografia Michele Di Stefano
cast variabile con Philippe Barbut, Biagio Caravano, Marta Ciappina, Andrea Dionisi, Sebastiano Geronimo, Luciano Ariel Lanza, Giovanni Leone, Flora Orciari, Annalì Rainoldi, Laura Scarpini, Loredana Tarnovschi, Alice Cheophe Turati, Francesca Ugolini
musica Kaytlin Aurelia Smith, Juan Atkins/Moritz Von Oswald, Underworld
luci Giulia Broggi in collaborazione con Cosimo Maggini
set Antonio Rinaldi
consulenza matematica Damiano Folli
organizzazione Carlotta Garlanda
produzione mk/KLM 2017/18
in collaborazione con AMAT, Residance/Dance Haus Milano, Dialoghi – residenze delle arti performative a Villa Manin Udine, Una diversa geografia/Villa Pravernara Valenza, AngeloMai Rom
con il contributo MIBACT – Regione Lazio – Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili
durata 45′

ore 22, cortile Forgia
Mephistopheles eine Grand Tour
Concepito, scritto e diretto da Simone Derai
musica e sound design composti da Mauro Martinuz
direzione della fotografia Giulio Favotto
collaborazione alla regia Marco Menegoni
riprese Giulio Favotto, Marco Menegoni, Simone Derai
montaggio Simone Derai e Giulio Favotto
coordinamento Organizzativo Annalisa Grisi
management e promozione Michele Mele
produzione esecutiva Centrale Fies / Stefania Santoni, Laura Rizzo
produzione Anagoor 2020
coproduzione Kunstfest Weimar*, Theater an der Ruhr**, Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee / Museo Madre***, Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto. In collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Orto botanico e Villa Parco Bolasco – Università di Padova. *supportato dal Ministero dell’Ambiente, Energia e Protezione della Natura della Turingia; **supportato dal Ministero della Cultura e della Scienza della Renania Settentrionale – Vestfalia; *** finanziata da POC Regione Campania 2014-2020

www.centralefies.it

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