Deserto di sola aridità

vascello-teatro-romaIl tentativo di García Lorca di porre in contrasto empatico l’aridità della provincia spagnola e l’aridità di una donna infeconda sfocia nell’aridità delle parole. La regia di Gianluca Merolli al Teatro Vascello non riesce a riscattare un dramma tanto infelice quanto ipocrita.

Quando García Lorca realizzò la sua trilogia drammaturgica, tra il 1933 e il 1936, era rientrato in Spagna e viveva in prima persona la persecuzione franchista; la sua produzione poetica e letteraria fu messa al bando e censurata, dal momento che la carica sovversiva delle sue pagine non poteva essere sostenuta da Franco e dal fascismo spagnolo. La sua forza rivoluzionaria, che si rifletteva nell’adesione alla causa repubblicana e al comunismo, nonché la sua tormentata omosessualità, gli costarono l’arresto e la consecutiva fucilazione, e così come nel suo paese all’epoca venne osteggiato e vilipeso, nel corso dei decenni successivi venne glorificato diventando martire della libertà e simbolo della trasgressione e dell’affermazione dell’individualità.

Non si tratta di mettere in questione il valore estetico e stilistico di tanta sua produzione, ma di riflettere sugli autentici messaggi che trapelano soprattutto nella sua trilogia teatrale, soprattutto in quello che è ritenuto il suo capolavoro, ovvero Yerma, in scena al Teatro Vascello dal 29 marzo al 3 aprile per la regia di Gianluca Merolli. Riflettere e giudicare lo spettacolo di Merolli è utile per tornare a considerare e a interpretare il testo di Lorca, un testo radicato in una realtà che il poeta conosceva bene, ovvero il mondo rurale della provincia spagnola, con le sue tradizioni, i suoi valori, le sue atmosfere e i suoi colori; un mondo dove il giallo della terra, come in Goya o in Tàpies, brilla al punto di incupirsi, diventando espressione di un dolore metafisico eterno, che accompagna ogni uomo dalla nascita alla morte. La terra arida, arida come il ventre della protagonista che dopo anni di matrimonio non riesce a mettere al mondo un figlio, è ben presente sul palco, fisicamente e concretamente, e i corpi dei protagonisti sono semi-nudi per confondersi con quella terra, per fare tutt’uno con la natura in un circolo di irredimibile sofferenza.
La sofferenza della solitudine irrimediabile e chiunque dovesse tentare di compensare nel corso della vita scoprirà che comunque vada si muore soli, perché si è vissuti soli, e la spietatezza di Lorca mostra come non ci sia matrimonio o affetto che possa riscattare questa condanna.

Eppure, il testo di Lorca non è un bel testo, seppur la regia di Merolli sia stata in grado di mettere l’accento sui alcuni dei caratteri più potenti: la bellissima scena del cimitero con le croci che emergono dalla terra, la sabbia che cade nel finale dal cielo come in una grande clessidra, la sedia sospesa in aria come metafora visiva della prigione a cui la protagonista è costretta.

Ma andiamo con ordine, tornando ai limiti del testo di Lorca, tra cui la sopra citata tormentata omosessualità: Lorca non era Oscar Wilde, ma visse la sua omosessualità con un profondo senso di colpa di matrice cristiana, di quello stesso cristianesimo ipercattolico che Franco sbandierava per rafforzare il proprio potere e che, in un modo o nell’altro (persino tra i comunisti) ancora oggi resta costante, sotterraneo eppure fervente nel senso morale dei presunti dissidenti. Che cosa ci racconta Yerma se non la storia della tipica donna provinciale della Spagna che non riesce a trovare un senso nella sua esistenza dal momento che non riesce a fare figli? Ciò che di moderno c’è in Yerma era già in Madame Bovary di Flaubert, anzi Lorca fa dieci, cento passi indietro, risolvendo il profilo della donna nell’archetipo mitico di madre, e lo fa (a differenza dell’ironia di Flaubert) con autentica partecipazione, sentendosi vicino a questa donna straziata dal dolore e incapace di vivere senza essere madre.

Che una donna non possa sentirsi importante se non esaurendo la sua vita nella prole, rappresenta una logica talmente reazionaria che forse Franco non ha colto (qualora avesse letto il dramma); il testo appare così in contraddizione, tra accusa nei confronti delle malelingue ipocrite tipiche dei paesi mediterranei, e sostegno della posizione perversa che riduce la donna in “forno da figli”. Forse Merolli inserisce un pizzico di rivoluzionarietà, accentuando l’elemento della relazione tra Yerma e Victor, l’amico-quasi amante che rappresenta una possibilità di fuga dalla vita “arida” che conduce. Nel testo originale Yerma è in realtà ulteriormente colpevole, perché nelle parole di Lorca lei non è mai intenzionata a tradire il marito. Questa vicinanza sessuale e ispirata tra Victor e Yerma complica ulteriormente il significato morale di tutto lo sviluppo narrativo, il risultato finale, tra limiti del testo e limiti della messa in scena, è piuttosto confuso, bello e avvincente per l’interpretazione di una splendida Elena Arvigo e un tagliente disegno luci, ma che punta a un certo punto al “parossismo” caricando la scena di elementi, simboli (molti ingiustificati), musiche incongruenti, visioni che riempiono troppo piuttosto che restituire quel deserto che è la vita stessa. Questo accade anche per l’interpretazione della Arvigo, potente, impegnativa, ma molto simile a tante parti femminili degli ultimi anni sulla scena teatrale italiana: forse si tratta di uno stile recitativo che ha voluto lo stesso regista, per dare omogeneità allo spettacolo, ma piuttosto che spingere, aggiungere, gonfiare, si sente la necessità di asciugare, silenziare, concentrare la tensione.

D’altronde, guardare gli spasmi di disperazione e i deliri allucinati di una donna che impazzisce perché non può avere figli ci rimanda indietro di almeno due secoli, considerando che Flaubert era già un secolo avanti, per non parlare di cosa il teatro europeo stava sfornando proprio negli anni trenta (tra avanguardie e non). L’ipocrisia del genio poetico di Lorca, che fa deragliare completamente il suo stesso testo, consiste nella presunzione di sintonizzarsi con problemi così sensibili, così propri della sfera femminile che andrebbero, quantomeno, affrontati diversamente. Forse, il provincialismo irrisolto, ipocrita e arido di parte dell’arte spagnola di quegli anni è una delle colpe maggiori di Franco.

Lo spettacolo continua:
Teatro Vascello
Via Giacinto Chiarini, 78 – Roma
dal 29 marzo al 3 aprile 2016
ore 21

La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e Andrea Schiavo H501 presentano
Yerma
di Federico García Lorca
regia Gianluca Merolli
traduzione e adattamento Roberto Scarpetti
con Elena Arvigo, Enzo Curcurù, Fabrizio Ferracane, Giulia Maulucci, Maurizio Rippa

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