Pregiudizi e migranti

Per il Festival Inequilibrio di Armunia, la Compagnia Frosini/Timpano porta in scena, in anteprima nazionale, Zibaldino Africano, la prima parte del nuovo spettacolo Acqua di colonia.

Un bar, un uomo e una donna, forse una coppia come lo sono nella vita, Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Lei: «Tu che pensi mentre, radical chic, prendi l’aperitivo e vengono tutti i vu cumprà a vendere gli accendini? Io li picchierei tutti!».
Lui: «È tutta colpa nostra, il colonialismo, le guerre, quelle cose lì».
Lei: «Mah! Cazzi loro!».

Inizia così lo scambio di facili battute da bar tra due quarantenni italiani di media cultura e di scarso impegno sociopolitico, sul tema – quanto mai attuale – dei profughi.
Immigrazione, pregiudizi ed errate conoscenze sono il nucleo centrale dello Zibaldino Africano – una lunga sequenza di opinioni e brevi monologhi dei due personaggi sul palcoscenico, tra presente e passato, dicerìe e credenze .
Nessuna scenografia, sul palco del piccolo teatro l’Ordigno di Vada, in provincia di Livorno, tra i locali alternativi utilizzati da Armunia, dopo il crollo di una parte della tensostruttura del Castello Pasquini di Castiglioncello, cuore della Fondazione.
Seduta su una sedia, per tutta la durata dell’esibizione, una donna africana, Chinasa Okoroma, ascolta e, talvolta, ride delle stupidaggini e dei luoghi comuni, o anche peggio, delle vuote frasi sul fenomeno dei migranti. All’entrata, è stato consegnato un messaggio a tutti gli spettatori: l’ospite africana è ignara del contenuto dello spettacolo.
Con grandi passi all’indietro nella storia italiana, tra libri di scuola che non dicono nulla e, conseguentemente, non insegnano la verità, si ripercorrono le aspirazioni del colonialismo nostrano, nel 1938, nell’Africa Orientale, propugnate dal governo fascista di Mussolini. «Immaginate…», si rivolge agli spettatori Daniele Timpano: «Immaginate Eritrea, Somalia, Etiopia, il Corno d’Africa e Massaua – città bianca e bellissima che abbiamo costruito noi. Immaginate… Addis Abeba, capitale imperiale; la piana somala; e là, in fondo, la splendida Mogadiscio; gli animali della savana; i baobab; l’euforbia. Italiani brava gente, dicono loro. Credeteci anche voi».
Uno spettacolo semplice, dove scorre a raffica tutto ciò che ricorda il colonialismo – in senso eroico ovviamente – fatto soprattutto di parole, con pochi gesti misurati. L’ospite africana, a un tratto, sembra piangere, passa spesso una mano sotto gli occhi come per asciugarsi delle lacrime. Sarebbe comprensibile d’altronde: forse sua nonna è stata vittima di quegli Italiani-brava-gente che, laggiù, nell’affascinante Corno d’Africa, hanno massacrato, schiavizzato – e stuprato. Perché forse non tutti sanno, ma nel ’36, la penna Montanelli, su Civiltà Fascista (un autentico ossimoro), scriveva che: “Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza… Almeno finché non si sia data loro una civiltà”. E, non sufficientemente pago di cotante esternazioni – come raccontò nell’intervista del 1982 a Enzo Biagi – decise di insegnare lui stesso le nostre belle maniere, comperando una bambina: “Aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni, a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. …Era un animalino docile, io gli (sic) misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari”.

Ma alla fine cosa è cambiato? Non è cronaca attuale l’uccisione di un giovane africano, Emmanuel Chidi Namd, a Fermo, nelle Marche? Una morte conseguente a una lite, dove Emmanuel aveva tentato di difendere la moglie Chiniery dagli insulti di un coetaneo italiano, che la appellava scimmia. Alle modalità della violenza nostrana è solo cambiato il luogo dove si attua: gli africani scappano dalle loro terre, da secoli sfruttate dalle nazioni occidentali, per venire in Italia e in Europa, le stesse che adesso sono obbligate ad accoglierli, con poca convinzione e molta demagogia. Gli africani muoiono sul suolo italiano, per mano dei bisnipoti dei coloni del 1938.
Acqua di colonia/Zibaldino Africano è una parodia tragicomica sul tema scottante delle etnie, del razzismo e della convivenza pacifica tra i popoli, oltre che sullo sfruttamento coloniale e capitalista delle nazioni tecnologicamente più avanzate sulle altre. È l’infiocchettamento del tema, per profumare l’argomento e non sentire il fetore dei gesti compiuti dai nostri antenati che, ancora oggi, si perpetuano con metodi più moderni.

«Ma alla fine, chi se ne frega?», sentenzia Elvira Frosini: «Conquistiamo l’Africa come è sempre stato! E poi che schifo, quelli dei barconi che muoiono e sporcano il mare!». Chi non ha mai sentito una frase del genere in un bar qualsiasi?
Il caldo opprimente, dentro il piccolo Teatro di Vada, aiuta gli spettatori e i due bravi interpreti a immergersi in un’immaginaria atmosfera africana, ancora piena di mistero -come sarà apparsa agli occhi dei primi esploratori, con la sua sabbiosa luce gialla bollente.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Inequilibrio Festival 2016:
Teatro l’Ordigno

via Aurelia, 176 – Vada (LI)
Sabato 2 luglio, ore 19.00

Acqua di colonia/Zibaldino Africano
testo, regia e interpretazione Elvira Frosini e Daniele Timpano
consulenza Igiaba Scego
voce del bambino Unicef Sandro Lombardi
aiuto regia e drammaturgia Francesca Blancato
scene e costumi Alessandra Muschella e Daniela De Blasio
disegno luci Omar Scala
progetto Grafico Valentina Pastorino
uno spettacolo di Frosini Timpano
produzione Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse e Accademia degli Artefatti
con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio
si ringrazia C.R.A.F.T. Centro Ricerca Arte Formazione Teatro

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