Aktion T4

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Aktion T4, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Dopo il sublime Kinder (bambini), il progetto di Lenz sulle tematiche «della Resistenza e della tragedia europea durante le dittature nazi-fasciste» prosegue con Aktion T4, una «riflessione contemporanea sull’essere umano e le sue potenzialità espressive nella condizione di massima debolezza» realizzata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma. Per quanto …

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L’eterno ritorno dell’uguale?

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Dopo il sublime Kinder (bambini), il progetto di Lenz sulle tematiche «della Resistenza e della tragedia europea durante le dittature nazi-fasciste» prosegue con Aktion T4, una «riflessione contemporanea sull’essere umano e le sue potenzialità espressive nella condizione di massima debolezza» realizzata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma.

Per quanto sia impossibile, anche a posteriori, dare una interpretazione deterministica dei fatti, l’anelito di riscatto del popolo tedesco fu un elemento fondamentale per comprendere il successo della propaganda nazista in una Germania devastata dall’uscita dalla Grande Guerra, umiliata nell’orgoglio e spogliata sul piano economico. Nonostante ancora oggi si perseveri nel celare le corresponsabilità della gens teutonica e degli Alleati (Francia e Impero Britannico, in primis) e si preferisca fare riferimento a facili categorie emotive, come quella abusatissima della follia, gli esecutori del «male assoluto» (Hannah Arendt) furono, invece, lucidissimi nel sostenere e praticare un’ideologia che, a differenza di quanto successe in Italia con il fascismo, non trovò che un’opposizione residuale.

Solo apparentemente dedicato alla cosiddetta mercy death (termine che, in realtà, vedremo essere improprio), Aktion T4 di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri mette in scena il terrore perpetuato in luoghi forse meno conosciuti rispetto a quelli canonici della memoria come Dachau, Auschwitz e Mauthausen, ma altrettanto spaventosi, da Hartheim Castle in Austria ad Hadamar in Germania per citare i più celebri.

Preceduto da una massiccia operazione mediatica, finalizzato a mostrare l’abnorme costo sulle spalle dei sani e dei migliori (che, ovviamente, coincidevano) o il miraggio di una terapia efficace per patologie psicofisiche (altrimenti incurabili), dopo aver abbandonato la sterilizzazione coatta per contrastare la proliferazione di persone affette da malattie genetiche, dunque ereditarie (via che altri paesi, dagli Stati Uniti alla Svezia, dal Canada al Regno Unito, stavano perseguendo in quegli stessi anni), il programma Aktion T4 stabilì di porre a termine «vite indegne di essere vissute», esistenze – anche tedesche – spesso giudicate sensibili solo perché improduttive e onerose da mantenere, facendo leva sul consenso di famiglie illuse da una finta soluzione per le sofferenze dei propri cari e sull’attivo supporto di ostetriche e medici di famiglia.

Legge non dello Stato, ma di diretta emanazione dal Führer, pertanto sacra, lo scopo di Aktion T4 non fu semplicemente quello di evitare che nascessero vite sbagliate per così favorire la naturale selezione della razza ariana. Abbattendo i costi sociali del welfare e razionalizzando risorse preziose in un periodo di gravissima crisi in cui era prioritario rendere il Reich degno di un esercito imperiale, attraverso l’eliminazione di chi stava rallentando la trionfale marcia della razza superiore, Aktion T4 si propose infatti di diminuire le spese sostenute dallo Stato per il mantenimento in strutture pubbliche di pazienti sensibili o problematici. Accanto a individui socialmente disfunzionali, alcolisti, infermi e degenti psichici, furono innumerevoli i bambini internati in strutture psichiatriche e poi soppressi per quelli che oggi chiameremmo disturbi specifici dell’apprendimento o bisogni educativi speciali.

Figlia del darwinismo sociale tipico della Belle Époque e tanto in voga tra le élite progressista e l’intellighenzia di allora (da Galton a Lorenz), in un tempo privo di dubbi e colmo di certezze, l’eutanasia nazista fu in realtà il totale ribaltamento di quello che attualmente  viene a essere oggetto di dibattito dell’opinione pubblica e di (faticosa) regolamentazione da parte dei governi. Infatti, secondo lo spirito di un’interpretazione numerica della vita purtroppo ancora attuale (pur con le debite proporzioni lo riscontriamo intatto in una legislazione come la nostra che considera la funzione degli insegnanti specializzati nelle attività di sostegno e inclusione un diritto da garantire solo «nell’ambito delle risorse disponibili, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica»), Aktion T4 non affermò il sacrosanto diritto all’autodeterminazione della persona, ma la riduzione della vita umana a parametro economico di un bilancio aziendale.

La sintesi di bisogno economico e di ideologia razzista, che Aktion T4 realizzò in una sconcertante manifestazione dell’autocoscienza nazionalsocialista, ce la rivela un elemento quasi freudiano, forse più simbolico che reale, ma che ben ne restituisce l’intima necessità di attuazione; vale a dire la retrodatazione dall’ottobre al 1 settembre 1939, giorno dell’invasione della Polonia, della lettera con cui – motu proprio – Hitler diede comune annunciazione alla purificazione tanto interna quanto esterna del Reich.

Teorie a quel tempo nuovissime usate, dunque, per giustificarne una antica quanto l’invenzione dell’uomo, la discriminazione razziale, che vide già nella declinazione culturale di uno dei padri dell’Occidente, Aristotele, una delle sue firme più illustri («è evidente che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi», Politica I). Reso prima scientifico e poi istituzionale, il «razzismo di Stato» (Michel Foucault) sorse, difatti, proprio alla fine del XIX secolo dall’idea di dover difendere biologicamente non più una, ma la razza, un unico patrimonio biologico titolare della norma e, di conseguenza, di dover combattere ogni deviazione che ne mettesse a repentaglio l’igiene, riuscendo addirittura a sopravvivere ai propri orrori (l’Olocausto) e a fomentare una situazione geopolitica di conflitto etnico attuale e permanente.

Sanare piuttosto che avere cura, decidere selettivamente chi vogliamo e chi non vogliamo che venga al mondo, rendere il diritto alla vita una funzione della produttività materiale sono elementi rispetto ai quali la sensibilità di Lenz si pone naturalmente in una direzione ostinata e contraria, convinta che non ci sia nessuna marcia da rallentare, ma un’universale umanità da coltivare. Nel caso di Aktion T4, Lenz si avvale con estrema linearità di tutto il proprio repertorio: dall’imagoturgia di Francesco Pititto – autore del testo originale composto attraverso un sontuoso accostamento di stralci celebri (Re Lear di Shakespeare, Elena di Euripide, La vita è sogno di Pedro Calderón de La Barca, Faust di Goethe, Adelchi di Manzoni e Ifigenia di Euripide) – utilizzata per proiettare con lancinante paradossalità «sequenze di vita quotidiana, di lavoro e di svago, di giochi e di balli […]. Nonostante la tragedia imminente […] dentro e fuori la Germania», all’installazione di Maria Federica Maestri «costituita da un ammasso di macerie monumentali e di resti dei simboli nazisti», esplicito riferimento a quello che l’architetto del regime, Albert Speer, definì il valore delle rovine,  «testimonianza nei secoli a venire della grandezza del Terzo Reich, come quelle dell’Antica Grecia o dell’Impero Romano».

Rispetto all’imponenza delle intenzioni drammaturgiche e all’inclusività dell’ecologia scenica, Pittito e Maestri decidono di potenziare l’impianto polemico della rappresentazione, affidandosi a una costruzione semantica univoca e non polisemica, fenomenologicamente chiara ed evidente. Ponendo l’allestimento sul piano della sovrastrutturalità (dall’emotività dell’accompagnamento sonoro all’iconografia plastica della scenografia e agli inseriti audio documentaristici), dunque facendo largo (e inedito) uso del didascalico, la scelta, tuttavia, paga una condizione di sovraccarico cognitivo che, di fatto, inficia in parte quello che potremmo definire l’apprendimento dalla memoria, ossia il collegamento attivo tra la rievocazione degli stati rievocati (al pubblico) e la consapevolezza degli eventi rivissuti (di chi sarebbe stato vittima di Aktion T4, gli attori e le attrici sensibili), quindi il farsi viaggio nel presente della memoria storica.

La ricerca di un equilibrio tra le profonde suggestioni culturali e le radici esistenziali insite nel senso di Lenz per il teatro, che altre volte abbiamo ammirato promuovere una possibile «uscita dall’inferno» (Antonin Artaud), genera questa volta un freddo piacere estetico, una contemplazione che indugia su un compiacimento a tratti sorprendentemente manieristico.

Una sensazione che, tuttavia e nonostante una stremata restituzione verbale, non regge fino in fondo l’onda d’urto di interpretazioni in grado di incedere poderosamente tra canti, danze e torture, prima del climax finale; momento in cui una sconcertante Alessia Dell’Imperio, accompagnata nella genuflessione da Giacomo Rastelli, Tommaso Sementa, Carlotta Spaggiari e Barbara Voghera, ricorda con immediata semplicità quanto sia attuale la visione promossa per contrarietà da Lenz di un’umanità perduta nella disciplina di una società secolarizzata.

Una società che, dopo aver strappato il legame tra responsabilità e peccato, ha sì addolcito le pene, ma solo sottoponendo il corpo e la mente all’esercizio di norme tecniche per la corretta gestione di attività che Francesco Pititto e Maria Federica Maestri ci ricordano essere anche biologiche e non solo culturali o produttive. Concettualizzando il “senso di vite degne di essere vissute ma solo a condizione che” e, in tal mondo, il senso della disabilità nella necessità di una sua integrazione il più invisibile possibile e nell’idea di costo sociale da compensare (nel sostegno scolastico, nei diritti speciali o, comunque, a carico di qualcuno che con il proprio sacrificio renderà sostenibile il sistema per tutti gli altri), Aktion T4 lancia il monito di come, purtroppo, l’età contemporanea non sembri essere poi così distante dal manifestare gli stessi pròdromi del razzismo di inizio secolo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Lenz Fondazione

dal 25 al 30 aprile 2017

Aktion T4
testo originale e imagoturgia Francesco Pititto
installazione e regia Maria Federica Maestri
musica Andrea Azzali
performer Alessia Dell’Imperio, Giacomo Rastelli, Tommaso Sementa, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera
voce over Marco Musso
produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con ISREC

3,00

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