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La merda

La merda, articolo di "Teresa Fraioli" su Persinsala Teatro
La Merda Silvia Gallerano
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La merda
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Più che con la nudità del proprio corpo, Silvia Gallerano torna a sconvolgere con quella della rabbia e di una squallida verità. Per lo spietato monologo di Ceresoli è standing ovation all’Auditorium Parco della Musica. Sta appollaiata su uno sgabello, ampio e sospeso, come un animale ammaestrato, nero nel nero della scena. È esposta in un …

La nuda verità

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Più che con la nudità del proprio corpo, Silvia Gallerano torna a sconvolgere con quella della rabbia e di una squallida verità. Per lo spietato monologo di Ceresoli è standing ovation all’Auditorium Parco della Musica.

Sta appollaiata su uno sgabello, ampio e sospeso, come un animale ammaestrato, nero nel nero della scena. È esposta in un corpo svestito e nell’ossimoro di labbra vermiglie, adulte, mobili – che schiude come una ferita per vomitare parole – in opposizione a chignon infantili in cima alla testa.

Il nudo è testimonianza della veridicità delle proprie storie, prova imprescindibile della carnalità nei racconti; aggressivo nella violenta vulnerabilità della carne è, però, destinato a un’attenzione effimera, presto rubata da una oscenità ben più disturbante.

L’amara ironia della protagonista sguazza nel cattivo gusto, è brutale, rinnega il perbenismo di cui pure è figlia e attraversa una comicità singhiozzante e cinica, che ricompare all’inizio di ogni breve racconto, mentre gli elementi fondamentali della propria infanzia – le camicie rosse, i delfini, le proprie cosce – tornano martellanti, ossessivi, perfettamente incastrati in un’angoscia crescente nel ripercorrere sempre gli stessi drammatici passi.

La voce infantile, le frasi ingenue dall’onestà graffiante, conducono per tre volte la protagonista in una discesa oscura, nel climax in cui a esplodere è l’urlo soffocato non solo dalla merda da ingoiare, ma anche da frasi apparentemente leggere, da sospiri illusoriamente sognanti, da battute vanamente ironiche. Alle tre parti in cui è diviso il testo (le Cosce, il Cazzo, la Fama) si affianca sempre presente il patriottismo ereditato dal padre, rappresentato dalle furono camicie rosse prese come modello da seguire nella vita quotidiana.

«Ci vuole coraggio» dice del genitore suicida, piccolo come gli uomini dell’Italia Unita e che lei crede coraggioso quanto loro nell’essersi buttato sotto un treno senza nessuno a spingerlo, a incitarlo. Lo dice dei «tappi malnutriti» che fecero quella, questa Italia, nel paradosso di un amore connaturato, ma indotto per un paese la cui società la abbrutisce, la svilisce e fa da squallido sfondo di oscuri ricordi.

Dalla sofferenza per la morte paterna, il flusso di coscienza al femminile si evolve in vorticosi racconti disturbanti perché inevitabilmente svestiti di ogni morale: e la nuda verità si mostra con forza pulsante, rabbia devastante e inespressa.

Torna più volte il desiderio morboso di disfarsi delle cosce, parte brutta e obsoleta del proprio corpo, per rinascere dopo la morte del padre attraverso la purificazione della carne. Poi, il racconto, di una comicità nera e angosciante, della prima esperienza sessuale, l’incapacità di dire di no trasformata presto in un vanto, nella grande dote della sopportazione. Perché «fa schifo ma mi abituo» e il resistere al disgusto divenne la sua grande Resistenza.

E la fama, la fame, la fame di fama. Rigurgita l’ossessivo desiderio di essere un giorno intervistata, desiderata, conosciuta. Fermata nel traffico o al supermercato. E l’assoluta dedizione a un progetto – l’essere disposta ad accettare qualsiasi sacrificio, qualsiasi umiliazione – ormai diventato bisogno. Fino all’estremo.

Nell’ennesima replica di uno spettacolo trionfale, Silvia Gallerano rimane fedele ai vertici raggiunti da precedenti prestazioni e, con voce potente e magnetica, sfoggia un’espressività fenomenale e un uso straordinario del corpo come unico oggetto di scena.

Con un monologo che pulsa di vita e di rabbia, parole oscene e feroci vomitate che, quasi inconsciamente, la spogliano anche della sua stessa pelle, La Merda è una critica polemica – ai media, al sessismo, all’Italia – che, dietro l’apparenza viscerale, risulta incredibilmente logica e chirurgica, regala momentanei brividi d’angoscia e auspica futuri ripensamenti.

Impossibile da ignorare.

Le spettacolo è andato in scena
Auditorium Parco della Musica
Viale Pietro de Coubertin 30, Roma
22 e 23 marzo, ore 21:00

La merda
di Cristian Ceresoli
con Silvia Gallerano
una produzione Frida Kahlo Productions con Richard Jordan Productions
in collaborazione con Summerhall (Edinburgh) e Teatro Valle Occupato (Rome)
produzione esecutiva & tour managing Marco Pavanelli
ufficio stampa & grafica Marco Pavanelli
tecnico Giorgio Gagliano

5,00

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