Un container esplosivo

teatro-eliseo-roma-80x80Darling, l’ultima creazione di Ricci/Forte in scena dal 9 al 12 ottobre al teatro Eliseo. Quattro straordinari performer messi a nudo anima e corpo sul palco si confrontano con l’Orestea per quello che è lo spettacolo più rumoroso del Romaeuropa Festival.

Per la prima volta sulla scena, di solito spoglia, Ricci/Forte, la coppia di drammaturghi più dissacrante nel panorama teatrale italiano, inserisce un elemento imponente a fulcro del loro ultimo progetto: un container.
Tutto attorno, la scenografia nuda del teatro Eliseo, un’altissima scala a chiocciola intrappolata tra pareti scrostate e oltremodo vissute, visibili solo quando venti neon si accendono su una casa prefabbricata. È Giuseppe Sartori ad azionare l’interruttore, scendendo da quella stessa scala con addosso una coperta che nasconde l’abito elegante. Saranno proprio le coperte pesantemente lanciate dai tre attori maschi in un gioco che li condurrà al massacro, a costituire un primo forte elemento drammaturgico di attualizzazione e ideale parallelismo al testo da cui trae spunto questo Darling, il capolavoro Orestea di Eschilo (Clitennestra che invita Agamennone a calpestare i tappeti di porpora)

Mentre versi di gabbiani si fanno sempre più forti fino a essere assordanti, in sala è facile immaginare smarrimento tra chi non è abituato alle rappresentazioni di Stefano Ricci e Gianni Forte. Soprattutto, tra chi non ha chiaro il riferimento all’impresa oltremare di Argo contro Troia. Riferimento da cui la stessa vicenda dell’Orestea ha origine e per la quale il mito narra che Agamennone sacrificò la propria figlia, determinando in tal modo quella catena di sangue familiare che canonicamente caratterizza la tragedia greca.

L’Orestea è un testo che interroga a vari livelli lo spettatore contemporaneo. Lo fa per come pone in relazione vendetta a giustizia, mettendo in discussione legami di sangue e di potere, ovvero la legittimazione stessa di chi assume la guida politica di un popolo. Lo fa perché radicalizza la questione stessa dell’esistenza e del valore di una comunità organizzata (la polis), proponendo una grandiosa metafora morale della società occidentale, con la sorpredente e inedita assoluzione del protagonista dall’accusa di matricidio.

Non è dunque un caso che le attenzioni di Ricci/Forte si concentrino su di esso, confermando una cifra stilistica ormai inconfondibile per come riesce a decostruire i linguaggi (verbali e non), attualizzandone l’uso e il significato. Come scriveva la nostra Silvia Ianniello, «il linguaggio si deframmenta e rovescia a terra segmenti sparsi, significati nuovi e inattesi».

In una società che richiede continuamente aiuti umanitari (gli immigrati trasportati su barconi e container), dove è più facile twittare che parlare a chi si ha di fronte e in cui il dolore di un delitto sembra essere – per assurdo – direttamente proporzionale al suo eventuale audience televisivo, l’essenziale sembra riuscire a sopravvivere. Questo nonostante i più si sentano comunque insoddisfatti, esuli, annientatati da scelte sbagliate.

Essenziale, ma non appagante; necessario, ma non sufficiente. Perché per la generazione nata nel periodo del boom, cui i drammaturghi appartengono, la catastrofe è avvenuta. Il mondo sembra essere ben altro da quello immaginato e di cui si pensava essere in possesso, illusi da ideali oggi crollati sotto una coltre di perenne precarietà.

Da dove ricominciare? Di certo non da chi è già adulto, rifiutato da una società palesemente ostile nei suoi confronti. Sono forse i bambini il futuro? Ecco allora fare il loro ingresso sul palcoscenico sono dei vasi bianchi dove far germogliare dei neonati, dei bambolotti con le mani protese verso il pubblico. La presenza di Vita Activa di Hanna Arendt, anticipata dalla note di regia, è tanto esplicita quanto potente. Tuttavia, la sua restituzione è ulteriormente complicata rispetto alla celebre citazione evangelica «un bambino è nato tra noi», andando al di là delle immediate intenzioni della filosofa tedesca. Più che di nuovo inizio, che di miracolosa espressione di speranza e di fede, il messaggio assume connotati inquietanti, rossi come quel sangue che bagna gli infanti al posto della semplice acqua.

L’incedere narrativo intreccia coerentemente antico e moderno, attraversa la musica (da classica all’hard rock dei Led Zeppelin), e grande merito va alle interpretazioni di Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Piersten Leirom e Gabriel Da Costa, che restituiscono attraverso corpi che traspirano sudore e concentrazione, più d’un sentimento controverso a quel pubblico che per trovare un messaggio deve saper leggere tra le righe di un copione scomposto.
La scenografia di Francesco Ghisu si integra perfettamente con le dinamiche sceniche e, scomponendosi e componendosi, si fa personaggio tra i personaggi. Le pareti del container vengono smontate dagli stessi attori fino a lasciarne solo lo scheletro. I rimandi simbolici, ancora un volta, sono molteplici. Alla famiglia – che non ha più una casa, quella in cui un tempo si poteva costruire soprattutto un dialogo («Durante i pasti è importante contribuire in modo costruttivo alla conversazione», frase che spesso viene proiettata proprio su quelle ex-mura). Al testo originario – quando quella che sembrava una voliera parcheggiata nel centro del palcoscenico, si trasforma in una casa dell’orrore. In un contesto dove il dramma della vendetta si consuma con una scelta, ancora, una volta spiazzante, e che mescola l’opposizione tra tragico (urla lancinanti dei suoi abitanti) e comico (spot pubblicitari di mani a mo’ di marionette), per restituire quello che dovrebbe essere il momento in cui l’ombra della morte avvolge ogni cosa.

All’interno di questa polisemia drammaturgica, di una densità a volte anche eccessiva, proprio il container-casa potrebbe assumere un ruolo cruciale. Simbolo occidentale tra i più rappresentativi di un determinato periodo storico – la ricostruzione post bellica e la conseguente era di benessere – la cui fase di progresso economico, sociale e politico sembra ormai in esaurmento, sul palco lo vedremo smantellato/demolito, ricostruito/anelato. E anche, con un picco di poetica emotività , assumere i contorni di ritorno uterino, al quale Piersten Leirom, continuamente fermato dai compagni sul palco, non riuscirà a resistere.

I quattro performer sono semplicemente straordinari, dietro la loro bravura c’è una preparazione fisica senza eguali e Anna Gualdo come Giuseppe Sartori, ormai veterani di questi progetti, ne sanno qualcosa. Ricci/Forte stupiscono un’altra volta, fanno centro tra cultori del genere e detrattori, scuotendo coscienze, cuori, menti.

Lo spettacolo continua:
Teatro Eliseo

via Nazionale, 183 – Roma
fino a domenica 12 ottobre
orari da giovedì a sabato ore 21.00, domenica ore 17.00
(durata 2 h senza intervallo)

ricci/forte presenta
Darling
regia Stefano Ricci
con Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Piersten Leirom, Gabriel Da Costa
drammaturgia ricci/forte
movimenti Marco Angelilli
elementi scenici Francesco Ghisu
costumi Gianluca Falaschi
suono Thomas Giorgi
direzione tecnica Davide Confetto
assistente regia Liliana Laera
una produzione Romaeuropa Festival e Snaporazverein
in co-produzione con Théâtre MC93 Bobigny/Festival Standard Ideal, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Festival delle Colline Torinesi

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